18 aprile 2012

Psicologia Antropologica

L’atteggiamento mutantropico dell’uomo si delinea fin dagli albori della presa di coscienza, come gruppo prima e individuo poi, di essere vivente interagente in un sistema biologico complesso.

La sua origine è rappresentata nei geroglifici ancestrali dove il metodo adottato nei normali compiti quotidiani assurge al ruolo di rito. In alcune grotte del Paleolitico, di cui il sito della Grotta di Chuvet è il più noto, è possibile rendersi conto che gli elementi del fuoco, dell’acqua e della terra hanno assunto significati diversi dall’incarnare il semplice utilizzo (ho sete per cui bevo) o catastrofe naturale (il lampo che cade e incendia il bosco). Gli elementi che iniziano ad essere osservati e intuiti come “diversi” o “altro” da ciò che fino ad allora avevano creduto.

La coscienza collettiva venne quindi investita dal mistero, dalle prime domande che si rivelavano possedere risposte troppo ampie (ovvero contenenti troppe informazioni da dedurre per riuscire a correlarle nel loro insieme) per poter essere comprese. Nessuno sapeva da dove provenisse il lampo, figuriamoci un tuono o un altro essere umano. Era ovvio che alcuni appartenenti al branco espellessero fuori altri esseri, era sempre successo così, così come era sempre successo che il fuoco bruciasse e l’acqua bagnasse. Il gruppo fino a quel momento aveva accettato ciò che accadeva senza domandarsi perché accadesse.

I simboli disegnati sulle pietre dimostrano che il cervello dell’uomo di Cro-Magnon formava gli schemi neuronali appartenenti al pensiero astratto, che osservava il mondo e aveva idee, che iniziava a capire come le cose funzionassero e che alcune volte comprendeva anche che cosa le provocasse.

Insieme a questa nuova coscienza i simboli che disegnavano rivelano anche l’emozione della paura, paura che nasce laddove si rompe la norma. Gli schemi comportamentali normalmente adottati iniziavano a non bastare più, la percezione del mutamento richiese quindi uno sforzo nuovo per comprendere come muoversi in realtà fino a quel momento non percepite.

La reazione di fronte agli avvenimenti esterni, lo stimolo dello scappare o del rispondere in un certo modo di fronte agli inconvenienti della vita (1 bisognava procurarsi da mangiare;  2 si era cibo per altri a propria volta; 3 l’ambiente non era né prevedibile né controllabile se non in minima misura), iniziò a determinare la differenziazione del cervello maschile da quello femminile (il maschio era più muscoloso, forte ed aggressivo per cui adatto alla caccia e a spostarsi per lunghi tragitti; la femmina si rivelava invece più adatta al controllo del territorio circostante visto che allattava e allevava i piccoli del gruppo) e dei ruoli sociali.

E su tutti i simboli raffigurati, presenti nei siti archeologici di ogni latitudine, uno solo appare comune: l’essere metà umano e metà animale.

Spesso soggetto unico su un’unica parete, spesso in posizione di rilievo, spesso rappresentato con genitali femminili e/o maschili, inquietante, ripetitivo, ossessivo. Certo se nelle grotte francesi è una testa di bufalo con il corpo di una donna, in Messico è il corpo di una pantera con la testa di un uomo, ma ciò non rende meno evidente che sia lo stesso identico concetto presente in ogni civiltà del mondo, nessuna esente.

Carl Gustav Jung è stato lo studioso che ha teorizzato gli studi sull’inconscio collettivo partendo dal presupposto che il modo di pensare degli esseri umani sia costruito sulle esperienze e sui risultati precedentemente accumulati, causa ed effetto / mito e storia. Tuttavia ogni essere umano ha la possibilità di attingere in modo inconscio a un’informazione cognitiva contenuta in un bacino comune a cui può avere accesso in modo mentale ed intuitivo. Questo bacino, denominato inconscio collettivo, fornisce il significato di base dei simboli e permette la ricerca di un’interpretazione personale. Questo approccio mentale definisce lo stato di coscienza individuale e la qualità di attività mentale maggiormente sana.

L'inconscio personale è ineguagliabile e irripetibile, ma è come se ognuno di noi rappresentasse la sfaccettatura di uno stesso insieme. Sia biologicamente che mentalmente e intuitivamente, ci manifestiamo nel sistema complesso della vita in cui siamo sia unici che inseriti nella manifestazione irriproducibile e comune dell'universo presente. Che è in espansione e modifica le proprie rotte attraverso cicli cosmici a noi in gran parte sconosciuti.

Questi tre differenti stati, biologico, mentale e intuitivo, puramente soggettivi nelle loro dinamiche umane, contribuiscono all'implementazione dell'inconscio collettivo da cui nascono le immagini. Immagini mentali e sinestetiche che si modificano a ogni epoca e a cui corrispondono opere diverse che rappresentano un diverso modo d'osservare l'archetipo. Il modo di pensare degli esseri umani è infatti costruito sulle esperienze e i risultati precedentemente accumulati (il mito e la storia), le cause e gli effetti manifestati durante la realtà quotidiana (l'esperienza soggettiva e comune) e viene costantemente implementato dai meme culturali attivi nei diversi periodi storici.

L'archetipo è una grandezza inconoscibile e non può essere rappresentato nella sua interezza perché è solo un'idea, un'informazione a sé stante, per cui ininfluenzabile, che rivela una parte delle proprie qualità attraverso la metabolizzazione che ne fa l'inconscio collettivo. Questa dinamica si manifesta nei diversi campi di studio umano, rivelando il proprio lato surreale ed emotivamente evidente nell’arte, e ogni epoca, con ogni ulteriore conquista umana connessa, contribuisce all'implementazione della definizione dei concetti archetipici indagando sfaccettature diverse della realtà personale ed universale. Ogni periodo storico ha i propri meme: per ogni epoca una moda, per ogni cultura un’estetica, per ogni generazione gli ideali, per ogni tecnica un‘accademia, per ogni tempo i propri dei e i propri leader.

Tornando alla figura mitologica metà uomo e metà animale, è quasi una banalità voler affermare che l’umanità ne sia sempre ossessivamente interessata. Una breve scorsa ai film, alle serie Tv, ai libri e alle manifestazioni della creatività artistica per rendersi conto che fra vampiri, licantropi, supereroi, mutanti del corpo e della mente, dal Dottor Jeckyll e mr. Hide, da epoche ancora più remote in cui gli dei dell’olimpo erano metà uomini e metà animali, da Metropolis di Fritz Lang del 1927, ai cinici chirurghi di Nip\Tuck, all’inquietante Possession di Zulawski, all’attuale banale e osnoblotica saga di Twilight, ce n’è per tutti i gusti.

E in quest’epoca in cui quasi tutto sembra possibile l’ossessione per il mito si manifesta nell’ossessione del mutamento del corpo, che si esprime anche attraverso tecniche invasive come la chirurgia che trasforma bocche in canotti, seni in palloni da rugby o volti più simili a demoni e felini che non ad esseri umani. Cambiamenti talvolta spettacolari la cui espressione meno violenta ed aggressiva è rappresentata dalla Body Painting, invasiva psicologicamente piuttosto che fisicamente.

Tatuaggi, scarificazioni, impianti, piercing estremo, applicazioni di protesi, chirurgia. L’ossessione del mutare la propria forma fisica per impossessarsi della conoscenza intrinseca, perché finalmente realmente posseduta, del mito della propria epoca e del proprio stato di coscienza. 


E ad ognuno la scelta e le possibilità d’essere il mutantropo che desidera.

12 aprile 2012

Fisica

Nel corso della vita è normale che ogni uomo venga prima o poi folgorato da una domanda: da dove viene il mondo?

Durante il corso della storia sono stati in molti, ognuno con il proprio talento e discernimento, a cercare di dare delle risposte e per poterlo fare iniziarono ad osservare la realtà, il dato di fatto compiuto, nelle sue manifestazioni. I mutamenti ciclici del tempo, delle stagioni e della vita del singolo elemento, i rapporti sociali dei gruppi e soprattutto gli imprevedibili fenomeni naturali che travolgevano l’umanità, con violenti uragani piuttosto che maree improvvise, di cui non conoscevano la provenienza nè la causa.

Gli esseri umani fondamentalmente iniziarono a prendere coscienza della propria individualità e del valore della propria vita, ma con esse anche della paura. La paura dell’ignoto. L’inesorabile che accade ciclicamente e si manifesta al di là di qualunque aspettativa e prerogativa umana.

Per quanto si possa tecnicamente controllare un fiume prima o poi esonderà, travolgendo e distruggendo, quasi annullando, tutto ciò che è stato faticosamente costruito prima. In compenso vivere su una montagna non cambia di certo le cose. Prima o poi a quel millenario pezzo di roccia, forte, sicuro, grande ed esteso, su cui è stata costruita un’enorme casa, basterà una piccola scossa di terremoto per far implodere tutta quella apparente eterna solidità in un cumulo di rovine.

Si tratta di una legge fisica irreversibile, incondizionata e ineffabile della natura del cosmo.

Il mondo funziona sull'unica condizione che, il sistema complesso a cui appartiene la vita biologica, ubbidisca alla legge del mutamento ciclico che si manifesta attraverso la nascita, lo sviluppo e poi il disgregamento della materia. Anche l’universo è un sistema complesso e come tale ubbidisce alla stessa regola, ma per il singolo essere umano provare a comprendere lo schema del meccanismo completo a cui fa riferimento è un’impresa impossibile.

La caducità umana, la sua stessa composizione organica, gli impediscono d’avere il tempo materiale per comprendere l’infinito in tutto il suo spazio. E questo a causa di un’altra  semplice regola: l’universo non è vuoto e non è statico.

