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5 dicembre 2020

Tenet: la summa osnoblotica di un'operazione incomprensibile


Eh certo... a blog praticamente chiuso noi di Technesya sentiamo ancora il dovere di dire la nostra davanti a operazioni che ci fanno fremere di sdegno. Perché anche se non siamo riusciti a incidere sul nostro secolo "osceno e pavido" (cit.) quanto avremmo voluto (se è per questo nemmeno 1/10 di quanto avremmo voluto, ma poco importa), per noi l'arte resta sempre la modalità precipua di elevazione per lo stato di coscienza, insomma per parlare in modo polisemico ed edificante a chi quest'elevazione la persegue. E simili operazioni mettono a dura prova la tenuta delle nostre viscere.

Ma di che operazione si tratta? Buona domanda, non siamo nemmeno certi di averlo capito! Eppure è stata gestita da uno dei geni registici del nuovo millennio, Christopher Nolan, in grado di sorprendere tutti nel 2000 con un capolavoro come Memento, un film "montato al contrario", ovvero che comincia dall'ultima scena e dove ogni sequenza successiva si situa cronologicamente prima di quella precedente. Un modo nuovo (e poco seguito) di intendere il montaggio per uno splendido e allucinato affresco sull'insufficienza della notazione umana - eminentemente la scrittura - nel ricostruire un'immagine fedele del reale, quand'anche impressa nella propria carne. Il protagonista si incide ma non capisce, dimentica sistematicamente, e andando a ritroso nel tempo comprendiamo quanti errori arriva a fare fino a stravolgere completamente il senso di tutta la sua azione. Insomma un capolavoro visionario e delirante.

A onor del vero dopo quell'exploit il nostro non è stato altrettanto in grado di colpirci. Film più o meno riusciti sul cavaliere oscuro Dc Comics, ma ammettiamo di non essere grandi fan di Batman, e in un caso è stato capace di creare una sinistra fascinazione con The Prestige, uno strano e originale thriller psicologico sull'ambiente della prestidigitazione e dell'illusionismo. Da un certo punto di vista un po' contorto e autocompiaciuto, questo bell'esempio di entertainment coinvolgente forse stava cominciando a rivelare i difetti del cinema di Nolan più dei suoi pregi. Infatti per noi sono stati una grande delusione i suoi seguenti e blasonati titoli quali Inception, per quanto ancora intrigante, e l'addirittura imbarazzante Interstellar, un film che meriterebbe i toni di questa nostra recensione: amore per il cervellotico, pseudoscientismo, paranoia gratuita e alla fine risultato-cagata rivestito del più stucchevole sentimentalismo, per uno dei momenti più imbarazzanti ma celebrati della storia del cinema. Avremmo dovuto capirlo allora...

Ma veniamo a Tenet, titolo palindromo e non a caso. Perché... cos'ha fatto il nostro genio? Ha preso uno dei più ermetici segreti del passato, il cosiddetto "Quadrato del Sator", e l'ha dato in pasto a teorie a dir poco fantasiose. Ora... cosa significa o potrebbe significare questo misterioso scritto palindromo? Ha qualcosa da dire all'umanità moderna? Se è un simbolo certamente sì, perché per sua stessa natura dovrebbe essere in grado di parlare agli strati più interiori dell'umanità di tutti i tempi, riportiamo qui uno solo degli innumerevoli esempi reperibili in rete. Invece che uso ne fa il Nolan? Ogni riga è diventata parte del suo disegno criminale: la prima è il nome di un trafficante d'armi internazionale (il villain del film, un arcigno e bravissimo Kenneth Branagh), la seconda di un oscuro pittore falsario spagnolo, la terza il titolo del film con un assurdo riferimento al numero 10 (non palindromo e non spiegato), la quarta un'operazione occulta, la quinta un'azienda criminale. Ecco, la frittata semiotica è fatta. Non vorremmo ricordare qui a che tipo di categoria osnoblotica appartiene lo svilimento del simbolo, ci limitiamo a citare il celebre brano dei Death in June But What Ends when the Symbols Shatter?, cosa finisce, cosa si perde quando vengono distrutti i simboli?

Beh, non contento di un simile scempio, il nostro probabilmente fuma qualcosa di buono e ci dà dentro come non mai con:
- un attentato iniziale senza senso in cui non si capisce chi fa cosa e perché
- un protagonista (un monoespressivo John David Washington) che sembra una comparsa e capisci che è il protagonista solo dopo un po'
- misteriori sicari dal futuro che vengono a rompere le scatole nel presente senza movente o ragione alcuna, sfidando così il "paradosso del nonno"
- fantasiose leggi della fisica secondo le quali se qualcuno viene dal futuro allora si muove al contrario, e il caldo diventa freddo e l'aria diventa irrespirabile (???)
- ancor più fantasiose, roboanti e finto-erudite teorie scientifiche che spiegano questi fenomeni solo in parte e con verbosità inintelligibili, e sembrano far tutto facile
- la possibilità di "azioni temporali a tenaglia", ovvero una squadra che agisce nel presente, quindi col tempo che va normalmente avanti, perfettamente coordinata con una che viene dal futuro, quindi col tempo che va indietro e che si muove al contrario (quando sappiamo bene quanto sia facile il solo coordinarsi fra noi comuni mortali!)
- nel farlo sposta schizofrenicamente l'azione in giro per il mondo, da Mumbai a Oslo, da Positano alla Siberia, senza mai farci capire esattamente perché, né chi spara a chi, né alla fine che bisogno ci sia, con buoni e cattivi che compaiono e scompaiono senza ragione
- ipotizza infine l'esistenza di un "algoritmo" che però non è matematico, è fisico, ma senza mai dirci che cavolo è, e lo divide in 9 pezzi ma tutti in possesso dello stesso villain di cui sopra (se li ha tutti lui perché farlo in 9 pezzi? e perché proprio 9? MAH)
- e, in un mondo di burattini che vanno a comando, mette tutto il dramma e il pathos della storia in seno a un'assurda donna-giraffa (un'algida Elizabeth Debicki) apprensiva il modo monomaniacale per il figlio

Ora... chiariamo subito che questo fatto della donna-giraffa è uno dei pochi dettagli che ci è piaciuto del film, al netto delle sue apprensioni per il figlio decisamente sovradimensionate allo stucchevole. Insomma in ogni action-movie che si rispetti esiste (almeno) un personaggio femminile fra il sexy e la femme fatale, qui invece c'è questa stangona imbranata e indecisa che, nella seriosità ammorbante e inconcludente con cui si dipanano vicende sempre più improbabili, potrebbe rappresentare una sorta di jolly, di wildcard ironica, quasi un momento comico e spiazzante, e invece... invece purtroppo lo è solo in minima parte, anzi il personaggio diventa - come si è accennato sopra - il centro del pathos del film, contribuendo a quella seriosità senz'appello che alla fine è la vera pietra d'inciampo di un'opera già poco credibile, e non c'è incredibilità peggiore di quella che si prende sempre e sistematicamente sul serio.

Beh, che dire? Qualcuno ha scritto che il cinema di Nolan si caratterizzerebbe per "la vendetta, l'ossessione, l'inganno, il tormento interiore, il confine tra realtà e la percezione della stessa racchiusa nei suoi personaggi", e questi elementi possono anche essere rintracciati, ma in un lavoro che alla fine non dà spiegazioni a niente, dove nessun paradosso viene svelato o risolto, peggio, in cui le poche spiegazioni azzardate hanno dello sconcertante ("così stanno le cose" piuttosto che "così è andata"), dove il gregario - pure nero e più volte rimproverato per l'abbigliamento - scopre di essere il protagonista, dove la sua alleata indiana in realtà è una cattiva senza scrupoli, dove il suo migliore amico ha terminato la loro amicizia che invece per lui è appena inizata, perché tanto quest'ultima sarà tutta nel futuro. Ah, certo, lui ha salvato il mondo ma la bomba che non esplode non interessa a nessuno, incomprensibile e decotestualizzata chiosa probabilmente inserita nel finale per scuotere gli animi, che però restano più indifferenti che coinvolti.

Insomma, signori, capiamoci. A noi non interessa il fatto che il film abbia fallito miseramente su tutta la linea: non è action movie perché interrotto da troppe riflessioni pseudo-scientifiche e filosofiche, dove le varie azioni sembrano slegate, non vengono veramente giustificate e ciò le rende stranianti, fini a se stesse, non avvincenti perché non concorrono a un fine condiviso o anche solo comprensibile. Ma anche come film scientifico-filosofico si perde fra spiegazioni monche, arbitrarie ma roboanti ai limiti del ridicolo: perché se uno viene dal futuro deve muoversi al contrario? Perché per lui caldo e freddo sono invertiti? Perché non può respirare la nostra aria? Certo, la scena in cui uno lotta col se stesso del futuro che si muove al contrario è certamente inedita nella storia del cinema, ma davvero vale due ore e passa di sciempiaggini? A ciò aggiungiamo che i riferimenti metafisici e simbolici (il quadrato del Sator) vengono buttati nel cesso senza il minimo rimorso, e sono pure totalmente assenti sottotrame emotive, innamoramenti o altro, anzi la dimensione psicologica dei personaggi rasenta il piattume stadard di stereotipi, maschere, insomma canoni di genere, modelli mutantropici senz'anima. No, non ci interessa il fatto che questo film sia un disastro arrogante, ambizioso e goffo come pochi ne ricordiamo.

Ci interessa che sia costato 205 milioni di dollari. 205 milioni sottratti all'arte, al vero cinema di ricerca e impegno, magari con qualcosa di vero e utile da dire. E, visti anche gli incassi sotto le aspettative, ci chiediamo... perché? Cui prodest? A chi è servita questa montagna di seriose e ipercinetiche menzogne? All'ego di Nolan? Davvero non capiamo, ma cominciamo ad aver paura.


10 ottobre 2019

Herzog e Villeneuve: due fallimenti speculari


Carissimi, è un po' che il blog non pubblica nulla ed è così che abbiamo pensato di disturbare il nostro riottoso redattore cinefilo a cui accorriamo nei casi di necessità. Quindi oggi parleremo di due film falliti, diciamo due brutti film, ma ancor più che brutti - cosa che, tranne certe enormità come l'albero di natale Oppo, davvero ci riguarda poco - falliti nel loro voler essere a sfondo trascendente/spirituale senza esserci lontanamente riusciti.

E qui si presenta l'ennesima excusatio non petita... perché Technesya parla di argomenti simili, cosa che davvero non rientra nelle sue prerogative? Vero, non siamo un blog di trascendenza, bensì di proposta/provocazione estetica: la Sinestesi in fondo vuol essere una delle più profonde e incisive proposte artistiche oggi in circolazione proprio perché finalizzata a innescare il cambiamento nell'uomo, cambiamento che, laddove fosse evolutivo, definiamo Mutantropico. E dove porta la Mutantropia sistematicamente perseguita? Al Metantropo (da un nostro celebre post), ovvero un essere umano oltre l'uomo, inevitabilmente connotato di "stati superiori dell'essere" (qualunque cosa si intenda con questa formula) da cui non possono escludere quelli spirituali. Per questo ci interessano film di argomento religioso, magico o esoterico, perché inevitabilmente propongono modelli mutantropici che puntano al metantropico.