L’uomo può quindi osservare i fenomeni che riesce a comprendere attraverso la propria esperienza e compiere ricerche su di essi. Può successivamente stabilire discipline che studieranno le ricerche effettuate e i parametri della scienza che le guida per individuare le necessità pratiche a cui applicarli, ma può anche scoprire che non ci capisce un bel nulla di niente e così dichiara che se funziona ed è sempre riproducibile allora è tutto vero, altrimenti è forse interessante, ma nella maggioranza dei casi risibile. Chissà come si è sentito Gottfried Wilhelm von Leibniz quando verso la fine del 1600 se ne uscì fuori con il suo codice binario... Ci sono voluti 400 anni per scoprire che quel codice, da sempre bollato dal collettivo accademico coro come “stravagante chinoserie”, permetteva invece lo sviluppo dell’hardware necessario ai nostri tanto indispensabili ed amati computer.

Durante il corso delle sue svariate ricerche scientifiche l’umanità ha infine scoperto alcune cose molto interessanti. Concentrandosi sugli studi di fisica atomica si è accorta che colui che osserva gli esperimenti è in grado di influenzare l’esperimento stesso (l’osservatore influisce sul moto della materia) e successivamente ha concluso anche che il cervello ha uno strano modo di tradurre le informazioni che riceve.

I ricercatori scientifici si sono recentemente resi conto che guardare un oggetto attiva determinate aree cerebrali e che se si chiudono gli occhi per immaginare il medesimo oggetto, ecco che si attivano le stesse identiche aree di prima. Sostanzialmente il cervello non capisce la differenza fra ciò che succede fuori nel reale e ciò che accade dentro il cervello stesso.

Premettendo che gli esseri umani sono costantemente bombardati da una serie di informazioni che passano attraverso i loro organi di senso e che i dati vengono costantemente elaborati, filtrati ed eliminati in una sempre maggiore quantità man mano che raggiungono i centri cerebrali, ne risulta che solo una piccolissima quantità di queste informazioni, considerate più utili nella norma collettiva, raggiungono lo stato di coscienza in cui “ci si accorge delle cose”. Questo processo evita appunto di rimanere invischiati nel collasso dei significanti.

E’ quindi possibile e più che plausibile che i nostri occhi, le cineprese organiche di cui il nostro corpo è dotato, vedano molto più di quello che il nostro cervello riconosce. Il cervello umano risulta cablato in modo che veda la realtà solo come ritiene che sia possibile essere e non necessariamente per ciò che è davvero. Risponde meccanicamente a schemi preesistenti dettati dai condizionamenti esterni.

L’aneddoto storico su Cristoforo Colombo e gli indigeni caraibici è noto: quando i velieri arrivarono nelle Americhe, la popolazione non era in grado di riconoscerli, persino di vederli, poiché erano diversi da qualunque cosa avessero mai visto ed incontrato prima. Fu lo sciamano, l’uomo il cui grado nelle comunità primitive ricopre quello della scienza, ad accorgersi che l’oceano era increspato in uno strano modo e a porsi la domanda su cosa ne stesse causando l’effetto (il paradosso di cui al precedente post). Osservò il fenomeno per giorni ed infine le forme delle navi si delinearono all’orizzonte. A quel punto ne informò il resto della popolazione che, ascoltandolo, tradusse le parole in immagini cerebrali divenendo in grado a sua volta di vedere i velieri sulle acque del mare.

Ma se il cervello non è letteralmente in grado di vedere ciò che non concepisce, è quindi il cervello ad essere il vero organo della vista. Non gli occhi. 
Gli occhi sono solo uno strumento di rilevazione. 

Una domanda allora diviene lecita: cos’è la realtà? Esiste a prescindere da noi che la osserviamo, oppure siamo noi a crearla?

Nel campo delle discipline scientifiche si può solo ricercare osservando la successione dei fenomeni per attribuire ad essi schemi precisi, ma ogni essere umano rappresenta comunque uno stato di coscienza soggettivo, limitato da ciò che il cervello è in grado di tradurre.

All’umanità piace pensare che lo spazio sia vuoto e che la materia sia solida, ma in realtà la materia è fatta di niente ed è del tutto inconsistente. Un atomo è un continuum di materia, molto densa al centro, circondata da un nugolo di elettroni che appaiono e scompaiono senza una regola apparente, ma persino il centro, seppur così solido e concentrato, appare e scompare proprio come gli elettroni e sembra prendersi gioco di ogni razionalità.

Come spiegare il funzionamento dell’universo se non possiamo nemmeno stabilire se la realtà è oggettiva? Ma davvero esiste una legge universale, un’unica regola, che è uguale per tutto e tutti nello stesso modo definendo per cui la stessa identica realtà?

Einstein parlava di un’energia altamente specializzata su diverse funzioni, la scienza a tutt’oggi sta ancora cercando le prove per poterla definire e schematizzare.

10 aprile 2012

Leonardo Da Vinci

Prima di procedere farò alcuni esperimenti, perché questo è il modo in cui tutti gli osservatori dei fenomeni naturali devono procedere.

1 aprile 2012

RIASSUNTONE GENERALE

Va bene ragazzi, ma cos'abbiamo detto fino ad ora? Forse è utile fare un po' di chiarezza, per inquadrare in un'ottica comune successione e priorità di concetti. Perché affermare che l'uomo cambi è a dir poco una banalità, un'ovvietà tale che il solo parlarne ci sembra superfluo. L'uomo cambia che lo voglia o meno, destinato a deperire in un corpo mortale.

Tuttavia la scienza esiste per spiegare il paradosso, ovvero il fenomeno, perché il solo fatto che un fenomeno sussista, in un mondo dove tutto è perituro, è di per sé un paradosso. Certo, la scienza non si occupa del fenomeno in sé, al più guida la ricerca, nondimeno studia le scritture umane su di esso, ricerca in primis poi tutte le altre. E di scritture sul cambiamento umano dal punto di vista genetico, medico, fisico, sociale, psicologico, mentale o d'altri livelli di coscienza ce n'é a profusione. 

La scienza che studia la Mutantropia, cioè la fenomenologia del mutamento umano, si chiama Mutantropologia. Essa identifica nei Mutantropi quegli uomini che cambiano volontariamente e consapevolmente al fine di trarne un vantaggio, al contrario dei mutanti, involontari per definizione. Coloro che cambiano il proprio corpo sono detti mutaforma, quelli che potenziano il cervello sono mutamente, chi innesta protesi artificiali è un cyborg, chi si decora di metallo o ammenicoli vari fa body modification, chi cambia sesso è un transgender ecc ecc. Ad essi si possono contrapporre idealmente i super-conservatori, che possiamo chiamare "immobilisti". Stiamo chiaramente parlando di intenzioni umane, poichè il destino del corpo è quella sopra citato.

Chi trae vantaggio da un mutamento lo fa secondo il proprio stato di coscienza, e ad ognuno il suo. Per questo riteniamo che, illuminazioni improvvise a parte, solo tramite un'esperienza autentica il mutamento dia un insegnamento sia apprendibile, sia utile, sia onesto. L'esperienza, per i principi connessi con lo stesso concetto di civiltà, non può che tendere a un bene, cioè a un sistema di valori, in questo e solo in questo senso la si può definire evolutiva. Ma il sistema di valori lo si apprende, è quindi normale per il bambino, e spesso anche per il ragazzo, un certo conformismo. Ma poi il ragazzo diventa adulto e responsabile delle proprie azioni, almeno davanti agli uomini. Il conformismo allora rappresenta un meccanismo psicologico deresponsabilizzante e ostativo per lo sviluppo di stati di coscienza propri, per una vera esperienza evolutiva.

Oltre a questo, altra ovvietà, le cupidigie umane tendono a imprigionarci in una visuale un po' miope dell'esistere, cioè in una situazione psicologica egocentrica, non a "tendere a un bene". L'ego è un'arma a doppio taglio sempre negativo, perché rende l'uomo schiavo di se stesso, dei suoi stati inferiori materialisti, e contemporaneamente della società in cui vive, che gli propina falsi miti di realizzazione e ridicoli status symbol. Il modo migliore per innescare pratiche egoiche è evocare le nostre paure: la paura del nemico esterno e quella del "nemico" interno, cioè dei fallimenti e delle apateporie. Con l'adozione acritica di soluzioni rassicuranti ma interessate si arriva agli estremi dell'egonanismo che, insieme al conformismo, divide i mutantropi in osnoblotici, mediocri/grigi (o talvolta umili), egopatici (o talvolta artisti) oppure evolutivi (Eumutantropi), se al di là delle forme li vogliamo vedere dal punto di vista delle intenzioni.

Pretendere che il proprio ambiente sia stabile e sicuro è un desiderio legittimo nell'uomo. Da questo punto di vista i famigerati immobilisti hanno le loro ragioni. Ma l'atteggiamento osnoblotico è tipico di chi vuole influenzare l'ambiente anche contro la propria percezione di giusto e di bene. Ciò avviene nel nome di un proprio vantaggio immediato e miope, ovvero per dinamiche di egonanismo finalizzate all'ottenimento dei cosiddetti "3 vantaggi": sesso, denaro e potere, normalmente accompagnati da cupidigia, stupidità e ristretto orizzonte mentale. Questo atteggiamento è tipico di chi mutantropo non è, ma anche quest'ultimo lo adotta quando si rifugia nel conformismo. Nell'imposizione agli altri di un sistema di valori non proprio, l'osnoblotico difende un ego minato da atiquifobie ed apatepofobie, con le quali controlla ed è controllato. In questo senso l'Osnoblosi nega la Mutantropia evolutiva, incoraggiando invece l'immobilismo o al limite la mutantropia conformista.

Una società stabile, pacifica e ove sussiste una convergenza di idee per sistema di valori condiviso è ciò che ognuno desidera. Ma una ove invece regnano conformismo e controllo sociale, l'area dell'osnoblosi, è destinata a un triste destino, perché tenta di cristallizzare il futuro nel nome di un miope presente consumista, di falsa ricchezza a fronte di gravi scompensi sociali e ambientali, soprattutto a livello globale. Il proposito in sé è vano: l'uomo non è mai riuscito veramente a controllare gli eventi, vero è che nel tentativo ha rovinato l'esistenza di parecchi suoi simili.