Ma qui i due autori hanno fallito, e curiosamente in modo speculare. Parliamo di un mito della cinematografia mondiale, Werner Herzog, e la sua criticatissima opera del 2016, Salt and Fire, e del coetaneo e forse persino più brutto Arrival del mediocre e sopravvalutato Denis Villeneuve, da noi già stroncato per Blade Runner 2049 (successivo a quest'opera), per quanto - al contrario del precedente - non siano sue le responsabilità di sceneggiatura. Due fallimenti speculari, si diceva, perché il primo è frutto un'ottima idea mal realizzata, il secondo invece è un indigesto polpettone mistico superprodotto. Ma andiamo con ordine.

Werner Herzog - SALT AND FIRE


Tutti noi studiosi di cinema abbiamo amato profondamente Herzog, con o senza il compianto attore alter-ego Klaus Kinski, dai tempi di Nosferatu (il deviante respinto dalla società, cui fa orrore) fino a Kaspar Hauser (il deviante accettato dalla società, che cerca di integrarlo), da Aguirre, Furore di Dio (l'occidentale antropocentrico che cerca di dominare la natura selvaggia con la forza) a Fitzcarraldo (come prima ma con l'arte e la cultura, non finirà in modo diverso), fino al recente capolavoro di Grizzly Man: superba docu-fiction sull'occidentale non più antropocentrico, anzi che cerca di integrarsi nella natura (essendosi psichicamente "disintegrato" nella cultura), fino a venirne divorato. Suoi per eccellenza i temi del viaggio, del cambiamento, ma soprattutto dei rapporti fra natura e cultura, della maestosa forza della prima sugli sforzi brutali, ottusi e a tratti un po' patetici della seconda.

Tutti concetti cari al nostro, che anche qui cerca di richiamare declinandoli su tematiche ecologiche e ambientaliste, ovvero la crudeltà dell'industria umana (la cultura) nello snaturare e uccidere la natura. Si rievoca qui qui la recente storia del lago salato - o mare chiuso - di Aral, prosciugato dall'industria sovietica, al contrario dell'area in cui è ambientato il film, il magico Salar de Uyuni in Bolivia, che invece è area di origine naturale e preistorica dove la natura, pure nella sua forma "morta", nondimeno mostra paesaggi di algida bellezza con le sue sterminate distese di sale. Qui la dinamica antropocentrica sfiora il manicheista: da una parte gli industrali "cattivi" e sfruttatori di risorse fino al loro esaurimento, dall'altra colei che cerca la giustizia, la dott.sa Laura Somerfeld, donna, quindi politically correct, forse giusto un po' rigida nel suo sistema di valori  C'è sempre sullo sfondo la natura che prima o poi si prenderà la sua vendetta, il vulcano Uturunku, ma resta giusto sullo sfondo, quasi elemento posticcio.
Infatti alla fine il film parla d'altro, ovvero di un mutamento nel sistema di valori della protagonista, di un loro approfondimento, quindi di un cambiamento/sviluppo dello stato di coscienza. Ma questo non avverrà per gesto mutantropico, bensì per mutamento culturalmente imposto (per quanto con l'ausilio di una natura devastata unica), quasi forzato: il bello ma maledetto Matt Riley, direttore del consorzio d'imprese locale, quindi almeno corresponsabile del disastro, abbandonerà la nostra eroina in mezzo al deserto di sale con due bambini gemelli ciechi. Quale miglior simbolo delle forze gemelle della natura dialettica, cieche - ovvero impersonali - nel loro agire? Eppure qui il simbolo sembra sfocato, i bambini sono solo due creature in stato di bisogno, avrebbero potuto avere in alternativa qualunque altro tipo di menomazione. Ed è questo il difetto del film: l'autore ha conoscenza e cultura da vendere, sa evocare simboli efficacissimi, ma è come se la loro portata gli sfuggisse, insomma non riesce ad estrarre da questi le loro più profonde conseguenze, accontentandosi di una superficiale suggestione (si veda, in proposito, la scena finale della sedia a rotelle girovaga nel deserto).
Anche i compagni uomini della dott.sa Somerfeld, uno demenziale l'altro bellone ma vuoto, vengono presto ridotti all'impotenza con una scena che vuol essere comica ma risulta come decontestualizzata, quasi estranea al linguaggio del film, e così vengono tolti di torno tanto in fretta da farci chiedere il perché della loro presenza iniziale. A questo si aggiungano problemi di credibilità, come l'aeroporto deserto all'arrivo della delegazione, un po' strano da parte di uno come Riley che - per quanto ricco - si muove fuori dalla consapevolezza del suo stesso governo, così come il suo stesso pentimento avvenuto a seguito della cecità dei gemelli, quindi all'apparenza mutantropico, ha qualcosa di tardivo e retorico, non parla all'anima ma neppure alla semplice emotività. Insomma, se nelle sue intenzioni il film alla fine vuole dire "l'essere umano e il suo stato di coscienza autenticamente vissuto valgono molto di più di un sistema di valori, per quanto ecologico, quindi dalla parte del giusto", è anche vero che lo fa in modo così pasticciato e pressapochista, così sfocato nelle simbologie e sfilacciato nella sceneggiatura, da riuscire a rovinare tutto.

Denis Villeneuve - ARRIVAL

 
Qui, al contrario, ci si trova davanti a una produzione hollywoodiana, oseremmo dire perfetta, quasi faraonica, di un indigesto polpettone mistico. Mistico perché prende una delle più sconcertanti verità di ordine trascendente, ovvero la circolarità del tempo, la sua sincronicità o, meglio, a-diacronicità, e lo inserisce in un contesto emotivamente sovraesposto di dramma familiare o, peggio, di allucinazione xenofila collettiva. Il tutto in un'opera artefatta e un po' cerebrale nel suo porre l'attenzione su un linguaggio alieno (anch'esso circolare) da tradurre a tutti i costi.
La linguista Louise Banks, anche qui una donna (è un vizio, forse che si creda così di far passare meglio messaggi non razionali?), ha vissuto un terribile dramma famigliare con la morte improvvisa della figlia adolescente, ma viene presto distratta dal suo dolore dal clamoroso arrivo sulla terra di 12 astronavi aliene. Certo 12, come le ore, come gli Apostoli, come i segni zodiacali o eoni della natura che dir si voglia. Non senza un certo raccapriccio, e comunque dopo una scena estenuante e interminabile (a ridatece gli Incontri Ravvicinati del 3° Tipo!), si rende conto che gli alieni sono mastodontici poliponi nerastri ("eptapodi", dai sette piedi), che per comunicare spruzzano enigmatici cerchioni di inchiostro. Il genio della nostra linguista le farà intuire da principio la palindromia di queste frasi circolari, e in seguito anche il loro significato, attraverso una serie di sillogismi incomprensibili se non per la loro distante cervelloticità.
Ecco quindi che dopo una minima suggestione iniziale il film procede con una lentezza spasmodica, fra tentativi di decifrazione e dialoghi spesso inconcludenti con esseri dall'apparenza terribile ma dalla motilità nulla. Il tutto contornato da paure, insicurezze (atiquifobie e apatepofobie) e piagnistei assorititi. Poi, colpo di scena: una bomba piazzata da militari ottusi e cattivi, o forse solo esasperati, non riuscirà a mandare tutto a catafascio, anzi, sarà in seguito a questa, per una delle incomprensibili consecutio (il)logiche del film, che si introdurrà un altro pezzo cervellotico del puzzle: si apprende che ognuna delle 12 astronavi aliene sta comunicando 1/12 di messaggio, alè, giusto per complicare utilmente il brodo. Da qui, per un'ovvia conseguenza, ovvero per una sorta di PNL che nel suo cervello ha realizzato il nuovo linguaggio (roba da lasciare veramente perplessi), la nostra Luoise Banks potrà vedere il futuro, convincerà quindi l'esercito cinese a non attaccare gli alieni (in modo ovviamente lacrimevole ed emotivo) e successivamente si scoprirà che sua figlia non solo non è ancora morta, ma non è nemmeno mai nata e la sua triste storia è solo frutto di visione del futuro. L'insegnamento che lei ne trarrà (non lo spettatore sconcertato) è che la vita va accettata in ogni sua parte, anche quelle più dolorose, perché essa è parte di un tutto a noi oggi incomprensibile.
Ora... al di là del fatto che una simile morale sia condivisibile o meno (noi personalmente non abbiamo nulla contro)... ciò che ci ha maggiormente irritato di questo film non è poi così dissimile dal problema da noi evidenziato nel successivo Blade Runner 2049: la pochezza di stato d'anima di un autore che parla con retorica e prosopopea di cose che non conosce, cercando in tutti i modi una suggestione a tratti becera ed emotiva e mettendo a questo sordido servizio simboli o archetipi fuori dalla sua portata. Così, fra scene maestore e stupori ostentati, si susseguono piagnistei emotivi ed enigmi cerebrali, si sciorinano verità cosmiche senza un vero fondamento e comunque senza mai cogliere il punto, come dire? iniziatico, sapienziale delle stesse. La tecnologia resta aliena, anche quando terrestre, perché mal intenzionata. La Mutantropia è involontaria, quasi subita, quindi non Mutantropia, oppure quando lo è (la decisione di accettazione finale) è una ben piccola cosa contrabbandata per grande verità. Un polpettone cosmico-patafisico, insomma, capace di suggestionare una mente semplice ma incapace di insegnare alcunché di fondato e definitivo, nonostante l'ausilio di archetipi eterni. Ne emerge un misticismo stucchevole e inconcludente, frutto dei compromessi contraddittori di un'opera divisa fra suggestione e botteghino, e della pochezza d'anima (vogliamo dire di capacità intellettuale elevata?) dei suoi autori.

In conclusione: ci fa piacere dedurre come questo secolo "osceno e pavido" (cit.) metta le tematiche mutantropiche e trascendenti al centro della sua attenzione. Ci lasciano perplessi i risultati, come se in giro non ci fossero intellettuali capaci o almeno degni di questo nome, o come se ormai fosse troppo tardi per tentare la minima inversione di tendenza, nonostante i capitali investiti. O, peggio, come se ci fosse dietro un'oscura intenzione. Perché, per carità, se è vero come è vero che una brutta ricerca è sempre meglio della sua totale mancanza, è anche vero non c'è osnoblosi peggiore del contrabbandare una verità Sacra per una carambola inconcludente, per un piacevole entertainment che un po' ti appassiona e un po' ti suggestiona, tanto poi passa presto nel grigiore ripetitivo delle nostre esistenze qualsiasi. 


Diciamo che se fossimo sospettosi ci riferiremmo a un celebre autore del secolo scorso che chiamava questa particolare forma di osnoblosi "controiniziazione". In realtà sappiamo riconoscere la semplice pochezza autoriale.

3 ottobre 2018

Silence, ovvero della necessaria Mutantropia interiore


Ultimamente, nella vostra infinita misericordia, due sono le critiche ricorrenti con cui ci state un po' martellando in privato:
1) che il nostro blog da estetologico starebbe trasformandosi in uno di critica cinematografica
2) che comunque riesce a comminare esclusivamente stroncature
Ora, dal momento che le critiche bruciano ma se vi scomodate a farle un fondo di verità devono pur averlo, ci premuniamo a rispondere che sì, è vero, ultimamente abbiamo dato alla critica cinematografica - arte secondo alcuni fuori fuoco - una certa predominanza. Ma ciò è avvenuto solo perché la redazione, che era il nucleo propulsivo e poietico del gruppo, praticamente non esiste più e quei pochi contributi li scrive quasi solo l'esperto in cinema. Arte che comunque non è poi così fuori fuoco, e per il suo essere multimediale (immagine e suono), la prima grande arte multimediale tecnologicamente connotata (il teatro o il balletto non lo sono, almeno non in tal misura), e per l'impressionante capacità di impatto emotivo che hanno le sue opere, quindi potenzialmente dal grande valore mutantrogenico. E poi, volete forse negare che Your Name fosse una patacca sentimentale adolescenziale? O che Blade Runner 2049, opera decisamente migliore, ma alla fine si risolvesse in un gioco di specchi finto-mutantropico di illusorie e irrealistiche "coscienze" cyber? O ancora che Il dott. Parnassus, forse l'opera col maggior potenziale sinestesico da noi esaminata, alla fine però si sia rivelata confusa e inconcludente? O, forse peggio, che The Young Pope di Sorrentino fosse, per essere gentili, quantomeno sopravvalutato per intrinseca insufficienza autoriale?
Chi altri oltre a noi ha affermato queste cose? Vorreste negarci la capacità - almeno quella - di andare controcorrente nel tentativo di informare su ciò che si tace?

Nondimeno accusiamo il colpo e, va bene, se proprio volete che la finiamo lì allora chiudiamo questa nostra carrellata cinematografica (ma fatta non solo per amore del cinema, bensì per esporre applicazioni pratiche delle categorie mutantropologiche) recensendo un capolavoro: Silence, film del 2016 di Martin Scorsese, ma tratto dall'eccellente romanzo Silenzio del giapponese Shūsaku Endō, scomparso nel 1996. Lo abbiamo definito capolavoro anche se non tutto ha incontrato il nostro gusto: ad esempio certo senso di sorpresa l'abbiamo trovato forzato, certe apparenze che poi non si sono rivelate reali per gioco cinematografico, nemici che si rivelano amici in tempi non realistici o viceversa (in realtà per il viceversa i tempi erano decisamente più realistici). Poi certo, riconosciamo che questi trucchetti siano necessari non tanto a tenere desta l'attenzione, ma soprattutto a rendere l'effetto psicologico dei molteplici errori interpretativi in cui incorre sistematicamente un occidentale nella terra del Sol Levante, e vi garantiamo che chi scrive ne sa qualcosa! ;)

Per il resto sì, il film è un capolavoro, perché alla sua luce tutta la teoria mutantropologica esposta in questo blog assume un altro significato, che forse è quello ultimativo e reale. E non solo per la sapiente mano registica (da quanto non vedevamo Scorsese tanto ispirato?), non solo per la stordente bellezza della fotografia, e non solo per l'indiscutibile perizia degli attori coinvolti, che siano occidentali o giapponesi. Ma soprattutto per la capacità di scrittura dei due autori Jay Cocks e lo stesso Scorsese, intellettuali e uomini di cuore capaci di enfatizzare in modo profondo e pieno la portata dei simboli evocati, facendo fare al nostrano Sorrentino la figura del guitto di provincia borioso e cannaiolo (non ce ne voglia l'interessato, di cui comunque rimaniamo fan ;). Il film, specie all'inizio, parla delle persecuzioni che i missionari cristiani (soprattutto gesuiti) e i loro convertiti locali dovettero subire nella prefettura di Nagasaki durante il XVII secolo. Poi però... lentamente, quasi impercettibilmente... la tematica cambia o, più esattamente, a quella delle persecuzioni se ne aggiunge un'altra che inevitabilmente prende il sopravvento, necessaria a comprendere il finale e il senso generale dell'opera. Giudati dall'instabile alcolizzato Kichijiro, i due giovani gesuiti portoghesi Rodrigues e Garupe partono da Macao per le terre intorno a Nagasaki alla ricerca del loro maestro spirituale, padre Ferreira, calunniato (secondo loro) addirittura di apostasia (da loro chiamata, secondo noi impropriamente, abiura) e di condurre uno stile di vita giapponese, addirittura more uxorio con una donna locale! I due vengono calorosamente accolti da miserrime popolazioni di pescatori e, ricolmi di mistico fervore missionario, officiano culto e battezzano a man bassa, facendosi amare dalle sparute comunità cristiane terrorizzate dalle persecuzioni.

Ora... ricordate cosa affermammo a proposito di fanatismo nel post L'Ego e i suoi Appetiti, di cui raccomandiamo fortemente la lettura? "Il vero egonanista si definisce per l'aggiunta di concupiscenze proprie. L'immobilista che non le ha, cioè applica tecniche osnoblotiche per perseguire un "bene esterno" o concupiscenze altrui, è la figura più vicina a quanto si potrebbe definire un fanatico", definendo così l'osnoblotico immobilista che, incurante dell'ambiente e di culture estranee alla sua, impone il suo sistema di valori come verità assoluta. Ed è questa piega che, sorprendentemente, comincia a prendere il film. Perché certo, ci sono le persecuzioni, c'è il male dell'uomo sull'uomo, ci sono quindi inevitabili conseguenze karmiche (la più brutta battuta che abbiamo sentito da astanti è stata: «ah, è successo a Nagasaki? allora se la sono voluta!»
), ma il film giustamente vuole evitare giudizi affrettati e manicheisti. Se il male sembra chiaramente da una parte, non è che nell'altra alberghi solo il "bene". Anzi. Certo, in quanto ciò giustifichi la prima è tema di aperto dibattito.

Infatti i due protagonisti, immediatamente dopo la prima ondata di gratificazione dell'ego, si rivelano presto goffi e talvolta addirittura meschini, incapaci di sostenere emotivamente le prove che la missione richiede, oltre che incapaci proprio di portarla a termine (trovano solo un anziano che abbia mai sentito parlare di padre Ferreira, che però se ne va perplesso senza esser stato di nessun aiuto). Per carità, non sono cattivi o malintenzionati, anzi sono due bravissimi ragazzi ricolmi di misticismo e (si diceva) fervore missionario, il che dal loro punto di vista equivale a dire "volontà di far del bene", ma è all'indurirsi delle condizioni e degli eventi che dimostrano impietosamente i limiti del loro stato d'anima, coltivato più sui libri in sicuri seminari europei che nel fango di difficili territori esotici. Quando viene offerto loro del cibo mangiano senza preghiera, quando scattano le persecuzioni non riescono a suggerire soluzioni efficaci, oscillanti fra atiquifobie e occasionali apatepofobie, anzi, quando avvengono le prime esecuzioni assistono impotenti al martirio. Di più: quando a loro volta vengono catturati si comportano in modo nevrotico e in preda al panico, lasciando perplessi i loro compagni di prigionia locali ma cristianamente rassegnati. Però prima che ciò avvenga i due si separano, circondati dalla diffidenza e dal disprezzo dei nativi. Il film segue l'efebico ma irsuto "padre" Rodrigues, dei due quello che sembrava più propenso al cambiamento (aveva consigliato infatti ai fedeli locali, contro il parere dell'amico, di calpestare le immagini sacre pur di non incorrere nel martirio), nella sua sconcertante sequela di apateporie: la comunità da lui battezzata risulta dispersa, riincontra la guida Kichijiro, l'unico ad aver sputato sul crocifisso, solo per venirne poi tradito, viene quindi imprigionato e sottoposto a processi nei quali, nonostante la presenza di validissimi interpreti, non sembra mai cogliere veramente il punto della questione. Arriva persino a dimostrare di non conoscere l'identità del suo accusatore, il terribile e celeberrimo inquisitore Inoue Masa, fra l'ilarità dei presenti. Infine assiste impotente alla morte dell'amico Garupe. In questo il film illustra magistralmente il passaggio psicologio dall'atiquifobia all'apatepofobia, da noi descritto nel lontano 2012.

Ma forse ciò che maggiormente lo ferisce, sia pur fra le torture psicologiche e le strazianti punizioni fisiche e persino uccisoni che lo circondano, è l'atteggiamento di Kichijiro, preda di una sorta di dinamica mutantroposnoblotica tipica di certo cattolicesimo (e riportata anche da Sorrentino guarda caso nello stesso AD 2016), ovvero la continua oscillazione fra peccato e confessione, che altro effetto non sembra avere se non la reiterazione del primo. Kichijiro si giustifica piangendo la sua debolezza, la quale doveva risultare comica o intollerabile agli occhi apparentemente spietati dei suoi carcerieri, che lo usavano come grottesco (e forse controproducente) simbolo di continua abiura, ma per il nostro gesuita in ambasce diventa ulteriore causa di messa in discussione della propria fede. Ed ecco quindi il significato del silenzio, o forse dovremmo dire del Silenzio con l'S maiuscola. Certo, il silenzio a cui sono state ridotte le popolazioni cristiane native, ma anche il silenzio a cui vengono costretti i padri gesuiti, così come il silenzio di Dio alle loro preghiere, invocazioni e suppliche. Ma anche il silenzio terapeutico, quello necessario alla meditazione e alla presa di coscienza. Il silenzio forse condizione unica per... riuscire veramente a sentire la voce di Dio?

Ma la Mutantropia di Rodrigues comunque non sarà sufficiente, perché insufficiente è la sua reale capacità di comprensione, insufficiente il suo stato d'anima, o di coscienza se si preferisce. Infatti, dopo tutte le prove e constatata la sua stolida ostinazione, interpretata non come atto di fede ma come indifferenza ai dolori inflitti ai nativi, i suoi carcerieri decidono di sottoporlo all'apateporia suprema: l'incontro col Mutantropo per eccellenza, l'oggi "giapponese" padre Ferreira. Qui il ricordo corre ai metodi del Grande Fratello di Orwell dove la devianza, prima di essere sanzionata con la morte, viene corretta fino all'amore. Perché in fondo è il sentimento che conta, nella consapevolezza oscura che le cose prendono forma prima nell'astrale - nel mondo dei sentimenti e delle idee, o degli archetipi se vogliamo - e solo dopo nel fisico. Eppure... a cosa porta quest'incontro fra un allievo emaciato e annichilito, più volte vicino alla perdita del senno (e fors'anche della fede), e l'ex maestro più imbarazzato che empatico? Alla spiegazione della più inconfessabile delle verità, spesso inutilmente suggerita anche dai suoi carcerieri giapponesi, in special modo dall'interprete e dall'inquisitore stesso, capaci entrambi di esprimersi in un eccellente portoghese: che l'invasione dei missionari cristiani, ancorché pacifica, è stata ottusa e non rispettosa. Che il Giappone aveva già un suo sistema religioso, non solo complesso e profondo quanto quello cristiano, ma forse persino più evoluto. Che la dottrina giapponese (su questo punto sembrava insistere l'interprete in un precedente dialogo: «solo persone veramente ignoranti possono paragonare i nostri Buddha [o più esattamente Bodhisattva] a esseri mortali»), il cosiddetto Buddhismo Zen, o Chan in Cina, similmente al Taoismo cinese o al Vedanta indù, ovvero al Sufismo islamico o alla Kabbalah ebraica, punta alla realizzazione di ciò che noi chiamiamo Metantropo, ovvero uno stato che trascenda quello umano, tramite la dissoluzione delle illusioni materiali nella splendente Verità divina.