Come reagire? Le tre colonne/dimensioni della civiltà umana sono la scienza, la religione e l'arte. La scienza si divide in quella dell'uomo e in quella della natura. Quest'ultima, la Fisica, ha trovato nella Quantistica un compimento probabilmente invocato da millenni. Per quelle dell'uomo la Mutantropologia si trova a suo agio con la Teoria della Sincronicità di Jung. Di religione, o Scienza Sacra invece, fino ad ora si è deciso di non parlarne, se non per minimi cenni.

Per poter cambiare l'uomo, la situazione, la società, il futuro, ci rimane da parlare dell'arte. Un'arte ancella dell'anima com'essa è nata per essere, un'arte che guardi l'uomo di oggi e pietosa se ne sappia prender cura. Un'arte che faccia ciò che ha sempre dovuto fare: destabilizzare certezze illusorie e unire a più elevati stati di coscienza tramite un linguaggio non referenziale ma tuttavia simbolico, cioè significante e unificante (almeno finché conformismo ed osnoblosi non l'hanno messa al loro bieco servizio). Un'arte sinestesica, per un'epoca che della tecnologia multimediale ha fatto la sua bandiera, il suo feticcio, la sua palla al piede, insomma il suo Giano Bifronte.

L'umanità di oggi, permeata di una tecnologia che obtorto collo l'ha urbanizzata nel villaggio globale, è ancora in possesso delle capacità e delle prerogative pensate ab aeterno per l'Uomo? Secondo noi anche una Sinestesi dagli effetti mutantrogenici può dirlo.

E che ognuno scelga quale Mutantropo essere :)

25 marzo 2012

Mutantropia e Sinestèsi

La Sinestèsi crea una Sinestesopera quando:
1)    Vi sia la partecipazione di più artisti del tipo evolutivo finalizzata a diminuire, fino ad annullare, gli “effetti di personalità” di ogni singolo.
2)    Vi sia un chiaro riferimento impersonale ad archetipi eterni connaturati all’uomo.
3)    Sia prevista la partecipazione dello spettatore in modo, almeno in linea di principio, irripetibile.
4)    Vi sia un fine altro rispetto ai mezzi di richiamo tipici dell’entertainment, quali lo shock sensoriale, la sorpresa o l’eccessivo coinvolgimento emotivo.

La Sinestèsi può distinguersi dall’arte multimediale e da quella sedicente sinestetica contemporanea anche grazie alle categorie mutuate dalla Mutantropologia. Ciò perché la Mutantropia intrattiene rapporti eccellenti con qualunque forma d’arte, nella misura in cui quest’ultima suggerisce intuitivamente una “verità”, contribuendo quindi ad instaurare un cambiamento migliorativo nel fruitore.

E non tutte le sinestesie sono mutantropiche: un fulmine che colpisce o un cane che azzanna la caviglia danno origine a esperienze di certo fortemente sinestetiche, ma sicuramente non migliorative (al limite, se correttamente elaborate, mutantrogeniche). Tuttavia tutte le esperienze mutantropiche sono sinestetiche. Da questo punto di vista si può definire la Sinestèsi come quell’estetica o quella poetica che si occupa degli eventi di sinestesia mutantropici, quindi culturali. In altre parole: quando una sinestesia ha effetti mutantropici, è materia di studio della Sinestetologia in quanto disciplina. E, come esiste una Mutantropologia cosmica, così esiste una Sinestetologia cosmica, la quale studia le cause o i fenomeni fisici naturali universali che portano, attraverso esperienze sinestetiche, a effetti mutantropici o mutantrogenici.

Tuttavia è innegabile che l’uomo di oggi si ritrovi intrappolato in un sistema sociale tanto complesso quanto cogente, ove dinamiche osnoblotiche non permettono più una Mutantropia precedentemente definita “evolutiva”, cioè affrancata dai condizionamenti sociali del conformismo o personali, anche se spesso socialmente indotti, dell’egonanismo. I beceri coinvolgimenti emotivi, le promesse di sollazzo sensoriale, il risveglio di paure ancestrali (tipici meccanismi dell’ego), i mentalismi cervellotici e auto compiacenti, portano il fruitore dell’arte moderna a un punto di apparente non ritorno a cui sembra inesorabilmente condannato: essere un consumatore acritico di piacere inoculato per via culturale.

Tutto ciò viene evitato dall’arte Sinestesica: Il fruitore è garantito dall’Osnoblosi, poiché la Sinestesopera, per quanto eventualmente gradevole o piacevole, non è certo un’opera di intrattenimento, bensì esclusivamente finalizzata a far emergere domande sepolte (qualche volta da eoni) nella sua interiorità. L’Arte Sinestesica realizzerà l’opera senza nemmeno voler evocare fobie di sorta, poiché il processo di fruizione eviterà sovratoni stentorei o d’effetto e si limiterà ad approcci invitanti a un “altrove”. Il processo è garantito dall’egonanismo in quanto nessun artista gli è “guru”, nessuno indica una strada maestra ed univoca da percorrere dettata dal proprio stato di coscienza del momento. L’unico “intervento” umano è l’idea con la quale connettere il gruppo di artisti, di cui comunque ognuno è autonomo nella propria creatività, all’archetipo di riferimento.

La Sinestèsi, con la sua capacità unica di risvegliare possibilità latenti, riporta l’uomo nella condizione di trovare in sé stesso la causa prima di quei processi di cambiamento precedentemente definiti mutantropici evolutivi. Ovvio: finché si è disposti ad apprendere, cioè a rimanere intellettualmente onesti di fronte ad eventuali apateporie.

21 marzo 2012

Albert Einstein

Per me è sufficiente il mistero dell’eternità della vita, il sentore della meravigliosa struttura dell’universo e della realtà, insieme al tentativo di comprendere quella parte, sia pure piccola, della ragione che manifesta se stessa nella naturra.

18 marzo 2012

Arte Sinestesica

Quale alternativa si propone oggi all’arte multimediale masturbatoria o alla cosiddetta arte sinestetica illusoria? Quale altra faccia della stessa medaglia può contrapporvisi esteticamente, epistemologicamente ed eticamente? E chi è in grado di crearla, all’infuori dell’artista egoico moderno?

Secondo noi è la Sinestèsi, estetica e poetica in grado di creare vere Sinestesopere. Queste devono essere forgiate da “veri” artisti, cioè mutantropi evolutivi che ragionano con la propria testa ma non secondo il proprio interesse. L’accento è posto sull’esperienza e relega l’artista, comunque sempre di alto livello, a un ruolo di secondo piano. L’artista c’è, è presente con la sua proposta, ma la sua personalità non è al centro dell’opera. L’opera stessa non ha un centro ben preciso, dando origine così, e finalmente, ad un’opera eccentrica. L’artista c’è e nel suo ambito, nel suo “senso”, è solo, ma deve collaborare con almeno un altro artista, o con almeno un altro senso e/o altro ambito. L’opera d’arte che ne ha origine è unica, imprevedibile ed irripetibile.

L’arte sinestetica, o più esattamente “arte a fini sinestetici”, nonostante gli illustri predecessori - dai poeti maledetti Baudelaire e Rimbaud, che dall’uso di droga vivevano esperienza sinestetiche, ai pittori visionari alla Kandinskij, sinestetico per malattia, dagli happening di Kaprow, sinestetici per collettivizzazione, al “teatro totale” del Living e di Grotowsky - presuppone un approccio assolutamente innovativo al fatto artistico, nell’intento di creare un’opera in grado di connettere ai tradizionali sensi fisici anche i sensi interiori che sono di diversa e variegata qualità in ognuno di noi. Ma è necessario andare oltre. Con l’arte multimediale siamo rimasti agli anni 60, a una sorta di “teatro totale” semplicemente riverniciato di tecnologia. Oggi è forse necessario “eticizzare” l’arte, ovvero darle un senso, una funzione che quando non è sociale (certi tempi e certe ambizioni hanno mostrato tutti i loro limiti) diventa soggettiva, interiore.

Non si possono cambiare le masse, questo sembra insegnarci la storia del XX secolo. Non si può neanche cambiare il singolo senza fargli il lavaggio del cervello, questo insegna la neuroscienza, ma una cosa si può tentare. Trasportare l’utente in un luogo che appartenga solo a lui stesso, nel momento in cui entra in contatto con un’opera d’arte: nel momento in cui il contatto avviene, l’opera si manifesta. Solo così si può tentare di risvegliare nuove potenzialità dell’animo umano, forse in parte ancora inespresse.

Ma com’è possibile? Chi si prende la responsabilità di un gesto simile? Chi può affermare con certezza “questo è il luogo della tua interiorità”? Di certo non l’artista egoico moderno, ma di sicuro nessun uomo in quanto tale è scevro dal sospetto di interesse. Per questo l’arte Sinestesica, per configurarsi come tale, insieme alla molteplicità degli artisti necessita di un altro criterio: l’impersonalità dell’opera, cioè della provocazione estetica. Che non sarà più un’invenzione dell’artista, bensì il chiaro riferimento ad un aspetto eterno dell’animo umano. Quali sono? Quelle che Platone chiamava idee immutabili e Jung chiamava archetipi, simboli eterni, universali presenti nell’inconscio collettivo. Anche il meme può appartenere a questa categoria, perché essa comprende i segni culturali, sebbene alcuni lo neghino e non senza argomenti. Spesso i meme sono i marchi culturali che ogni epoca ha attribuito agli archetipi. Altri invece sono nati per svolgere funzioni osnoblotiche (essendo anche l'osnoblosi in fondo un archetipo), o tramite queste sono fioriti. Intuitivamente sono i meno adatti alla Sinestesopera. L’invenzione dell’artista, o del provocatore estetico creatore dell’opera, semmai, sarà la modalità con cui questa si riferirà all’archetipo, il quale dev’essere rispettato nella sua purezza e non piegato a logiche o ideologie alcune. 

Lo spettatore sarà così isolato per un attimo dal fragore del mondo, dal collasso dei significanti, e portato in un’oasi di calma. E non sarà solo: ci sarà qualcuno con cui dovrà mettersi in rapporto. È quel “se stesso” che salta fuori solo in certi momenti, che aiutato dall’esperienza sinestetica sarà in grado di comunicare il proprio messaggio.