Insomma che questa Verità è uno stato di coscienza che matura interiormente tramite consapevolezza ed etica, pensiero e azione, non una dottrina che si può imporre mediante rituali e perdoni continui (la confessione indiscriminata, come la vendita di indulgenze, fu il peccato capitale del cattolicesimo agli occhi di tutte le discipline iniziatiche). Che quest'ultima pratica, dopo attenti studi, risulta incompatibile, anzi pericolosa per un "campo morfogenetico culturale" dove altri sono gli ideali di realizzazione umana, quindi spirituale, il tutto al di là di pur presenti e validissime ragioni geopolitiche. Infatti gli unici ceti dove ha attecchito erano quelli più umili e vessati, dove più che una spiritualità ha fatto breccia la speranza in un luogo "altro" (il "paraiso") senza violenza, vessazioni o tasse. Peggio: la dimostrazione di tutto ciò era stata nella sprezzante indifferenza che i padri gesuiti avevano sempre dimostrato nei confronti delle culture locali, ignorandone lingua e tradizioni, negandone la spiritualità senza assolutamente comprenderla, al contrario di ciò che avevano fatto i nativi. Gli occidentali avevano così imposto una verità minuscola che, sebbene basata su solide radici spirituali, secoli e secoli di osnoblosi e giochi di potere avevano drasticamente trasformato, oseremmo dire tradito, fino a renderla un feticcio inaccettabile. Verità quindi osnoblotica che, aggiungiamo noi (come tutti coloro che conoscono la storia), altrove era stata imposta ai popoli dominati con la violenza delle armi ogni volta che fu possibile farlo, tra le più drammatiche conseguenze.
Mentre sorge il sospetto che forse la Verità vera, quella con la V maiuscola, un tempo esistesse anche in seno al cristianesimo, ma già allora e da diversi secoli non ve n'era più memoria (in realtà gli stessi anni in cui è ambientato il film vedranno la nascita in Europa del movimento Rosacroce, ma questa è veramente un'altra storia).

Per il piccolo Mutantropo Rodrigues sì, si tratta dell'apateporia suprema. E sceglie anche lui la via mutantropica evolutiva, fermando il martirio e calpestando l'immagine sacra. In fondo, trattandosi di un'immagine, non è forse una semplice formalità, pubblica per giunta (cioè non interiore)? Ed ecco che improvvisamente le cose cambiano: assume identità e moglie giapponesi, ma anche le comunità locali vengono lasciate alla loro libertà di culto (in fondo il Buddhismo non era penetrato qualche secolo prima sovrapponendosi al preesistente Shintoismo?). Il rispetto per l'ambiente è quindi assicurato ma anche lui stesso, apprendiamo solo alla fine, aveva potuto mantenere il suo credo. Purché lo facesse interiormente, negando proselitismi pubblici e fuori luogo. Bensì, come ogni autentica verità dell'anima, appunto... nel silenzio.

5 ottobre 2015

L'Eccezionalità del Bene


Carissimi e a quanto pare intimiditi lettori (che fine hanno fatto i commenti?), il passaggio delle recenti festività ebraiche ci ha suggerito di approfondire certi concetti esposti nel nostro precedente post sulla responsabilità culturale, perché dire che Ligabue fa schifo è troppo facile e comunque non basta. Parleremo allora di un'intellettuale ebrea del recente passato, Hannah Arendt, scrittrice, filosofa e storica tedesca naturalizzata statunitense, donna coraggiosa nel perseguire la verità contro ogni tornaconto personale ma soprattutto ogni conformismo, incarnando uno dei pochi esempi di autentica Mutantropia evolutiva del suo/nostro secolo. Per la sua biografia prendiamo come riferimento quella del sito filosofico.net, oltre al capolavoro cinematografico omonimo di Margarethe von Trotta.

Nata ad Hannover nel 1906, studentessa brillantissima, negli anni '20 a Marburgh diventa amante di Heidegger, il filosofo dell'esistenzialismo ontologico, purtroppo mai veramente fermo nel condannare il nazismo. "Il pensiero è quella silenziosa conversazione che c'è fra me e me stesso", si cita nel film. Sposatasi due volte, amica dello scrittore Walter Benjamin da noi amato per il suo saggio L'Opera d'Arte nell'Epoca della sua Riproducibilità Tecnica, durante il secondo conflitto mondiale diventa una rifugiata di guerra senza diritti politici prima a Praga, poi a Parigi, poi ancora a Lisbona. Nel 1941 riesce fortunosamente a fuggire negli Stati Uniti, dove non cambierà il suo status almeno per altri 10 anni, cioè fino a quando il governo americano non le concederà la cittadinanza. Lo stesso anno pubblica il fondamentale The Origins of Totalitarianism (“Le origini del totalitarismo”), frutto di un’accurata indagine storica e filosofica. Arriva così a giudicare la cosiddetta "ideologia" come uso indebito della facoltà razionale umana, quindi potenziale origine di ogni attività totalitaria, insomma un brutto effetto della razionalità finalizzata al proprio tornaconto, all'egonanismo. Afferma filosofico.net: "la mente gioca con se stessa: l'atteggiamento ideologico, privo di un vero ideale, assolutizza la facoltà logica facendola esorbitare dai suoi limiti costitutivi, in modo tale da costruire una pseudo-realtà, impermeabile all'esperienza della realtà autentica, al cui interno vige la pretesa di spiegazione totale che nega, di fatto, la vocazione della natura umana alla libertà di iniziativa" mutantropica, aggiungeremmo noi.

Ma la vera svolta nella sua vita avverrà dopo altri 10 anni. Nel 1961, infatti, in qualità di inviata del settimanale New Yorker, assiste a Gerusalemme al processo contro il gerarca nazista Adolf Eichmann. Il resoconto di questa esperienza viene inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista newyorkese e successivamente proposto in forma unitaria nel 1963, con il libro Eichmann in Jerusalem: a Report on the Banality of Evil (in italiano La Banalità del Male: Eichmann in Gerusalemme). Un'opera in sé ai limiti del pedissequo, se non fosse per il suo stile di scrittura unico per vivacità e irruenza, ma da un certo punto di vista altro non era che la trascrizione degli eventi processuali cui ha assistito, talvolta accompagnati da commenti e impressioni. Eppure... l'opera arrivò a scatenare un vespaio di polemiche così intense e rancorose da portarla, nel giro di pochi anni, al quasi totale isolamento specie in seno alla comunità ebraica internazionale.

Sostanzialmente ciò che veniva considerato pietra dello scandalo erano due sue osservazioni: l'aver considerato Eichmann non un genio del male, bensì un grigio burocrate (da qui la "banalità" del suo operato), e aver adombrato il sospetto di corresponsabilità nell'operato dei capi comunitari ebrei durante il nazismo, secondo lei in certi casi possibilmente collaborazionisti. Apriti Cielo: le comunità ebraiche di tutto il mondo, a cominciare da quelle americane, cominciarono a lanciare minacce e insulti prima in direzione del New Yorker, poi direttamente della sua persona. E alla fine lei perse la stima della varie intellighenzie internazionali, ovvero degli ambienti intellettuali, ma anche dell'opinione pubblica, persino dei suoi amici più stretti.

Da un certo punto di vita la cosa era comprensibile: non erano passati vent'anni dalla fine della guerra e da quel dramma epocale chiamato Shoà (così come oggi tutti ricordiamo cosa successe nella seconda metà degli anni '90) e per le comunità ebraiche assetate di giustizia, se non proprio di vendetta, e comunque coerentemente al loro credo, la responsabilità del singolo era tutto. Insomma era inaccettabile pensare che il "grigiore" di un conformista (vedere le caratteristiche del mutantropo grigio nella nostra matrice mutantropica) potesse solo minimamente scagionare un criminale nazista dalle sue responsabilità. Così come era necessario apparire vittime di questa tragedia, il solo sospetto di una complicità ebraica era incompatibile. Illuminante, in tal senso, il parere di Benjamin Murmelstein, ultimo presidente del Consiglio Ebraico del ghetto di Theresienstadt (o Terezin), magistralmente intervistato nel 1975 da Claude Lanzmann per quel capolavoro di cinematografia documentaria (per il soggetto più che per la regia) che è stato L'Ultimo degli Ingiusti, del 2013. Un altro personaggio inferocito con la Arendt, anche perché - a suo dire - assolutamente incolpevole. In effetti, schiacciati sotto il tacco della violenza nazista, i capi ebrei dovevano ingegnarsi nelle più sottili arti diplomatiche per poter preservare le loro comunità o almeno evitare i più gravi danni.

Insomma, nel merito non è detto che Hannah Arendt avesse ragione al 100% ma, come giustamente si deduce dal film, il problema non fu di merito ma di metodo. Se una grande intellettuale, una delle maggiori del suo secolo, ha un sospetto, un'intuizione, se ne può parlare pacificamente? Può esistere un confronto su opinioni adeguatamente argomentate che esuli dal pregiudizio e da una verità storica imposta per opportunità (si veda il nostro post sull'osnoblotizzazione ontologica della storia) - per quanto questa sia vista come necessaria - confronto unicamente orientato alla conoscenza della Verità (ci si perdoni la maiuscola)? Si può insomma affrontare un problema al di fuori di ogni interesse personale e conformismo, senza la paura della gogna intellettuale ancor prima che mediatica? Cosa costa a un pensatore, come a ognuno di noi se decidiamo di assumere un'opinione personale, il diritto di percorrere la via della Mutantropia Evolutiva? Inutile dirlo, secondo lei costi quel che costi, foss'anche la stima del suo secolo e il quasi completo isolamento.

Intorno al cinquantesimo minuto del film una Hannah Arendt insegnante di filosofia imbevuta dal pensiero di Heidegger sembra darci torto, per poi darci incredibilmente ragione. Infatti insegna: "la tradizione occidentale risente di un grande pregiudizio, e cioè che il male peggiore che l'umanità possa commettere sia determinato unicamente dai vizi dell'egoismo. Ma nel nostro secolo abbiamo avuto la prova tangibile che il male è riuscito a radicarsi nel profondo delle nostre anime e oggi noi possiamo affermare che il male peggiore, chiamato anche male radicale, non ha assolutamente più niente a che vedere con motivi così umanamente comprensibili e peccaminosi come l'egoismo. Anzi, io direi che ha a che vedere con il seguente fenomeno, e cioè convincere l'uomo di essere superfluo in questo mondo in quanto uomo. Tutto il sistema dei campi di concentramento era unicamente finalizzato a convincere tutti i prigionieri che erano uomini superflui, prima di sterminarli con il gas. Nei campi di concentramento le persone dovevano imparare che una punizione non era necessariamente causata da una disobbedienza. Che lo sfruttamento non doveva generare profitti per nessuno e soprattutto che il lavoro non ha bisogno di produrre alcun risultato. Il campo di prigionia è un luogo dove ogni azione e ogni impulso diventano per principio privi di senso. In altre parole un luogo dove viene creata l'insensatezza. Riassumendo: se noi possiamo affermare che negli ultimi momenti del totalitarismo compare per la prima volta il male assoluto, assoluto perché ormai non è più riconducibile a motivazioni umane, noi possiamo dichiarare con certezza che senza di esso, cioè senza il totalitarismo, questa radicale natura del male noi non l'avremmo mai conosciuta". 

Bene, come già illustrato nel post Osnoblosi, secondo noi il fenomeno così chiamato ricrea, per le moderne società sedicenti democratiche, quello che ha cercato di fare il totalitarismo tramite il pensiero unico a suo tempo, ovviamente mutatis mutandis. Quindi grazie Hanna Arendt per aver vissuto, per il tuo pensiero e per il tuo coraggio, sei stata in grado di incarnare l'eccezionalità del Bene. Ma personalmente aggiungeremmo grazie per averci spiegato che l'osnoblosi è persino peggio dell'egonanismo. Grazie.

3 luglio 2015

Sulla Manipolazione del Bello


Ebbene sì, ce l'abbiamo fatta a non scrivere per un mese, l'appena trascorso giugno. Non riusciamo a crederci, anche perché non l'abbiamo fatto apposta: qualcosa nelle nostre vite si è avverato e inoltre la già scarna redazione ha perso ulteriori componenti nei vortici dell'esistenza (auspicabilmente) terrena. Nel frattempo però non siamo rimasti inattivi e abbiamo intavolato un'interessantissima discussione con un (presumiamo) giovane intellettuale o perlomeno studioso, Tommaso Laganà, persona dall'intelligenza viva e dalla grande erudizione, oltre che analista spietato di discorsi altrui. Vero che abbiamo sempre caldeggiato la critica ma in questo caso, come dire? troppa grazzia santantonio! :D
Vi proponiamo quest'interessante carteggio anche perché parzialmente già scritto :D Potete leggere lo scambio pregresso a questo post di Facebook. Ci impiegherete un po' ma ve lo consigliamo, se volete capire meglio quanto segue.

Caro Tommaso, permettici di ricostruire il discorso se no temiamo di perderci, ci scuserai. Siamo partiti dalla tua peraltro condivisibile frase: "Alla domanda di Marx sulle ragioni per cui continuiamo a trovare belli i lasciti della classicità greco-latina, la risposta più appropriata è la più semplice: perchè ci è stato insegnato così, e noi lo abbiamo diligentemente appreso, e non ci è mai venuto in mente di contestarlo, in quanto quei testi e non altri erano stati posti a fondamento della nostra educazione estetica". Condivisibile perché vera, fotografia di un dato di fatto che rende una realtà (secondo noi che non siamo nessuno) oggettiva. Da un certo punto di vista, poi, dovremmo esserti grati perché nella tua frase/citazione descrivi uno dei meccanismi se non proprio IL meccanismo base dell'osnoblosi: la complicità del popolo, della gente comune più o meno plagiata ad arte, nel sostenere una sostanziale falsità a vantaggio di certuni. Secondo la tua citazione siamo tutti condizionati dall'infanzia e di conseguenza magicamente stregati da forme che ci han detto sin da piccoli esser belle.

Ma a parte il fatto che esperienza di tutti è che le cose che ci dicono in tenera età non è detto che facciano poi gran presa sui nostri gusti da adulti, specie col bombardamento di informazioni, segni e immagini che abbiamo oggi (superiore certo a quello dei tempi di Marx, ma anche allora non ce n'era poi così poco rispetto alle epoche pre-gutemberghiane). Ma a parte questo, o forse anche grazie a questo, il fenomeno reale da te descritto non fotografa interamente la realtà. Non è tutto, c'è dell'altro ed è doveroso informarne il buon Karletto, o il suo spettro che si aggira ancora per l'Europa, per chi ci crede, o il suo eone per altri.

C'è che l'arte non è osnoblosi, non è stata creata per ingannare l'uomo e ha potenzialità spesso trascurate o (peggio) svilite alla mera possibilità di dare sorpresa o piacere. C'è che l'uomo ha un cervello il cui funzionamento è ancora per lo più misterioso. Un organo praticamente liquido (dedicheremo presto un post alle straordinarie capacità che ha l'acqua di veicolare informazioni, o addirittura sentimenti), una pappina in brodo in grado di compiere opere assolutamente più prodigiose che calcoli matematici, campagne di marketing o citazioni enciclopediche dei più diversi e meritevoli autori ;) Un organo che nondimeno ha una struttura neurologica relativamente semplice - almeno da concettualizzare - e che funziona per risvegli, reminiscenze e attivazioni. Chiameremo i percorsi fisici lungo i quali questi fenomeni hanno luogo "schemi neuronali". Essi non sono tutti uguali, come non tutto uguale è il cervello, ma vi risparmiamo un trattato di anatomia :) Ci basti sapere che alcuni provocano movimenti automatici e involontari, altri reazioni istintivo-animalesche, altri ancora possessioni egotiche, e su fino ai pensieri più elevati e le intuizioni più geniali.

Sono tantissimi i tipi di impulso in grado di stimolare gli schemi neuronali (o neurali, hai ragione nel farci notare che forse questa formula è più adatta): un rumore improvviso, un odore ancestrale... La maggior parte di questi suscitano reazioni istintive o pseudo-tali, tipiche degli schemi più "bassi", quelli ai quali oramai affidiamo anche le nostre vite e forse ai quali ti riferisci tu con la tua tesi. Altri invece innescano le parti più sconcertanti delle nostre potenzialità. Gli stimoli maggiormente in grado di farlo pensiamo siano il suono e l'immagine, che sapientemente combinati dalle tecnologie dei diversi secoli creano l'arte e il simbolo. Sul rapporto fra i due ti consigliamo il nostro post Etica ed Estetica. Ecco, secondo noi tutta questa parte sfugge a te e al buon Marx, per quanto a modo suo sia un discorso più materiale (quindi assimilabile da un materialista storico) che trascendentale, o anche solo concernente il mondo delle idee, o inconscio collettivo, o immaginario popolare che dir si voglia. La ragione per cui l'arte classica piace e piace a tutti, africani ed eschimesi, cittadini e campagnoli, ricchissimi e miserrimi, è che attiva circuiti neuronali per sua intrinseca forza simbolica, cioè di unione all'Elevato, all'Archetipo, caratteristica che tutta la buona arte ha o dovrebbe avere.

Chi lo dice? Beh... complimenti per la tua dissertazione grondante dottrina, ma ti chiediamo scusa se non seguiamo e non seguiremo il tuo metodo, secondo noi tipico, diciamo così, di un approccio giovanile, ovvero di quando la cultura provoca infervoramenti e la vita è sostanzialmente ancora una sfida in territori ignoti. Noi, come altri prima di noi, non citiamo le nostre fonti, che sono prese più che altro da esperienze dirette, e ci affidiamo a un metodo tanto antico quanto efficace: la risonanza interiore. Il nostro post sullo stato di coscienza precedentemente citato spiega cosa intendiamo [i.e. se una verità non la senti già almeno lontanamente come tale, non può essere comunicata]. Perché facciamo così? non per screditare la scienza, per carità, comunque già bravissima a screditarsi da sola, ma perché veramente crediamo a un nuovo metodo, che nuovo non è bensì antico quanto il mondo (e al limite dimenticato dall'Occidente), la cui efficacia a sua volta è stata più volte confermata dalle ultime scoperte scientifiche, neurologiche e quantistiche. Insomma, noi siamo convinti di certe verità e aspettiamo sia la scienza a confermarle, non stiamo noi a inseguirla per poi doverci contraddire periodicamente ;) Ti garantiamo che da questo punto di vista gli ultimi 30 anni sono stati veramente pregni di soddisfazioni.

Certo... i filosofi della scienza insegnano - similmente alla tua immaginetta che stiamo commentando e, verosimilmente, alla tua tesi - che il paradigma in un'analisi è tutto, e su questo troviamo abbiano assoluta ragione. E non ce la prendiamo col bello, concetto secondo noi semplicissimo (lo dice l'ultimo dei contadini: è bello ciò che piace) e che nemmeno tu definisci, né con gli universali culturali, altra definizione autoevidente: ciò che i linguisti ignoranti pensavano fosse culturale ma in realtà è innato, e nonostante tutto certuni credono trattarsi di segno culturale. È una definizione traballante, lo sappiamo, ma non meno di quanto sia ambiguo e contraddittorio il concetto di universale culturale stesso, codice che, essendo innato, non può essere culturale (cioè appreso) ma solo pseudo-tale. Dovrebbero chiamarsi semplicemente codici universali. [esempio pratico: perché tutti gli uomini si salutano alzando le sopracciglia? O almeno perché tutti interpretano l'alzata di sopracciglia come saluto? O questo era un codice comportamentale ante-babelico miracolosamente sopravvissuto oppure è veramente una cosa innata, tu che ne pensi? entrambe le prospettive aprono più problemi di quanti ne risolvano, nevvero?]

E, cambiando appunto la prospettiva, vorremmo chiederti: cos'è per te l'uomo? Non vorremmo annoiarti con citazioni dotte, ma la tua posizione intellettuale ci sembra eminentemente kantiano/darwiniana: per te l'uomo è una sorta di macchina biologica adattiva che coi secoli (scusa se, con rispetto, ci scappa da ridere) "evolve". Su questo vorremmo darti una (speriamo piccola) apateporia: non scorgiamo nell'umanità degli ultimi 5000 anni alcun segno di evoluzione, anzi è vero il contrario. Certo parli anche di "capacità adattiva" ma, appunto, se non sbagliamo fu proprio questa obiezione a suo tempo a smontare il castello di Darwin: adattivo non vuol dire (necessariamente) evolutivo, anzi spesso gli si contrappone. Ciò si connette alla tua frase "Quindi volendo parlare di universali culturali di sicuro non stiamo parlando di arcanicità, inquietudine o senso di grazia e armonia". Appunto, dipende da cosa intendi per "universale culturale". Di chi è un segnale, del codificatore o del decodificatore (fatte salve le decodifiche aberranti)? Secondo noi di entrambi: è universale tanto lo stesso "segnale" (ancor più che segno) emesso da culture incompatibilmente diverse se con lo stesso significato, quanto l'interpretazione di un segno (ancor più che segnale), specie se extra-culturale (o naturale). Questo per dire che se un segno viene interpretato da culture incompatibilmente diverse nello stesso modo (o in modi confrontabili entro un minimo range), ovvero se instaura loro i medesimi sensi, fossero anche "di arcanicità, inquietudine o senso di grazia e armonia", allora universale è.

Quella che tu chiami "sensibilità estetica" è una cosa innata, uno schema neuronale che si comporta, quindi, come un universale culturale. La sindrome di Stendhal colpisce lo studioso e l'ignorante, il nobile di Milano come il lustrascarpe di Timbuctù, laddove quest'ultimo avesse il tempo e il privilegio di poterne soffrire. POI il potere costruisce su questa potenza il perseguimento dei suoi fini, insomma contestiamo la tua relazione di causa/effetto: non è il potere che impone "un" bello ai suoi fini e con mezzi culturali (cioè... ci ha anche provato ma non è la cosa che gli è riuscita meglio, si veda il bello sovietico o quello fascista, oggi inguardabili), ma bensì che usa "il" bello perché già di per sé efficace, un po’ come l'arrapamento, che nun tiene benzieri né necessita giustificazioni o sovrastrutture culturali, per quanto queste ultime nella realtà non manchino (o, per usare le tue parole, "tra questi input ci sono anche le informazioni di natura culturale che rappresentano il dominio culturale dei moduli concettuali").