L’arte è tale se provoca le categorie estetiche della propria epoca, ma quale provocazione può essere maggiore dell’esplorazione di nuove forme insite nell’uomo? Inediti sensi sopiti da millenni, che forse in passato, chissà, erano ben diversamente attivi, sensi così incredibilmente importanti, così drammaticamente fondamentali nello sviluppo di quell’unico sistema così straordinariamente complesso che chiamiamo uomo, di cui forse abbiamo perso la memoria ma di cui conserviamo la coscienza.

Solo la sinestèsi permette all’uomo il vero vissuto formativo, quello che la neuroscienza indica registrarsi profondamente nell’ipotalamo. La ricerca dell’esperienza totale, ultimativa, che risvegli sensi e potenzialità nascoste da eoni, che dia finalmente un senso compiuto all’indecifrabile complessità del reale.

14 marzo 2012

Karl Popper

Ogniqualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere.

11 marzo 2012

Osnoblosi, Sinestesìa, Sinestetica e Sinestèsi

Si diceva che per avere sinestesìa, o esperienza sinestetica, dall’altra parte è necessaria un’arte multimediale. Ma già si è fatto cenno ai fenomeni osnoblotici che hanno come effetto la sostituzione dell’entertainment all’arte, ovvero porre una pseudo-arte creatrice di consenso al posto dell’Opera portatrice di destabilizzazione. Questo processo risultava relativamente più facile con le opere monosensoriali: sostituire Dostojewsky con un libro Harmony, soprattutto se opportunamente pubblicizzato, è operazione relativamente semplice. La sovraesposizione di componenti sentimentali, la già citata “pornografia femminile”, è sempre stata una trappola osnobloica, così come l’andare a sollecitare atiquifobie e apatepofobie all’unico scopo di inculcare poi tesi rassicuranti e decisamente interessate. Anche un testo di finto smascheramento come Il Codice da Vinci è operazione eminentemente osnoblotica, se non fosse che il suo stesso autore l’ha riconosciuto di puro intrattenimento. Forse non esiste nulla di più efficacemente osnoblotico delle opere di smascheramento ingannevole.
 
Gli altisonanti, anzi forse roboanti, proclami dell’arte multimediale cominciati dalle istallazioni degli anni 70, fino ad arrivare alle (ridicole) esperienze di cyber-sex dei 90, sembravano garantire da questo rischio: la multimedialità, essendo in grado di attivare una multisensorialità che certifica se stessa tramite la ridondanza sensoriale dell’informazione, avrebbe dovuto garantire da possibili manipolazioni ed inganni di stampo osnoblotico. Nulla di più falso: le carature intellettuali e gli stati di coscienza degli artisti egoici hanno portato tutta l’arte multimediale a livello di entertainment moderno, un vero e proprio carosello tecnologico, baraccone del divertimento dell’uomo contemporaneo, come lo stesso concetto di cyber-sex denuncia. L’accento stesso sulla multimedialità enfatizza il messaggio ma soprattutto l’emittente, l’artista dalla debordante e innovativa personalità, 
per quanto intellettualmente modesta, il già ricordato artista di tipo egoico. La realtà virtuale nella quale si trova lo spettatore moderno è una realtà prevista, preordinata, quando non imposta, e per questo obbligata. Ed i criteri per la sua scelta, per il suo successo, sono esclusivamente legati a promesse a sfondo ludico, quindi masturbatorio. Mai una vera domanda, mai un’interrogazione profonda, se non sulla correttezza della propria percezione, insomma l’unico effetto che tale arte sembra voler sortire è la “sorpresa”. Le installazioni esposte al Museo del 900 di Milano sono addirittura impietose in tal senso.

Consci di questo problema, negli ultimissimi tempi sono nati dei gruppi che, volendo preservare la purezza dell’opera da intenti mistificatori, hanno creato arte dichiaratamente ispirata alla sinestesìa, o arte sedicente sinestetica. Ma basta girare in rete per ritrovarvi in molti siti tutte le modalità egoiche ed interessate che hanno portato il mondo dell’arte allo stato attuale di sostanziale immobilismo ed inefficacia. Addirittura su Wikipedia c’è un articolo dal titolo “la cucina è un’arte sinestetica” che denuncia inequivocabilmente il tentativo della longa manus osnoblotica di impossessarsi anche di questo concetto.

Emerge quindi l’esigenza di un concetto nuovo, assolutamente altro, che qui definiamo Sinestèsi, per andare
-    Oltre alla sinestesia, mera esperienza multisensoriale, quando non disfunzione patologica
-    Oltre all’arte multimediale, ridotta a feticcio tecnologico masturbatorio
-    Oltre all’arte sedicente sinestetica, non dotata di statuto teorico sufficientemente forte da resistere alle odierne tentazioni osnoblotico-manipolatorie
-    Per una sinestetica come poetica di un’arte non influenzata da interessi sociali ed arrivismi egoici personali, ovvero finalmente in grado di risvegliare sensi latenti sepolti nell’uomo e definitivamente a lui connaturati.

Sinesthesys, da cui deriva Sinestèsi, significa “senza estetica”, come “senza tesi”, oppure ancora, utilizzando il suffisso “sys” come abbreviazione dell’inglese system, “senza sistema”.  Vuol’essere un’estetica, una sin-estetica e una poetica che garantisca un’arte nuova, ovvero in grado di  scatenare fenomeni di Mutantropia evolutiva, cioè di aumentare lo stato di coscienza del fruitore in modo impersonale perché affidato alle eterne verità con cui l’uomo è nato per misurarsi.


Sì, ma come?

6 marzo 2012

L'Arte e i Suoi Sensi

L’uomo vive immerso in un ambiente più che significante, addirittura ridondante, in cui un coacervo di segnali e simboli si intrecciano e si sovrappongono, affermandosi e negandosi, fino a sfiorare il cosiddetto collasso dei significanti. Per fare ordine i sensi compiono un’operazione di sincretismo, o forse più esattamente di sintesi, che permette alla coscienza di identificare come oggettivo un representamen semiotico definito univocamente per ridondanza di segni (se ho il dubbio di avere una pera davanti a me perché temo che gli occhi mi ingannino, posso sempre toccarla e/o annusarla).

Multisensorialità significa polisemia, ma messaggi diversi che impressionano sensi diversi possono arrivare a contraddirsi. Al fine di eliminare ogni tipo di ambiguità dalla sua comunicazione di informazione, l’uomo ha inventato codici referenziali, cioè riferiti ad un unico oggetto, e monosensoriali, che utilizzano cioè un solo senso. E questi sono tipicamente o la vista (parola scritta e simbolo grafico/visivo), o l’udito (parola parlata e simbolo sonoro). Per esempio se lo studente tradizionale passa ore sui libri consumandosi la vista, il cartello stradale “senso unico” in questo senso è addirittura sorprendente: su un solo canale, colpisce un solo senso, indica un solo inequivocabile messaggio, che contiene un’unica direzione. Eppure l’esperienza universitaria, eminentemente nel caso di una lezione, è un’esperienza sinestetica così come quella della guida su strada.

Fuori dalla referenzialità, ma sempre rimanendo nell’ambito culturale, troviamo l’arte e in parte anche certo artigianato, perché no?, nonostante sia strutturalmente inadatto ad essere polisemico. In Occidente i generi “nobili” dell’arte, pittura, scultura, poesia, musica e architettura, nel corso dei secoli hanno voluto specializzarsi in un proprio canale sensoriale precipuo. Questa specializzazione risulta forse meno sorprendente di quella sopra esposta riguardo il referenziale: l’impegno monosensoriale tipico dell’ascoltatore o dell’osservatore tradizionale permette quei momenti di vuoto, quella pausa dalla ridondanza che sola può favorire quel silenzio interiore così necessario alla riflessione e ad una corretta interiorizzazione dell’opera d’arte. Interiorizzazione che, per quanto l’opera sia monosensoriale, è comunque figlia di un’esperienza di tipo sinestetico: la lettura, ad esempio, rappresenta in sè un’attività “qualsiasi”, indifferente, al più interessante, a tratti noiosa, probabilmente presto dimenticata e rimossa; infatti è solo il riconoscersi nell’opera, è l’accettarne le strategie comunicative logiche ed emotive, quand’anche si trattasse di mero scritto, a renderla unica. Noi vi partecipiamo, ci riconosciamo, ne apprendiamo in modo indelebile grazie alla sequela delle emozioni, degli auto-riconoscimenti, dei sussulti, delle indignazioni e dei blocchi o sblocchi emotivi interiori, un’esperienza sinestetica alla massima potenza.

Laddove l’arte parla a più sensi, invece, come ad esempio per il teatro o il balletto o più recentemente il cinema, che comunicano con vista ed udito, essa è detta multimediale, cioè basata su più mezzi. L’esperienza di chi la vive è multisensoriale. Ma laddove i sensi si combinano a creare qualcosa di nuovo, di superiore alla somma delle singole componenti, allora si parla di vera esperienza sinestetica. Derivata dal greco συν (syn) “insieme” e αισθησίσ (aisthesis) “percezione”, la sinestesia come processo naturale standard è la capacità di vivere un’esperienza con più sensi contemporaneamente inferendone informazioni supplettive, mentre dal punto di vista psicologico è il sovrapporsi neurale anormale di due o più sensi che porta a percezioni inedite e difficilmente esprimibili.

Certo! innanzitutto l’esperienza più sinestetica che esista è quella della realtà, la quale è anche, per quanto forse in minima parte, un fenomeno culturale. Le “componenti culturali della realtà” sono quelle create dall’uomo in quanto essere pensante: gli scritti, i simboli umani, i manufatti, i gesti culturali (la differenza fra uno starnuto improvviso/incontrollabile e uno defluito nel fazzoletto). Queste componenti, a loro volta, possono essere categorizzate come idee (che a loro volta si dividono nei principi eterni di Platone e in quelli culturali detti meme), come segni (scritti e simboli che ad esse rimandano); o come materializzazione/manifestazione delle stesse nei manufatti, nelle ideologie, nelle culture e nelle società, comunque delle idee sempre simboli e ad esse riconducibili, perché ogni oggetto, segno o effetto culturale è sempre considerabile come simbolo della sua causa.