La potenza del bello è simbolica non perché lo dica questo o quello, ma perché lo dice la stessa parola simbolo, συμβολον súmbolon (segno) a sua volta derivato dal verbo symballo dalle radici sµ- (sym-, "insieme") e βολ (bolḗ, "getto"), ovvero "mettere insieme", "unire". Il simbolo unisce, sì, ma cosa? È qui che torna in ballo l'uomo. L'uomo che non si evolve, e si adatta, ok, ma anche poco. L'uomo è fatto così. Ha la capacità di adattarsi della scimmia, ma ha anche componenti della sua struttura che non hanno nulla di animale e lo portano ad essere quasi totalmente altro. E non ci riferiamo solo alle componenti culturali, per quanto precipue, specie nel linguaggio, ma alle 
potenzialità in realtà molto maggiori rispetto a ciò che i peraltro bravi Hirschfeld, Gelman, Sperber e Leslie hanno capito ormai una ventina d'anni fa e che oggi, se non proprio smentito, è stato quantomeno integrato, come la scienza è solita fare. Tra le capacità innate dell'uomo, e ancora ci scusiamo per l'apateporia, c'è l'unione "agli stati superiori dell'essere", ma per favore non chiederci di definire questo concetto. Se per te l'uomo esiste solo per magnare, ubriacarsi e chiavare questo è una convinzione che nemmeno proviamo a contraddire.

La da te giustamente citata ridescrizione rappresentazionale è un modo difficile per dire una cosa semplice: la potenzialità che hai dentro fatica a destarsi se non adeguatamente stimolata da chi ti circonda, ok. Ma è risvegliata, non (solo) imposta o addirittura formata. Se non l'hai dentro, ragazzo, a Mantova dicono "at ve' mia luntàn". E come si fa ciò? Attivando gli schemi neuronali con il bello e/o con il simbolo e/o con il suono (l'olfatto e il tatto rimanendo relegati ai margini dell'esperienza formativa in Occidente, per quanto estetica o para-razionale, mentre il gusto ormai è puro e di certo non edificante edonismo). Noi, per non sbagliare, usiamo la Sinestesi, altri usano altri mezzi. In questo senso ci risulta incomprensibile la tua frase "Eppure il modello connessionistico si basa sull’idea che ogni concetto è rappresentato da un pattern di attività eccitatoria, non un elaboratore di simboli, ma un sistema dinamico capace di modificarsi in modo massiccio in funzione e a seguito dei suoi rapporti con l’ambiente", con buona pace di Smolensk (apprezzeremmo comunque tue elaborazioni personali, eh? ;), che cos'è un'elaborazione di simboli se non un "un pattern di attività eccitatoria" (insieme all'elaborazione di un segno qualsiasi, sia esso culturale o naturale)? Davvero, cos'è un simbolo e, ripetiamo, cos'è l'uomo?


Le ricerche di Serale 1992 -Edelman 1987 - Edelman e Tononi 2000 confermano ciò che noi affermiamo almeno dai primi '80: il senso lo determina la psiche aiutata dall'opera, cioè dal bello, se no perché l'estetologia si chiamerebbe così? E il bello non ha bisogno di essere referenziale e monosemico, come vorrebbe essere il linguaggio, anzi più è linguaggio meno funziona il mezzo, ed è per questo che la poesia non dev'essere MAI interpretata letteralmente e/o forse è per questo che oggi questa forma d'arte incontra così poco i favori del pubblico. Quindi NON "perché ha un significato assegnato a livello culturale", anzi esattamente l'opposto, proprio perché quel significato NON CE L'HA o non lo dovrebbe avere in prima istanza (e qui ti rimandiamo al nostro post su verità e stato di coscienza cui non sembri aver dedicato la dovuta attenzione ;P). 



Insomma, per ricapitolare, il bello (= ciò che piace e/o l'opera d'arte) funziona perché attiva schemi neuronali in grado di connettere l'uomo a stati superiori dell'essere, similmente ai simboli reali, cioè non quelli referenziali (come la donnina stilizzata x il bagno femminile) ma quelli che utilizzano archetipi. Jung ha dimostrato che questi ultimi, funzionando anche coi dementi, rappresentano veri universali culturali, ovvero segni correttamente decodificati (con maggiore o minore delta di scarto, ok) da popoli, culture e classi sociali tanto distanti quanto non comunicanti. Il potere poi fa il suo gioco ma questo ci interessa poco, se non a ulteriore suffragio di questa che per noi è un'evidenza. Ma il punto sta proprio qui: a cosa serve quest'eccitazione, quest'attivazione? Per l'idiozia post-berlusconiana che ci circonda, serve a godere del bello (cosa che così è stata almeno dal Rinascimento in poi, specie in epoca post-sessantottina), soprattutto se immediato, di basso livello o degradante, o almeno così al potere interessa far credere alla gente. Per noi invece serve a unire - secondo il suo etimo simbolicamente - agli stati superiori dell'essere fino ai più sublimi, da noi chiamati trascendenti, che poi sono lo scopo ultimo e vero dell'uomo, ciò che nega alle fondamenta Darwin applicato all'uomo e determinismi culturali di sorta (pur senza escludere la loro parte nella generale entropia di eventi che riguarda l'umanità dolente).

Ma questo, caro Tommaso, che te lo diciamo a fa'? Si tratta della classica verità attinente lo stato di coscienza e o è ovvia o è falsa. Un salutone e... grazie per averci dato l'occasione per poter esprimere certi concetti che speriamo siano stati utili a tutti!

31 maggio 2015

Affinità e divergenze fra i "compagni" Giovanni Lindo Ferretti e Andi Sex Gang del conseguimento della terza età

Sì, scusate il titolo un po' lungo ma la citazione era troppo ghiotta. E non è colpa nostra se con il recente concerto dei Chameleons si è vista l'ennesima vecchia gloria fare capolino sugli italici palchi, insieme a Modern English o ai Sad Lovers and Giants, insomma a guardare i cartelloni sembra di essere tornati fra l'80 e l'86. Perché dal momento che c'è sempre qualche... come dire? mente semplice che vuole da noi esempi positivi, allora non parliamo di "fenomeni" di mercato qualsiasi ma di una generazione e di una scena ben precisa: quella magica e variopinta del post-punk anni 80, specie se oscuro ai limiti del gotico. Una scena che sembra immortale, numerosissima (la più ampia raccolta disponibile online, il Gothic Compendium, conta circa 100 band!) e, nonostante le critiche di depressione e negatività formulate allora, capace di prodotti tanto profondi e adulti da aver risentito pochissimo del trascorrere degli anni, che ormai hanno superato la trentina!! Certo erano brani depressi e meditativi, come tali assolutamente profetici e proprio per questo non invecchiati (della serie "chi pensa male fa peccato ma..." ;).

E per l'occasione vorremmo confrontare le performance di due artisti diversissimi fra loro, anche per cultura e provenienza geografica, ma in qualche modo connessi a questa scena: Andi Sex Gang, lo gnomo malefico, ghignante leader dei mitici Sex Gang Children e Giovanni Lindo Ferretti, cantautore epocale e unico in Italia, negli anni front-man di CCCP, CSI e PGR. Il primo magicamente comparso al Black Hole di Milano la sera del 30 aprile, il secondo protagonista di uno splendido concerto in un teatro Manzoni di Bologna che più pieno non avrebbe potuto essere. Beh, visto il lungo titolo del post potremmo cominciare ad elencare le affinità fra i due:
- la prima e più importante: sono Artisti con la A maiuscola, e intendiamo anche oggi
- appartengono a vario titolo alla scena dark-gotica, comunque post-punk, titolo che descriveremo meglio in seguito
- come tali sono piuttosto avanti negli anni anche se non proprio coetanei: il primo ha superato i 55, il secondo i 60
- entrambi hanno un look malato, instabile. La prima impressione che danno sul palco è di vecchi patetici e velleitari
- entrambi, almeno artisticamente, "non si sono traditi", ovvero continuano ad offrire al loro pubblico lo stesso scomodo personaggio e più o meno lo stesso spettacolo
- entrambi hanno basato la loro arte sullo shock, nel senso che di norma aborriscono un'arte rassicurante
- ne consegue che sono più interessati all'efficacia della performance piuttosto che alla sua corretta esecuzione (insomma, chiamiamoli cantanti dall'intonazione approssimativa, va'...)

Andi Sex Gang forma i Sex Gang Children nel 1981, in piena esplosione del gothic rock, divenendone le icone della versione meglio conosciuta come "Batcave". Quest'ultimo è il nome di una serata che di lì a breve avrebbe tormentato le notti londinesi, all'inizio nel Gargoyle, un vecchio locale londinese quasi dismesso e mezzo in rovina, ma successivamente la formula sarebbe stata esportata in giro per la Gran Bretagna. Le serate Batcave, specie agli inizi, non erano esattamente "gotiche", bensì glam e vagamente tendenti al fetish, ma dal momento che il genere più affine che stava nascendo in quegli anni era appunto il gothic rock - che al glam doveva moltissimo, si vedano le cover dei Bauhaus, Third Uncle (del primo Brian Eno), e di Siouxsie coi suoi Banshees 20th Century Boy (degli inventori del glam, i T-Rex) - questo ne divenne presto il grande protagonista musicale. Gruppi allora celeberrimi come gli Alien Sex Fiend o i "padroni di casa" Specimen, spingevano sull'acceleratore della commistione fra sado-maso e lugubre.

Ma poco prima che questo bell'ambientino venisse alla luce, certo Andrea McElligott creò i Panic Button ma presto seppe del nome Sex Gang Children da un'idea di Malcolm McLaren presa da una novella di William Burroughs. Malcolm, "inventore" e stratega dei Sex Pistols, in un primo tempo voleva chiamare così il suo gruppo "pacco" Bow Wow Wow, ma poi suggerì il nome al giovane DJ effeminato Boy George che però gli preferì Culture Club, e alla fine fu adottato dallo stesso McElligott per ciò ribattezzatosi Andi Sex Gang. E la specificità del suo show era proprio lui: piccolo di statura, sguardo mefistofelico, voce acida e sgraziata, movimenti enfatici a volte da demonietto, a volte da paggetto medievale, altre da ragno o da rapace, altre da attore di teatro elisabettiano. La sua musica era sì glam, sì oscura, ma anche inquietante e tribale, basata su giri di basso in primo piano a cui una chitarra sottomessa e impastata ("invenzione" dei Joy Division) faceva giusto da contrappunto rumoroso. Ormai star al Batcave, raggiunse il successo nel 1983 con Sebastiane, messinscena grandguignolesca e brechtiana dalle venature orientaleggianti introdotte da un violino perverso e malato. Celebre è la citazione di Ian Astbury dei (Southern Death) Cult: "uno dei gruppi che stava emergendo insieme ai Southern Death Cult erano i Sex Gang Children ed Andi si vestiva come un fan dei Banshees. Così mi piaceva chiamarlo Folletto Gotico, perché era piccolo e oscuro. Gli piacevano Édith Piaf e la musica macabra e viveva in questo palazzo di Brixton chiamato Visigoth Towers. Così lui divenne il piccolo Folletto Gotico e i suoi seguaci divennero i goths, ecco come ha avuto origine questo nome". (cfr http://thequietus.com/articles/04921-alien-sex-fiend-interview)

Il tutto mentre un ragazzotto di campagna, anzi di una località di medio-bassa montagna come Cerreto Alpi (RE), certo Giovanni Lindo Ferretti, in fuga da trascorsi come assistente in ospedale psichiatrico (esperienza che immaginiamo piuttosto logorante), incontrava a Berlino certo Massimo Zamboni, pseudo-chitarrista ai limiti dell'inettitudine anch'egli emiliano, e con lui cominciò a urlare improperi nel microfono in sarabande chitarristiche accompagnate dalla drum machine. I MitropaNK nacquero con il ritorno dei due in Emilia e con l'accompagnamento del bassista Umberto Negri, divenendo poi nel 1983 CCCP - Fedeli alla Linea. Si trattava di un post-punk forsennato e febbrile, nulla di dark o oscuro se non nella figura decisamente inquietante di Giovanni Lindo, volto scavato e occhiaie nere, figura non diversissima da Andi. Ma ai tre si affiancarono presto due performer che caratterizzarono moltissimo il loro show: Annarella Giudici, sedicente soubrette del popolo, in grado di cambiarsi fino a 40 abiti nella stessa serata e Danilo Fatur, sorta di sfrenato fascistoide autolesionista, figura esagitata e ancor più inquietante del nostro Giovanni Lindo. La loro miscela di, parole loro, musica melodica emiliana e punk filo-sovietico fece scalpore specie coi testi trasgressivi di Mi Ami? o oltraggiosi di Emilia Paranoica. Una proposta fatta di urla, insulti, chitarre distorte, scenette di Annarella, torture autoinflitte di Fatur, insomma uno schiaffo beffardo al moralismo benpensante dell'Italia di allora, marcata di "edonismo reaganiano", formula originale dei tempi (nei quali - sia detto per inciso - fu pure coniato il termine "osnoblosi"). Inneggiavano a un oriente idealizzato giusto per dileggiare l'occidente capitalista, salvo poi denigrare un vicino oriente comunista incapace di valorizzare l'uomo per i suoi meriti.