Si può quindi cominciare ad affermare che è possibile parlare di segno sinestetico in senso stretto ed appropriato solo laddove si considera la sfera culturale. Questa distinzione è necessaria poiché, essendo quella sinestetica un’esperienza, non esisterebbe attività umana di sorta che non si configurasse come sinestetica (da quella defecatoria a quella sessuale). In questo senso si definisce sinestetica strictu sensu, quindi, l’esperienza di chi viene stimolato culturalmente su più sensi.

Il problema è che, come s’è già visto, a un certo punto di questo processo s’inserisce l’Osnoblosi.

27 febbraio 2012

Ideologia, Arte e Civiltà

Speriamo che a questo punto sia chiaro che non tutto l’influenzamento nei confronti del mondo esterno è osnoblotico, anzi! l’uomo ha il sacrosanto dovere di agire sul mondo e cambiarlo per il bene. E non per citare Socrate a sproposito, ma questo diviene possibile solo perseguendo una verità. E si sa che una verità è comunicabile in modo univoco solo se ideologica - cioè data da umane teorizzazioni; teologica o rivelatio divina; oppure scientifica, ovvero sopravissuta alla prova dei fatti (queste ultime pochissime). L’Osnoblosi quindi non è ideologia, anche se molte verità ideologiche sono de facto osnoblotiche perchè finalizzate a un’incurante e bieca convenienza. Tuttavia lo statuto teorico della verità ideologica, cioè il suo derivare dagli sforzi intellettuali di qualche grande pensatore, al contrario di quella osnoblotica perlomeno possiede il beneficio del dubbio: potrebbe essere vera. La "verità" osnoblotica no, è falsa, non è verità e lo si sa, lo sanno tutti. Il problema è che si finge di non saperlo.

Tuttavia è anche pur vero che col tempo qualunque verità umana viene ad essere negata, poiché nella storia e nella natura è data di fatto la non sussistenza di verità umane eterne, che quindi non riescono a divenire “scientifiche”, al contrario di quelle naturali archetipiche che sono postulabili di origine divina. Da questo ne consegue che col tempo la verità ideologica, dopo aver passato un più o meno breve periodo come verità “scientifica”, cioè in grado di fornire risultati pratici, o viene riconosciuta come obsoleta e abbandonata, o viene imposta in modo autoritario/dittatoriale, oppure ancora diviene una verità osnoblotica, dando origine al fenomeno detto di osnoblotizzazione ontologica della storia, o del sistema di valori. Esempi pratici li hanno forniti le ideologie del pensiero unico strictu sensu (il liberismo) e del marxismo: entrambi hanno portato sia risultati positivi, sia successivamente grandi fallimenti. La loro imposizione come verità assolute è un atto osnoblotico rispettivamente della classe imprenditoriale e di quella cosiddetta operaia, o di chi trae vantaggio dal suo sfruttamento ideologico.
 
Fra i fenomeni che l’Osnoblosi comporta, quello che maggiormente indigna chi utilizza l’intelligenza e il pensiero elevato è la negazione dell’arte. L’Osnoblosi DEVE negare l’arte, ne va della sua stessa sopravvivenza. Anche la vera arte comunica una verità, sebbene intuitiva e non univoca, segnatamente polisemica, perchè altrimenti non sarebbe arte ma verità di uno dei tre tipi sopra elencati. E la verità invece ha il grande pregio di portare comunque a dubbio, discussione, superamento e evoluzione. Insomma Mutantropia.

Tale negazione comunque non ha rivestito sempre le medesime forme. Forse memore delle aberrazioni naziste che hanno comportato la distruzione di interi capolavori moderni dopo averli etichettati come arte degenerata, la società contemporanea osnoblotica ha escogitato un sistema 
tanto più efficace quanto intellettualmente offensivo. Questo per un’ambiguità di fondo che in determinati casi può avere certa arte, ovvero la capacità di dare piacere, portare sensazioni gradevoli. Sia chiaro: se parliamo di vera Arte, la sua artisticità non risiede nel proporre svago o sollazzo, ma nella sua singolare capacità di comunicare verità anche scomode, o addirittura ripugnanti, in modo leggero e divertente. O tramite altre componenti sommariamente etichettabili come ludiche, come il sentimentalismo becero, da alcuni definito “pornografia femminile”, o l’emozione forte fine a se stessa cioè la paura, atiquifobia o apatepofobia, evocata per il gusto della paura stessa. in fondo egoico perché a fini autoconservativi. 

L’opera culturale che non ha altri scopi se non dare sensazioni soddisfacenti, de facto NON è arte: è artigianato, spettacolo, intrattenimento, al limite invito alla masturbazione, ma non arte. È formula che sostituisce la forma, nell’arte sempre unica, per quanto riproducibile. Sua singolare caratteristica è l’elevata capacità di escludere le facoltà cerebrali, ovvero di addormentare le coscienze e creare consenso. Negazione osnoblotica dell’arte, tipica delle società moderne, non è tanto negare il diritto di esistenza all’opera, bensì negarle l’accesso (ormai necessario alla sua diffusione) dei principali canali di distribuzione e marketing, proponendo contemporaneamente come "vera arte" l’artigianato e l’entertainment, quando non addirittura l'"industria culturale".  La cui piacevolezza rinforza i fruitori sulla giustezza della loro scelta, oltre che sulla percezione di bontà di chi lo offre.
 

La creazione di consenso tramite l’uso di artigianato, intrattenimento, spettacolo, seduzione carnale, soddisfazione di appetiti in genere, a prescindere dal fatto che la si contrabbandi per vera ed unica arte (cosa che comunque troppo spesso avviene), è operazione eminentemente osnoblotica, sebbene ampiamente condivisa da dittature e regimi totalitari. 
In merito si prega di notare come il successo di certe odierne parti politiche sia derivato dal successo, in primis commerciale, di spettacoli mediatici distintisi da quelli storicamente precedenti per la spregiudicata esposizione di parti anatomiche femminili. Da notare inoltre l’incredibile sovraesposizione di programmi a sfondo culinario e voyeuristico (GF etc.) nei palinsesti dei media contemporanei.

20 febbraio 2012

La Matrice Mutantropica, ovvero dell’apparente Mutantropia del conformismo

Ci scrive GaetArr: orrore: nel post s’è affermato che il conformismo è un gesto mutantropico!  Ma com’è possibile? La Mutantropia non era una cosa positiva? Non ci capisco più niente…

No, è stato detto in più occasioni che il fare Mutantropico è un approccio esistenziale, un modus operandi, che può essere “positivo” o “negativo” come qualunque altro modo umano. Il Mutantropo è un uomo che sceglie di cambiare, di adattarsi alle circostanze, ma come ogni uomo lo fa per perseguire i propri scopi più o meno nobili. Certo, cambiare adattandosi ad un modello esistente come fa il conformista, ovvero non concepire la propria immagine utilizzando la creatività data dalla propria testa e dalla propria coscienza, ha un gusto come di cosa meschina.

Il conformismo, tra l’altro, è una mutantropia apparente. È vero che il soggetto muta e lo fa con intenzioni di miglioramento, ma si adatta a una copia, a qualcosa di standardizzato e quindi, nel presente, immutabile. Previsto e sempre uguale. Indossa un’uniforme e l’uniforme se mai muta lo fa diacronicamente, mentre sincronicamente non consente eccezioni (certo dipende dall’uniforme, ma il discorso regge anche per molti “alternativi al sistema”). Mutare in qualcosa di immutabile è in fondo un gioco di specchi.

Come s’è già affermato, c’è poi il caso dell’egonanismo, che sottopone il fare mutantropico ad una sorta di incoronazione della personalità, di autocelebrazione, o anche solo di autoindulgenza. Ecco quindi delineate due coppie di variabili che definiscono la MATRICE MUTANTROPICA: i mutamenti umani possono essere o non essere egoici e/o conformisti. In realtà, a ben vedere, rappresentano la faccia privata e quella pubblica della stessa medaglia, ovvero quella delle aspettative interessate, di efficienza nell'opportunismo.

-          Davanti a mutamenti insieme egonanistici e conformisti, abbiamo a che fare con un essere umano interessato e opportunista, un mutantropo assolutamente apparente, in realtà una figura molto vicina a quella dell’osnoblotico nella sua volontà di influenzare l’ambiente circostante, sebbene per il tramite dell’intervento su se stesso. Oppure semplicemente un borghese, arrivista ed acritico come la società lo vuole.
-          Se i mutamenti sono conformisti ma non egoici, abbiamo a che fare con un uomo grigio e senza fantasia o con una persona molto modesta. L’impiegato sconfitto dal sistema sociale, l’homo faber parcellizzato, il militare. Ma anche l’uomo umile, che non vuole apparire: teoricamente anche gli iniziati a verità spirituali dovrebbero assumere un comportamento simile. Quindi Mutantropo mediocre o grigio, oppure (in rari casi) Mutantropo umile, “in uscita dal mondo”.
-          Se essi sono egonanistici ma anticonformisti, abbiamo l’anfitrione, l’esibizionista, l’intellettuale da talk-show, insomma la persona che vuol farsi notare, o Mutantropo egopatico. Ma anche l’artista di tipo egoico (senza giudizi sulla sua arte, che può comunque essere la migliore), così caratteristico dell’epoca moderna.
-          Mutamenti non egoici e anticonformisti segnano invece la Mutantropia evolutiva, o percorso di vita onesto. Con ciò non si dice “vincente” o scevra di errori, ma a logica l’unica in cui l’uomo può raggiungere risultati che possono dirsi di vera esperienza: cambio con la mia testa e la mia coscienza nel nome di un “bene” (non di un mio interesse, ed in ogni caso non “contro” il bene di un altro) e vedo cosa succede. Si vedrà in seguito come a questa categoria appartengano gli artisti di cui qui si caldeggia l’avvento.

matrice mutantropica
MUTAMENTO
egonanista
non egoico
conformista
M. osnoblotico o borghese
M. mediocre, M. umile
anticonformista
M. egopatico, artista egoico
M. evolutivo, “vero” artista


Nella realtà sappiamo bene che queste 4 categorie sono variamente unite e miscelate, nelle vacillazioni dell’animo umano. Ma si tratta proprio di ciò a cui serve l’esperienza di vita: a metterci davanti a meschinità ed egoismi smascherandoci, cioè ad emendare le cose guaste. 