Ma con la seconda metà degli anni 80 in Inghilterra finì la stagione del dark-gothic, obbligando Andi Sex Gang a sciogliere i suoi Children e tentare una carriera solista nei territori del glam-rock. Ebbe così inizio un periodo decisamente in sordina per il nostro, sempre più in ombra e relegato ai margini della scena musicale. Nonostante un buon disco tra lo sperimentale e l'industriale, Medea (1993), pubblicato negli Stati Uniti, l'intemperante Andi, appannaggio ormai solo di un piccolo zoccolo duro di fan, mai domo alle regole sociali e sempre pronto alla provocazione, tanto fa che finisce nelle patrie galere americane. Ma non perderà per questo il suo tempo: ci rimarrà per poco e sarà in grado di capitalizzare quell'esperienza per un nuovo disco, Veil, del 1999. Peccato solo che il mondo sembri essersi dimenticato di lui che, nonostante il passato glorioso, sembra escluso dalla generale rinascita del rock gotico che si è vista negli anni 90.

Per Giovanni Lindo, invece, con la fine degli anni 80 si consuma la fine del suo rapporto con Annarella Giudici e, quasi come immediata conseguenza, con l'esperienza CCCP. Per l'ultimo disco, il capolavoro Epica, Etica, Etnica, Pathos, il gruppo era stato integrato dai migliori elementi transfughi dai Litfiba: Gianni Maroccolo, il bassista, Riccardo Magnelli, l'arrangiatore, Ringo de Palma, batterista, con l'aiuto del giovane chitarrista / tecnico del suono Giorgio Canali. Con l'eccezione di De Palma questi musicisti, insieme all'inossidabile coppia Ferretti-Zamboni, creeranno i CSI, forse il più importante gruppo di rock italiano di sempre. Pur senza dimenticare le proprie radici punk e violente, il progetto esplorava molti altri territori musicali, tra cui certa melodia mozzafiato o atmosfere cupe e plumbee, guidato dalla voce di Ferretti sempre più bassa e cavernosa, fino - ed eccoci al punto - ad aver inventato uno stile "gotico" tanto originale quanto moderno. Il risultato è composto di quadretti di pura poesia con prospettive sociali, etiche e financo spirituali, anzi, non ci si discosta dal vero ad affermare che Ferretti sia stato il maggior cantore iniziatico-esoterico-tradizionale del rock italiano. I due album capolavoro furono Ko de Mondo (1994) e Linea Gotica (1996).

Seguì però irresistibile la decadenza, complice un edema polmonare che minò la salute del nostro e causa della sua sorprendente lite con Zamboni. Rimasti però Magnelli, Maroccolo e Canali, insieme a Ginevra di Marco (compagna del primo) rifondò il gruppo come PGR perdendo però mano a mano elementi e consensi. La catastrofe avvenne nel 2008, anno in cui si è lanciato in una virulenta campagna antiabortista a fianco di Giuliano Ferrara e il cardinale Ruini: il suo fandom tradizionale non poté sopportare un gesto che non poteva che essere vissuto come voltafaccia. Giovanni Lindo venne praticamente abbandonato, quasi emarginato dalla scena, e lui stesso si ritirò dal fragore del mondo ritirandosi in un ostinato isolamento nella sua natia Cerreto Alpi a occuparsi di teologia e cavalli.

Ma veniamo ad oggi e alla gestione della terza età! In nostro Andi non si è mai arreso e, prima con i Sex Gang Children, poi in una costante carriera solista continuò a sfornare album di valore, fino al grande ritorno dei primi con Viva Vigilante! del 2013. A Milano si è visto un quartetto di anzianotti però guidati da un giovane e bravissimo bassista, Carl Magnusson, dall'aspetto invero più grunge che gotico. Complice un impietoso raffreddore, Andi non sembrava molto in forma, la voce stentava a fare capolino dalle sue corde vocali, anche i movimenti erano quelli rigidi e impacciati di un signore anziano. Se possiamo permetterci, inoltre, il buffissimo chitarrista Matthew J. Saw, specie di tardo hippie che uno si sarebbe aspettato, che so? nei Gong, imbracciava un'originale 12 corde trapezoidale che però emetteva un ronzio indistinto. Insomma, lì per lì se avesse suonato una scopa con una corda sola e il distorsore a palla avrebbe ottenuto il medesimo effetto. Questa scenetta ai limiti del patetico (c'erano dei 18-20enni, ai quali i Sex Gang Children erano completamente sconosciuti, che già si permettevano commenti sarcastici) ebbe un improvviso scossone con il folgorante inizio di Sebastiane: Andi sembrò tornare quello di un tempo, la sua primeva energia demoniaca prese possesso di lui e finalmente in sala si scatenò il delirio. Tra glorie del passato e perle del presente il cantante, certo non sempre a fuoco specie nell'intonazione, è riuscito a farci rivivere le magiche atmosfere del Batcave degli anni 80, con suoni precisi e ficcanti, sempre guidati dal bravo bassista e a tratti addirittura deliziati di qualche arpeggio, che finalmente rendevano giustizia alla 12 corde del chitarrista. E il pubblico venne preso dai vortici febbrili di una Mauritia Mayer da manuale o è rimasto ipnotizzato dal tribalismo sinistro e monocorde di una sconcertante (in senso buono) Deiche.

Insomma per lui questa è la ricetta: lo shock, lo sberleffo, la scossa ai benpensanti piccoloborghesi che dominano il mondo. Mondo che non è fatto di regole e buonsenso, che non si conosce e non ti insegna con le buone maniere, l'etichetta o i formalismi, bensì è luogo di sangue e putredine, di mostruosità e violenza, che va colpito sbeffeggiato, denudato e mostrato al pubblico in una sorta di (citando Ballard e i Joy Division) atrocity exhibition. L'atteggiamento deosnoblotico passa quindi per l'urlo, il gesto teatrale, la musica tribale in grado di risvegliare, per schemi neuronali, gli istinti lemuriani contenuti nel cervello rettile. Ma ciò non al fine di  invitare l'umanità nell'ennesima degenerescenza, bensì per prendere coscienza degli orrori che ci circondano e saperli chiamare come tali. Per aspera ad astra, questa è la lezione di Andi e dei suoi Sex Gang Children.

Ma anche oltre ha saputo andare Giovanni Lindo Ferretti. Abbandonata l'esperienza PGR, ormai dal 2011 gira i palchi d'Italia accompagnato dagli ex Ustmamò (un celebre gruppo rock italiano prodotto dal nostro nei 90) Ezio Bonicelli e Luca A. Rossi e una drum machine. Due musicisti eccelsi, capaci di alternarsi al basso, sì, ma soprattutto alle chitarre più dolci o più distorte, fino al violino più struggente. L'impressionante canzoniere del nostro viene così esaltato al massimo e uno dopo l'altro si dipanano i capolavori specie del periodo CCCP, meno di quello CSI (incomprensibilmente, visto che ai nostri occhi è il suo migliore) e ancor meno il suo solista. Totalmente assente il catalogo PGR per motivi a noi incomprensibili. Annarella, Cupe Vampe, Mi Ami?, Emilia Paranoica, Irata (da Pasolini) si susseguono in una girandola di emozioni e prese di coscienza.

Giovanni Lindo, criticato per (forse anche discutibili) scelte religiose e politiche, sul palco resta sempre un gigante. La voce bassa e cavernosa, recitante e salmodiante, oppure in urlo acuto da muezzin del punk, è sempre forte e ferma e sa sempre donare brividi, quand'anche l'intonazione si fa più approssimativa. In questo è uguale ad Andy Sexgang: quando vi canto i capolavori più sconvolgenti di un'epoca, che vi frega della perfezione dell'esecuzione? In fondo la cifra stilistica del punk e di ciò che ha seguito non era "non importa come lo esegui, ma importa cosa fai e la convinzione che ci metti"? Ma al contrario dell'inglese, Giovanni Lindo va oltre. Non si accontenta di disturbare, di adattare i capolavori del passato ai tempi nostri (notevole in questo senso Radio Kabul), di shoccare il comodo perbenismo dei benpensanti. Lui sa citare stati interiori, sa evocare demoni e possibilità sepolte dai millenni, conosce i simboli e, moderno sacerdote di una Chiesa antica quanto l'uomo, sa evocarne il potere arcano. Spina della Tradizione Primordiale, della Philosophia Perennis, nel fianco della superficiale ed edonista ignoranza, dell'ipocrisia arrivista contemporanea, Giovanni Lindo Ferretti non solo fa spettacolo di primissima scelta, non solo intrattiene dando da pensare, ma è anche in grado di far sprofondare il tuo animo nelle sue possibilità primordiali e di risvegliarne potenzialità latenti e trascendenti.

E, scusateci, ma se non è Sinestesi questa... in barba ai tanti cantantucoli propinati dall'industria dello spettacolo o, peggio, ai tanti burattini che blaterano comandati a bacchetta imposti oggi dai sedicenti talent... Possibile che il nostro secolo si accontenti di simile immondizia culturale? Chi ci segue è avvertito: cantavano i Christian Death, altra immensa band dell'epoca, "I admit, in no way... approval!".

31 marzo 2015

Breve confronto festivaliero: Bookpride vs Sublimar


Cari tutti, siamo una redazione, fra noi (non molte) persone diverse per cultura ed esperienza. Quindi certuni necessariamente "di sinistra", o provenienti da quell'area culturale. Ma chi ci segue sa bene che non amiamo la politica, a qualunque colore appartenga, e quelli di noi da lì venuti hanno presto capito che, per citare Bob Dylan, "Marx non aveva tutte le risposte" :D

Siamo reduci dal tanto decantato Bookpride e dobbiamo dirci ammirati per il modo con cui quest'evento è riuscito a far parlare di sé. È stato molto intelligente puntare su di un mito assurdo, ossia quello dell'editoria indipendente, come se quest'ultima fosse una categoria omogenea. In ogni caso è un valore con la sua importanza, in un evento ben riuscito, almeno in termini di pubblico e risonanza mediatica.