15 febbraio 2012

Konstantinos Kavafis

E se non puoi la vita che desideri, cerca almeno questo:  per quanto sta in te di non sciuparla nel troppo commercio con la gente 
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro in balìa 
del quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti
fino a farne una stucchevole estranea.

12 febbraio 2012

Osnoblosi - Distinzioni

Le principali critiche alla teoria dell’Osnoblosi sono state sostanzialmente riassumibili nell’accusa di mancanza di novità: essa non sarebbe stata nulla di nuovo, ovvero rappresentava il nome alternativo di una qualche vecchia categoria già ampiamente utilizzata nell’analisi sociologica, quando non antropologica, più o meno appartenente all’area del controllo sociale. Il problema però per questi detrattori fu di stabilire quale. Secondo i più essa altro non sarebbe che connivenza: una sorta di accordo collettivizzato con le varie forme di potere, per quanto aberranti. Altri, forse i più estremisti, sostenevano che fosse lo specchio del pensiero unico, dell’indottrinamento, tremendo nelle società capitaliste. Gli psicologi la accusavano di essere una forma di ipocrisia di massa, gli amanti della cospirazione evocavano il condizionamento dei media, dei poteri occulti in una sorta di proselitismo su larga scala, mentre i semplicisti si limitavano a bollarla come banale conformismo. A prescindere dal fatto che un nuovo punto di vista su una rosa di fenomeni aiuta solo ad analizzarli meglio, suffragando quindi comunque la teoria dell’Osnoblosi, le cose non stanno così. Non volendo annoiare chi ci segue, si darà una confutazione sintetica ad ognuna di queste posizioni:

-    Connivenza: l'assistere passivamente o dando il proprio consenso a un atto disonesto che si potrebbe impedire, consentendone lo svolgimento. Nella definizione di Osnoblosi è già contraddetto tale punto di vista: l’osnoblotico è tutt’altro che passivo, anzi, de facto è un fautore attivo di malcostume, o almeno un persuasore più o meno occulto. Se ne deduce che l’Osnoblosi è ben più della connivenza, in quanto un osnoblotico può essere connivente, mentre un “semplice connivente” non ricopre tutto il raggio d’azione dell’osnoblotico. Forse chi ha formulato tale contestazione ha solo compiuto un piccolo errore di prospettiva: semmai è il potere ad essere connivente con l’Osnoblosi, ampiamente ricambiato.

-    Effetto del proselitismo, o “indottrinamento positivo”, finalizzato ad un interesse almeno sommariamente percepito come impersonale, come valore reale ed oggettivo, non un “proprio interesse”. È indiscutibilmente simile al processo di Osnoblosi, in quanto tentativo messo in atto da una parte della massa di influenzare la parte rimanente verso la propria opinione. Ma nel caso di proselitismo deve esistere un’ideologia o una fede di riferimento, cioè una verità ideologica o teologica, mancanti nell’Osnoblosi, che al più si riferisce ad un sistema di potere, per quanto si configuri anche in assenza di questo laddove venisse percepita comunque una convenienza. In ogni caso mancano proprio le verità, tipiche di chi fa proseliti, perché l’osnoblotico è più o meno consapevole delle falsità che va diffondendo.

-    Effetto dell’indottrinamento del pensiero unico, in effetti una categoria molto vicina, che descrive perlomeno uno dei principali tentativi di imposizione osnoblotica da parte del potere politico e di quello economico sulla società, quindi fra le critiche formulate quella più sensata. Tuttavia l’Osnoblosi non è un pensiero, ovvero qualcosa di teorico e in potenza, bensì uno stato di fatto, qualcosa di pratico e in atto. Inoltre il pensiero unico è imposto dai poteri in questione, mentre l’Osnoblosi nasce spontaneamente in chi la vive. Certo normalmente, ma non sempre!, dietro diretta pressione del potere, tuttavia nella divergenza che quasi sempre le cose hanno fra il loro desiderio e la loro realizzazione de facto sussiste la differenza "quantitativa" fra i due concetti. Quindi, se da una parte è innegabile costatare che lo scopo principale del pensiero unico sia instaurare, tramite indottrinamento ed altro, un diffuso stato di Osnoblosi, dall’altra è necessario aggiungere che quest’ultima, oltre a rappresentare un concetto diverso, è comunque un fenomeno molto più articolato e complesso, fino ad essere in certe sue parti anche contraddittorio, cosa che il pensiero unico tende a non essere mai. Ecco perché il discorso “l’indottrinamento è la causa, l’Osnoblosi l’effetto” non esaurisce la problematica. Alcune cause dell’Osnoblosi sono le medesime della Mutantropia: frustrazione dell’uomo (Limiti) e sua propensione ad un miglioramento economico/sociale; altre invece le sono tipiche: inettitudine, disagio psichico, senso di inadeguatezza, paura di mettersi in discussione, avidità incontrollata. È quindi la soluzione ad essere diversa: cambio me stesso vs forzo il mondo. Il pensiero unico propone una soluzione a queste problematiche ma, come si vedrà in seguito, sono in genere le proposte di facile soddisfazione di bisogni primari a instaurare dinamiche osnoblotiche. Non dimentichiamo l’incapacità che ha il tossicodipendente di poter agire per migliorare la sua situazione, quand’anche abbia riconosciuto la sostanza stupefacente come potenzialmente dannosa. Men che meno dimentichiamo l’osnoblosi del “vincente”, ovvero del conservatore, che ama l’immobilismo sociale al fine di preservare i propri privilegi.

-    Conformismo, forse la più grande svista. Esempio di conformismo può essere il gruppo di adolescenti. I nuovi entrati, i più giovani, i più deboli, si uniformano al/ai leader - ogni gruppo sociale ha sempre due leader, uno razionale e uno emotivo - emulandone atteggiamenti, abbigliamento e gusti musicali. La percezione negli emulatori è di trarne vantaggio, imitando modelli percepiti come “vincenti”. Si tratta insomma di un caso di Mutantropia, cioè di cambiamento della propria persona tramite un’intenzione “positiva” di auto-miglioramento ed oggettiva (nei limiti della percezione individuale) nel riconoscimento del reale. È innegabile che, a livello macro, quindi della società nel suo complesso, un processo identico si verifichi nei confronti di certi leader politici che, nonostante un passato torbido e un presente di vacue promesse, risultino però particolarmente carismatici agli occhi della massa. Altrettanto innegabile che l’Osnoblosi possa originarsi da e in parte costituirsi in tale processo. Però poi, forse per intrinseca coerenza, la strada che percorre è un’altra, da un certo punto di vista addirittura opposta, rappresentando così una sorta di degenerazione del conformismo, fenomeno già poco auspicabile di per sé. Non più cambiamento di sé in conformità/emulazione di un modello ma, in seguito alle più varie frustrazioni ad apatepofobie, influenzamento/condizionamento dell’ambiente circostante, fino alla negazione di verità evidenti e di cui si è consapevoli. Viene così a cadere il fare mutantropico: cambiamento di sé, intenzione positiva e percezione obiettiva. Nella speranza, questa sì anche possibilmente inconscia, al contrario della negazione in sé, di poterne trarre qualunque tipo di vantaggio. Sono normali infatti casi di Osnoblosi anticonformista, come a proposito di un politico criminale pluripregiudicato e come tale disprezzato dai più, discorsi del tipo: "Quello lì fa un po’ il furbetto ma io lo voto lo stesso perchè mi piace chi è capace di perseguire i suoi interessi!”

-    Ipocrisia di massa. Che l’Osnoblosi da un certo punto di vista le somigli è innegabile, anche se non ci risulta che nessuna disciplina all’infuori della Mutantropologia abbia mai trattato l’ipocrisia come fenomeno di massa. Essa riguarda eminentemente la sfera della coscienza individuale, sebbene nei confronti di un pubblico, di un sociale. Ma anche in questo caso si tratta di categorie non omogenee, con la prima compresa nella seconda. Esistono due tipi di ipocriti: quelli etici, o “ingannatori di sistema morale”, coloro che non credono in un dato sistema di valori ma desiderano convincere il prossimo dell’opposto, e quelli morali, o “traditori di sistema morale”, coloro che vi credono ma non ne sono all’altezza per i più diversi motivi (limiti, difficoltà, libidini), eppure vogliono dimostrare di esserlo. Insomma è il sistema morale, ingannato o tradito, a caratterizzare l’ipocrita. L’osnoblotico non ne ha bisogno, gli basta avere un fine, un interesse. Si può definire così l’ipocrita come “osnoblotico in relazione a sistema morale”.

Si può quindi definire l’Osnoblosi come la presenza su vasta scala di un tentativo di condizionamento operato da certi strati sociali nei confronti di alcuni o tutti gli altri, per mezzo di falsità, al fine di trarre vantaggio, scatenando spesso fenomeni di ipocrisia di massa. Essa è favorita dal pensiero unico originato ed imposto dal minimo comun denominatore fra le varie forme di potere che sussistono nel periodo preso in esame.

Quindi non solo connivenza perchè manca la passività e si tratta perlomeno di un rapporto biunivoco col potere; non solo risultato del proselitismo, perché manca una trasmissione di verità; non solo risultato dell’indottrinamento del pensiero unico, poiché esso ne è solo una concausa; non solo ipocrisia di massa, definizione impropria perché di fenomeno psicologico privato, e ulteriormente connotata di morale; e non puro conformismo, categoria quasi opposta e coincidente in minima parte solo con l’origine del fenomeno. L’Osnoblosi si rivela così una categoria più generale di quelle finora utilizzate e quindi utile alla moderna analisi sociale. 

Cioè di quel sistema sempre più complesso che è la società oggi.

11 febbraio 2012

Albert Einstein

La mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un fedele servo. 

Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono. 

5 febbraio 2012

Osnoblosi

L’interazione fra esseri umani, così caratterizzata da egonanismi ed apateporie, scatena ciò che precedentemente è stato chiamato “gene del miglioramento o dell’autoaffermazione”, innescando una serie notevole di effetti mutantrogenici. Tra questi, i più evidenti dal punto di vista sociale sono i processi di emulazione e conformismo, soprattutto quelli in grado di creare i movimenti di massa e le mode.

Un certo conformismo portato all’eccesso crea uno stato psichico diffuso di negazione interessata di evidenti verità, chiamato Osnoblosi negli anni ’80. Allora era poco più di uno sfottò, poi diventò qualcosa di più serio, di più importante, fino a divenire una categoria indispensabile nella moderna analisi sociale, soprattutto per la parte derivata dalla Mutantropologia, che ha il grande merito della sua teorizzazione.

L’Osnoblosi, verrebbe quasi da dire “lo dice la parola stessa”, era una nevrosi… forse sarebbe più giusto dire una deprecabile tendenza somigliante a una leggera nevrosi. L’etimo infatti deriva dalla contrazione eufonica delle parole “nevrosi da ostentazione di snobismo” ed era applicata a quelli che allora a Milano venivano chiamati “i fighetta”. Giovani e meno giovani, anche se tipicamente 25-40enni, normalmente borghesi, normalmente in carriera.

Costoro si distinguevano per scarse esperienze di vita, quindi per un certo ristretto orizzonte mentale, ma soprattutto perché sguazzavano nel nauseabondo sistema di potere che si era venuto a creare: quello cosiddetto craxiano, da cui traevano tutta una serie di vantaggi. Ma il PSI di Bettino Craxi era un’entità che andava ogni giorno macchiandosi di nuove vergogne e per i personaggi di cui sopra era sempre più difficile mantenere alta la testa.

Definiscesi Osnoblosi quel fenomeno sociale di vasta portata - fino ad essere di massa - che prende forma nell’ostinazione volontaria e consapevole nel negare verità evidenti e/o nell’imporre come vere altrettanto evidenti falsità. 

Si distingue dalla semplice ignoranza, o errata convinzione, perchè questa è inconsapevole, e anche dal plagio perchè esso avviene contro la volontà del plagiato. È osnoblotica quella persona che, nel pieno possesso delle sue siappur modeste facoltà mentali, persiste nel sostenere ed esporre tesi di rilevanza collettiva tipiche dell’ignorante, dell’ingenuo, del plagiato.

Connaturato alla “verità” osnoblotica è il fatto che rispecchi un interesse. Anche se non necessariamente si tratta di quello di chi la espone, di certo costui lo fa perché ne percepisce, foss’anche confusamente o inconsapevolmente, una convenienza. L’Osnoblosi in senso lato è quindi quell’insieme di falsità che sono considerate verità per percezione collettiva o collettivizzata di convenienza.

Essa tende all'immobilismo sociale ed è sempre esistita. Essendo sempre esistita, essa è un archetipo dell’inconscio collettivo, più esattamente un meme. Tuttavia, al contrario di molti altri, come ad esempio la Mutantropia, in passato ha avuto ben poche occasioni di manifestarsi appieno, alternativamente osteggiata dalla dialettica sociale, quindi politica, o dall’imposizione autoritarista. Si può quindi affermare che, per quanto sempre esistita, è nelle moderne società occidentali sedicenti democratiche che essa ha trovato la forma più compiuta e duratura.

In questo senso si può tranquillamente affermare che in Italia gli anni 80, buona parte dei 90 e gli anni 2000 siano stati i più osnoblotici della sua storia plurimillenaria.

30 gennaio 2012

L'Atteggiamento Osnoblotico

Riassumendo si è detto che
- l'Atiquifobia, la paura del fallimento, ovvero di fare cose sbagliate (in efficienza ed efficacia) ossia di essere degli incapaci, paura sostanzialmente etica
e
- l'Apatepofobia, la paura dell'Apateporia, ovvero di subire una crisi del sistema di valori ossia di pensare stupidaggini, paura sostanzialmente morale
sono tipiche degli stati mentali negativi e perdenti, segno di un disagio psichico che può arrivare alla depressione, il cosiddetto male del secolo.

L'essere umano, nella media, legittimamente aborrisce tali stati e cerca di evitarli utilizzando due gruppi di strategie:
- mettendosi in discussione e cambiando se stesso: area della Mutantropia, nelle due accezioni di Mutantropia dell'Etica, che reagisce all'Atiquifobia, e della Morale, che reagisce all'Apatepofobia
- irrigidendosi e cercando di cambiare l'ambiente circostante in senso più favorevole: area del controllo sociale cui appartiene l'Osnoblosi.

Ora... nessuno vuol mettere in dubbio il diritto di uomini liberi e mentalmente equilibrati ad accordarsi per dare bella forma ed efficienza al consesso umano, o società, il problema nasce con i cosiddetti "gruppi di potere" che, nel nome dell'auto-affermazione, impongono punti di vista interessati e parziali.

Si definisce quindi atteggiamento Osnoblotico quella tendenza, tanto di singoli quanto di gruppi umani, ad imporre come valori sociali delle falsità di cui hanno consapevolezza.  Senza di questa non si configura l'atteggiamento Osnoblotico, ma ci sarebbe semplice stupidità o illusione in buona fede.

Se ne deduce che nello stesso essere umano, specie se preda di forme più o meno gravi di Egonanismo, possano esserci elementi e atteggiamenti sia Mutantropici che Osnoblotici. Inoltre indice quasi certo di disinteresse, cioè di mancanza di Egonanismo, è l'assenza di atteggiamento Osnoblotico nel Mutantropo.

27 gennaio 2012

Mark Twain

Fra vent'anni non sarete delusi delle cose che avete fatto, ma da quello che non avrete fatto.

Allora levate l'ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele, esplorate, sognate, partite.

23 gennaio 2012

Apatepofobia e Atiquifobia

Se esistesse si definirebbe apateporico quello studio statistico dei fallimenti umani che comprende l'analisi psicologica degli stessi, ovvero l'effetto che hanno sul sistema di valori dell'individuo.

Questi effetti, lo sappiamo, non sempre portano ai risvolti positivi riassumibili nel concetto di Mutantropia. Più spesso degenerano in quella forma di impaurita rigidità che è fondamento dell'Osnoblosi. Anzi, non ci si sbaglia nell'affermare che uno dei fondamenti e presupposti cardine dell'Osnoblosi sia quell'atteggiamento timoroso che qui si definisce Apatepofobia. Da distinguere dall'Apatefobia che è la paura dell'inganno e della frode, materia che dovrebbe essere studio della Psicologia.

La differenza principale fra Apatepofobia e Atiquifobia è la stessa che si cercava di definire distinguendo le tipologie di fallimento: quello del "sistema di valori" e quello della "propria adeguatezza a realizzarli", ovvero la differenza fra morale ed etica.
L'atiquifobo ha paura di fallire, di fare le cose sbagliate, di rivelarsi un incapace, ma il suo sistema di valori non è mai in discussione e i suoi fini sono "giusti".

Forse è la ripetizione dei fallimenti, che infine diventano apateporie, a trasformare l'atiquifobo in apatepofobo: quell'uomo che a furia di subire shock nel sistema di valori che sottende i suoi gesti, cioè nella sua morale, comincia a non fidarsene più.

Una reazione positiva e costruttiva alle inevitabili e benvenute apateoporie, porta l'uomo al cambiamento, alla Mutantropia. Una reazione emotiva, fobica come l'Apatepofobia, lo porta invece ad atteggiamenti negativi e "perdenti", dalle conseguenze molteplici lasciate all'immaginazione del lettore.

Emerge quindi l'esigenza di un'ulteriore distinzione, quella fra una Mutantropia dell'etica - muto forma e apparenza per avere prima e/o meglio le stesse cose, da una della morale - muto per avere cose diverse.

16 gennaio 2012

Apateporia

Apateporia: da Apate/Illusione, Pathos/Esperienza e Aporia/Disillusione.  Ovvero smascheramento nella materia (cosiddetto "di Maya") dagli effetti sconcertanti. Un'esperienza di scacco, di sconfitta, di disillusione che lascia basiti.

E' emersa da molti punti di vista la necessità di uno studio statistico sulle apateporie: quali siano le principali, le secondarie e con che frequenza si presentano. Perché?

La vera Apateporia si configura quando un sistema di valori astratto crolla o fallisce nel tentativo di sua realizzazione nel mondo fisico. Dall'astrale o inconscio collettivo, al fisico o conscio. Il sistema fallisce perchè illusorio, quindi "falso", "sbagliato",  o perchè mal applicato, anche in termini sincronici. La relativa statistica appare indispensabile nello studio antropologico, sociologico e psicologico delle illusioni e delle incapacità umane, ovvero dell'umana goffaggine applicativa.

Che sogni ha l'uomo del nostro secolo? Con che sistema di valori cerca di realizzarli? Come, in che modo, con che frequenza essi falliscono o mostrano i loro limiti (illusioni di merito e di metodo)? Che insegnamento tende a trarne chi è soggetto al fenomeno (nuovo entusiasmo, maturazione, depressione, fuga in alcool e droghe)?

Obiettando che esiste già lo studio sui fallimenti, che comunque non è ancora sistematicamente compiuto, non si nega l'esistenza del concetto di Apateporia. Per quanto sia vero che la gran maggior parte delle apateporie, non la totalità, nascano da un fallimento, è altrettanto vero che a questo non si fermano. Nello studio dell'Apateporia non è il fenomeno fisico o evenementale del fallimento ad interessare, bensì i suoi effetti psicologici e le sue ripercussioni sul sistema di valori dell'individuo o sulle sue modalità di realizzazione, ovvero sulla sua morale e sulla sua etica.