Dobbiamo ammettere di non frequentare molto i festival letterari, anzi... a esser sinceri frequentiamo poco qualunque cosa ;) In ogni caso l'ultimo che ci capitò di vedere fu Sublimar, dove avemmo modo di recensire quel brontolone di Sgarbi. Ecco, nell'essere piuttosto simili, Sublimar e Bookpride si situano su due piani complementari, se non proprio opposti, del fare festival letterario. Tanto era all'aperto, primaverile, verde, storico-artistico Sublimar nei suggestivi chiostri dell'Umanitaria, quanto è stato al chiuso, buio, quasi cupo Bookpride, nei freddi e moderni saloni dei Frigoriferi Milanesi. Entrambi con stand fieristici, ma come sembravano più curati e armonici quelli del primo, e quanto squadrati e industriali quest'ultimi. Certo, questi erano affollati, i primi no.

Per entrambi la letteratura non può che essere necessariamente cultura, perché mette la speculazione umana come oggetto di attenzione e analisi (per Sublimar poteva esserci il sospetto che non fosse così, vista la sottile distinzione fra letteratura spirituale e Scrittura Sacra, ovvero rivelata, ovvero non propriamente umana), ma il primo agisce sul piano verticale nella ricerca di un'elevazione - o sublimazione - verso il trascendente, il secondo invece su quello orizzontale, proponendo una più efficace e consapevole azione sociale. Raramente come in questo caso l'etichetta "materialismo storico" è stata più appropriata: non esattamente "editori indipendenti", quindi, o almeno non intellettualmente se così "in ambito marxista", a volte più sulla politica, altre più sulla narrativa.

Nulla di male in sé, ma se orgoglio di indipendenza significa anche amore d'equità, allora avremmo gradito qualche editore di altri colori, pur non necessariamente apprezzandolo. Sì, c'era qualche scheggia impazzita, come ad es. dei seguaci di Paramhansa Yogananda persi come pesci fuor d'acqua, o un'importantissima Astrolabio Ubaldini solinga e disertata, o ancora un'assurda Jaca Book che, seppur moderatamente frequentata, rappresentava un corpo estraneo ai limiti dello schizofrenico.

A Sublimar invece erano rappresentati tutti i credi e tutte le correnti spirituali, PERSINO il cattolicesimo, persino quelle nascoste, o secondo certuni apocrife, o esoteriche, o iniziatiche, o ancora sapienziali. Ma la cosa più bizzarra è che convivessero con le cattoliche nelle sia pur mille sfumature di queste, spesso più in contrasto fra loro che con ipotetici oppositori teologico/dottrinali. A Bookpride un monocolore (rosso) dalle diverse sfumature schizofreniche e dialettiche, a Sublimar i tanti colori in cui si divide la luce quando tocca la materia, in un'inedita armonia, quanto più importante oggi! E si è parlato comunque dell'uomo, e del vivere, e del senso dei nostri atti sulla terra, perché a considerar Spirito, purtroppo o per fortuna, spesso si tratta più d'azione che di speculazione.

Insomma non c'era meno scienza. Si spera più sapienza. Purtroppo, e chissà perché, meno gente.

16 dicembre 2014

Glossario Mutantropologico Technesico


Oh letizia, quanta letizia... ma QUANTA! Trasudiamo letizia. Certuni di noi oserebbero obiettare che a giudicare dall'odore potrebbe non trattarsi esattamente di letizia, ma in fondo ciascuno trasuda ciò che può ;)
In questa bell'atmosfera festiva e, lo direste mai? portatrice di cotanta letizia e nobili sentimenti, volevamo farvi un regalo. Anche perché non sappiamo quando ci rivedremo, se solo si realizzassero metà dei progetti in cantiere non posteremo quasi più. Bene, ciò significa che potrete tenere il polso della situazione: se vedrete nuovi post con una certa frequenza preparatevi al seguito di quello sulla disoccupazione. :D
Va beh, celie a parte, abbiamo qui un glossario, un dizionarietto, una roba da studiare. Ma no, non studiare, sono concetti nuovi ma anche vecchi come il mondo, con cui bisogna solo prendere un po' di confidenza.
O... come diceva un vecchio blog underground? Attivare schemi neuronali?


ANTI-MUTANTROPO INVOLONTARIO: figura mostruosa che deturpa il mutaspetto esteriore contro la sua volontà, rendendogli spesso un'immagine più consona alla sua vera indole. Insomma uno scherzo della natura sulla cultura.

APATEPOFOBIA: paura dell'apateporia, cioè dello shock da sistema di valori/opinioni/valutazioni erroneo.

APATEPORIA: smascheramento sconcertante, scacco al sistema di valori e alle capacità interpretative teoriche del reale, al merito.

ARCHETIPO: elemento mitico-simbolico primordiale, fondamentale e universale nell'uomo. Il riferimento ad esso è alla base della Sinestesi.

ARTE MULTIMEDIALE: finalizzata a stimolare più sensi (vista, udito, tatto, percezione dello spazio ecc) tramite l'utilizzo di più mezzi. Distintasi per modestia dei risultati, dovrebbe dare origine all'esperienza sinestetica.

ARTE SINESTESICA: in grado di innescare esperienze sinestetiche mutantrogeniche per applicazione di Sinestesi.

ARTE (sedicente) SINESTETICA: etichetta autoconferita ma per lo più rivelatasi velleitaria, in quanto ad oggi non sufficientemente distintasi dall'arte multimediale. Sostanzialmente quella sinestetica è un'esperienza, non un'arte (che semmai è "a fini sinestetici").

ARTISTA EGOICO: tipo di Mutantropo egoico che persegue obiettivi estetici insieme a vantaggi personali.

ATIQUIFOBIA: paura del fallimento, cioè di agire male, di non sapere applicare correttamente un giusto sistema di valori.

ATTEGGIAMENTO OSNOBLOTICO: atteggiamento menzognero, ingannatore, di controllo ambientale finalizzato a un vantaggio.

CONFORMISMO: fare mutantropico illusorio e deresponsabilizzante, in quanto adotta valori e comportamenti altrui. Porta a immobilismo e osnoblosi.

CONTROLLO SOCIALE: insieme di procedure e meccanismi psicologici imposti dai poteri politico, economico e religioso, finalizzato all'autoconservazione.

DEOSNOBLOTICO: di contrasto all'osnoblosi.

DINAMICA MUTANTROPOSNOBLOTICA: alternanza tipica nell'essere umano basic, ovvero orientato esclusivamente al proprio vantaggio. Se un fare mutantropico risulta di successo fa seguire un immobilismo osnoblotico, almeno fino alla prossima apateporia.

EGONANISMO: egotismo esagerato e controproducente. Particolarmente patologico e purtroppo di moda quello fragile.

ETICA ESTETICA: funzione tradizionale dell'arte, ovvero proveniente dai altri tempi in cui le si domandava un'utilità sociale.

EUMUTANTROPO: vedi Mutantropo evolutivo.

FALLIMENTO: mancato raggiungimento di obiettivo, scacco alle procedure esecutive (e alle capacità interpretative pratiche), al metodo.

FARE MUTANTROPICO: cambiamento di sé consapevole e finalizzato a un vantaggio. A seconda della presenza di conformismo ed egoismo (o addirittura egonanismo), dà 6 effetti principali simboleggiati in altrettanti tipi di Mutantropo.

FINTO MUTANTROPO: personaggio del gossip o dello spettacolo presentato come artista o opinion leader a fini speculativi.

GIOCO SINCRESTESICO: serie di eventi che hanno avuto luogo a Milano nel 2013 come proto-sinestesopera. Sostanzialmente un gioco di gruppo che utilizza sincronicità e Sinestesi.

IMMOBILISMO: socialmente il significato è noto, individualmente è il contrario della Mutantropia.

MEME: elemento culturale ricorrente, tramandato sincronicamente per comunicazione o diacronicamente per tradizione.

METANTROPO: Eumutantropo giunto all'evoluzione estrema, una fase oltre l'uomo.

MUTANTROGENICO: innescante il fare mutantropico. 

MUTANTROPIA: fenomenologia del mutamento umano, consapevole o portatore di consapevolezza (mutantrogenico).

MUTANTROPO: essere umano cambiato consapevolmente per un fine. Costui può essere:
- osnoblotico (o borghese), ovvero insieme egoico e conformista 
- mediocre (o grigio), ovvero sostanzialmente conformista e non egoico
- umile (o conformista apparente), cioè "in fuga dal mondo", finto conformista comunque non egoico
- egoico o prevalentemente tale, non conformista, anzi spesso anticonformista
- artista egoico, come il precedente ma con l'alibi dell'arte
- evolutivo (Eumutantropo), non egoico e non conformista, persegue un sistema di valori con la propria coscienza. Il limite superiore è il Metantropo.

MUTANTROPOLOGIA: antropologia del mutamento umano, ovvero scienza che studia la Mutantropia.

MUTAFORMA o MUTASPETTO ESTERIORE: Mutantropo del solo aspetto esteriore, spesso interiormente turpe, altre volte solo superficiale o ingenuo. 

NEGAZIONE DELL'ARTE: tipico effetto delle forze sociali osnoblotiche, che la sostituiscono con artigianato e entertainment.

OSNOBLOSI: fenomeno di massa, insieme di falsità considerate verità per percezione collettiva o collettivizzata di convenienza.

OSNOBLOTIZZAZIONE ONTOLOGICA: della storia o del sistema di valori, fenomeno deteriore per cui delle precedenti verità, oggi false, vengono comunque sostenute per percezione collettiva di convenienza.

SACRIFICIO DEL MUTANTROPO: tipica ritorsione che il sistema conformista riserva nei confronti dei Mutantropi - anche finti - devianti, che prevede l'eliminazione sociale per pubblico dileggio ed emarginazione, o addirittura fisica tramite alcol, farmaci e droghe.

SCHEMI NEURONALI: routine e automatismi cerebrali a livello di connessione neuronale evidenti nei ragionamenti, nelle evocazioni e nei riflessi, innati o appresi.Tra questi ultimi rientrano quelli pavloviani, cioè il condizionamento.

SIMBOLO: nella sua accezione superiore, segno (anche memetico) in grado di connettere la psiche agli archetipi o comunque a "stati superiori". Oggi significa poco più che segno culturale referenziale.

SINESTÈSI: poetica che prevede la collaborazione di più artisti, l'utilizzo di almeno un archetipo, l'interattività dello spettatore e il rifiuto di metodologie tipiche dell'entertainment. La tecnologia è dote accessoria ma oggi necessaria. È finalizzata al raggiungimento di stati superiori di coscienza tramite il risveglio di sensi assopiti.

SINESTESIA: esperienza di stimolazione di più sensi, con inferenza di informazioni suppletive.

SINESTESOPERA: opera d'arte che soddisfi i requisiti della Sinestesi.

STATO DI COSCIENZA: insieme di sistema di valori e consapevolezza dell'individuo. In parte innato, è per lo più appreso a seguito di esperienze in prima persona.

TECHNESYA: la technesìa nel gergo urbano americano è la malattia di chi non ricorda istruzioni tecnologiche pochi minuti dopo il loro uso. Per noi Technèsya è l'impiego utile della tecnologia in sinestesie mutantrogeniche, che quindi le malattie... le guariscono!

VERO ARTISTA: eumutantropo che persegue un obiettivo estetico senza che ciò comporti un vantaggio personale.


Ah, ovviamente accettansi integrazioni!
Auguri.