9 gennaio 2012

Egonanismo

Dall'intuitiva etimologia composta dalle parole ego e onanismo, si tratta della tendenza alla cieca autoaffermazione e al soddisfacimento assoluto ed acritico. Esso è assolutamente radicato nell'uomo ed è un istinto animale presente nelle più elementari forme di vita. Esempio archetipico ne è il cancro, o un parassita dall'effetto simile, che approfitta dell'ambiente circostante crescendo tanto da distruggerlo e provocando così anche la propria morte.

Essendo l'uomo un animale sociale, viene presto allenato a controllare le proprie pulsioni egonanistiche. La psicologia definisce egotiche queste pulsioni, accezione che tende ad escluderne le componenti di piacere e appagamento sensoriale. Chiaramente c'è chi in questa operazione riesce peggio e chi riesce meglio, fino a contemplare stati di coscienza che, almeno in linea di principio, arrivano ad annullare ogni valenza o pulsione egotica. Sfortunatamente però l'esperienza quotidiana tende a esibire una grande maggioranza di casi in senso inverso, ovvero di persone che, pur cercando di mantenersi a livelli biologicamente compatibili con la vita ed il consesso sociale, inseguono i loro appetiti in modo miope e inconsapevole, fino a sfiorare spesso l'autolesionismo per semplice stupidità.

Definiremo "egonanista" colui che mostra una prevalenza di tale carattere.

Tra i mezzi che l'egonanista considera più o meno legittimi per il soddisfacimento della propria cupidigia, sono purtroppo da annoverare tutte le tecniche mutantropiche. La maggior parte dei mutantropi, specie agli inizi delle loro esperienze o negli anni di gioventù, mostra preoccupanti tendenze egonanistiche.

Da ciò si deduce che la mutantropia, in quanto fenomeno "neutro", non porta influssi benefici per sua natura intrinseca e che può iniziare a produrre quelli che potrebbero essere definiti "effetti positivi" solo dopo un salutare passaggio nei regimi dolenti dell'apateporia.

19 dicembre 2011

Ricapitolando

Siamo arrivati fin qui esplorando i territori della Mutantropologia.

Forse vi abbiamo annoiato un po', vi siamo sembrati troppo autoreferenziali, ma per poter parlare e accendere una discussione creativa è sempre necessario condividere le stesse informazioni di base. Ovvero un glossario e un percorso logico mentale comune.

Speriamo  infatti di essere riusciti a chiarire cos'è un gesto mutantropico e cosa non lo è, ma ci mancano ancora dei concetti da focalizzare: egonanismo, apateporia e osnoblosi; e la soluzione da proporre che noi identifichiamo nell'arte sinestesica.

Successivamente proporremo dei link con esempi pratici (casi di cronaca, studi scientifici, mode, riti iniziatici, etc.) sui quali confrontarci prima mutantropologicamente e poi sinestesologicamente. Ovvero esaminare queste realtà attraverso un nuovo vocabolario condiviso nei termini.

Da voi vorremmo soprattutto le critiche, vorremmo che obiettaste su tutto e ci faceste domande su tutto, vorremmo sapere le vostre opinioni, soprattutto quelle non concordi.

15 dicembre 2011

Autolesionismo ed Estasi

L’autolesionismo (body modification) non ha una valenza mutantropica intrinseca. Se avviene con intenti di affermazione, per esempio una prova di coraggio, è considerato mutantropico, ma se invece si tratta di auto-inflizione di punizione (data dai più disparati casi di disagio psichico), si ha invece a che fare con un gesto anti-mutantropico, prima definito come autolesionismo degenerativo.

L’assunzione di sostanze stupefacenti rappresenta un caso particolare: inizialmente conferma l’individuo nel suo ambiente, e quindi ha effetti mutantropici, ma successivamente, col degradarsi dello stato fisico del fruitore (più cosciente di quanto non si creda), diviene un’assuefazione antimutantropica, guidata cioè da una scorretta ricerca di estasi.

Il raggiungimento di uno stato d’estasi fine a se stesso ha effetti antimutantropici di cristallizzazione. D'altro canto l'appagamento del corpo, ovvero dei sensi, è da sempre una delle principali molle d'azione nell'uomo. Il buon vecchio Sigmund docet, seppur con tutte le sue esagerazioni.

L'appagamento del corpo, ovvero dei sensi, è probabilmente la pietra angolare di quel fenomeno che definiremo nel post successivo "egonanismo".

12 dicembre 2011

Limiti

La mutantropia non è evoluzionismo, poiché questo è involontario e comune al regno animale (sebbene un evoluzionista possa erroneamente trovare conferme nella mutantropologia). Come primi si definiscono quindi non mutantropici tutti quei cambiamenti non umani e/o prettamente naturali (visibili o invisibili).

Fra quelli umani non sono mutantropici i cambiamenti che non solo esulano dallo stato di  coscienza dell’individuo ma che, quand’anche coscienti, producono effetti contrari a quelli desiderati.

“I doni discendono dall’alto nelle loro proprie forme”. Con questa frase Goethe metteva in guardia colui che desidarava dal rischio di poter realizzare il proprio desiderio. È infatti esperienza molto comune il senso di insoddisfazione che segue, con un tempo maggiore o minore, l’appagamento del desiderio stesso.

Questa considerazione non è in contraddizione con il punto precedente, poiché si definisce mutantropico quel cambiamento che al momento della sua realizzazione viene percepito dalla coscienza dell’individuo come “positivo”, senza ulteriori considerazioni di lungo periodo.

La mancata percezione di positività o di successo nel cambiamento intervenuto dà origine alla frustrazione, fino alla vera e propria apateporia (che definiremo in seguito), o senso di handicap. Quest’ultimo è altamente mutantrogenico, anzi non ci si sbaglia nell’affermare che la maggior parte dei cambiamenti mutantropici abbiamo origine proprio dalla frustazione e dal senso di handicap.

Da questo punto di vista tutti gli uomini sono considerati handicappati.

6 dicembre 2011

Coscienza

Il termine Coscienza deriva dal latino (cum-scire: sapere insieme) e indica un determinato stato interiore degli individui che, per essere comunicato, deve essere descritto.

In realtà definire la coscienza e gli stati ad essi connessa è difficoltoso. A tuttoggi non è stato individuato nessun organo che la contenga e nessun sistema per poterne identificare i parametri. Non è oggettivamente possibile descriverla, né tantomeno individuarla concretamente.

Eppure, quando si parla di stato di coscienza, ogni uomo è in grado di comprendere intuitivamente cosa sia e a cosa serva, ma ciò che contraddistingue l’osservazione della sua esistenza e dei suoi livelli è che questi ultimi sono determinati dall’effettivo grado di coscienza di chi osserva. Ovvero solo chi accede a uno stato di coscienza particolare è in grado di riconoscere chi è giunto allo stesso stadio; solo chi ha gli stessi gradi di valore comparativi, lo stesso glossario costruito nello stesso percorso logico, è in grado di comprendere pienamente le connessioni implicite, le sfumature, delle speculazioni astratte ad essa connesse.

Questa dinamica crea grave imbarazzo nella comunità scientifica che, in quanto tale, è costretta ad ubbidire ai paradigmi su cui basa la sua stessa esistenza. Quando si parla di coscienza è inevitabile citare antichi testi, e antiche discipline, con analogie soddisfacenti a supportare le teorie sulla sua esistenza e gli stati a cui appartiene, ma per ogni pragmatico accademico questo metodo è ovviamente contestato e relegato a categorie di pensiero considerate dei veri e propri tabù razionali.

La neuroscienza osserva le reti neuronali e come il cervello utilizza le cellule nervose, i neuroni, che le compongono. Quando per esempio ci applichiamo a una disciplina e pensiamo, parte dei neuroni sparsi nel cervello si attivano simultaneamente e solo questi costituiscono le memorie necessarie a supportare quel tipo di pensiero. Ciò significa che maggiore è la frequenza di uno stesso tipo di pensiero, maggiore è il tempo in cui alcune cellule nervose vengono sollecitate e connesse fra loro, creando così una relazione a lungo termine che permette l’implementazione del pensiero stesso.

Ma questo significa anche che se i recettori non sono stimolati per tempi molto lunghi, ovvero si fanno solo certi pensieri e non altri, quando avviene il processo di scissione cellulare i recettori non utilizzati vengono disattivati. Il processo d’invecchiamento cellulare è quindi rappresentato dalla perdita della capacità d’utilizzazione dei recettori, ma per i neuroni significa anche che non è più fisicamente possibile supportare alcuni modelli di pensiero.

- Tale stato di vita: stato del modo di pensare; 
- Tale stato del sangue: le risposte biochimiche (peptidi) dell’organismo scatenate dalle connessioni neuronali;
- Tale stato di coscienza: capacità di supportare analiticamente modelli di pensiero complessi.

4 dicembre 2011

Mutantropia

Ad un primo approccio la mutantropia è la fenomenologia della mutazione umana, ovvero quell’insieme di manifestazioni e fenomeni che hanno contraddistinto la storia dell’uomo nel suo tentativo di cambiare al fine di ricavarne un vantaggio.

Poichè si tratta di una tendenza antica quanto l’uomo, si può definire la mutantropia un archetipo eterno dell'inconscio collettivo, per cui accessibile globalmente a qualunque essere umano. Molte delle sue categorie si sono trasferite per memetica.

Fuori dalla coscienza dell’individuo, la mutantropia ha però diverse cause che possono essere definite naturali e universali, cioè materia di studio della fisica quantistica come di altre discipline scientifiche. In questo caso si parla di cause mutantrogeniche e le discipline ad esse associate si sovrappongono alla mutantropologia.

L'ipotesi genetica prevede che il cosiddetto darwinismo abbia dimostrato che gli esseri viventi si selezionano e si impongono geneticamente per la capacità di saper trarre vantaggio dall'ambiente circostante, qualunque cosa si intenda con questa formula.

Trasferita all’uomo, questa propensione può essere chiamata gene del miglioramento o dell’autoaffermazione. Tale caratteristica genetica, se esistente, è la base della mutantropia come fenomeno naturale.

3 dicembre 2011

George Bernard Shaw

Un cervello sciocco assimila la filosofia come follia, 
la scienza come superstizione 
e l'arte come pedanteria.