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29 novembre 2022

Cristina Scuccia e la scelta metantropica, ovvero del dilemma "Symbolum versus diabolum"



Scusate il disturbo, ormai Technesya è un progetto in somnium, ma l'occasione era troppo ghiotta!

Quando certa Suor Cristina nel 2014 decise di rompere gli zebedei a mezzo mondo con le sue canzoni, ne Il Diavolo e l'Acqua Sporca dicemmo: "Resta una speranza, intrinseca nel processo mutantropico, soprattutto se avviene ad un livello di sinestesia che comprende immagine, voce, movimento, messaggio religioso, coinvolgimento emotivo e successo nazionale improvviso: la speranza in un'incredibile e sconcertante apateporia. Insomma che in qualche modo Cristina si renda conto dell'ingestibile meschinità dell'operazione, contrabbandata come mezzo per avvicinare lei e chi la ascolta al Regno cui dice di voler puntare, ma in realtà finalizzata ad arricchire i soliti personaggi senza scrupoli". Bhe, l'apateporia sembra averla avuta: ha conosciuto un'istituzione totale cattolica dall'interno, come dire? a piena Sinestesia. Ed essa ha innescato un normale effetto mutantrogenico, lei è cambiata.

Ma come, abbiamo perso una cantante? No, non è detto! In effetti non se ne parla, in ogni caso bella voce, certo, ma davvero mediocre autrice.

Bene, allora, abbiamo guadagnato un essere umano? Ah, neanche questo è detto, e comunque non sta a noi dirlo, che  viva la sua vita libera! Certo che, anche come personaggio pubblico (che sembra voler essere), dal nostro punto di vista basterebbe non innescasse una dinamica mutantroposnoblotica.

Solo... ci fa sorridere quanto l'analisi mutantropologica del comportamento umano si basi su assunti semplici ed assolutamente funzionanti, in grado di interpretare correttamente, quindi spesso prevedere, il reale. E... come dire? Notiamo che una cosa non è cambiata. Ce ne rendiamo conto dal primo cenno di osnoblosi: nelle prime interviste rilasciate dichiarava di essersi limitata a lasciare l'ordine monastico e oggi fare la cameriera in Spagna. In quelle più recenti, invece, getta la maschera e annuncia un progetto discografico, dopo quello (a quanto ci consta) catastrofico del 2018 passato totalmente inosservato.

Ci mancherebbe, a noi come a tutti va benissimo che l'essere umano Cristina Scuccia segua la sua via e faccia la sua vita, guadagnandosi il pane onestamente, pur ricorrendo a certe furbette (e fors'anche irritanti) tecnicucce di marketing. In ogni caso non sono affari nostri. Però vediamo lo stesso essere umano abbagliato dalla gloria del mondo, dalla sua esposizione mediatica e nel music-biz. Symbolum versus diabolum, come ci sembrò allora. Veramente riuscirà a servire l'Altissimo, come dice di voler (continuare a) fare?

L'unica, cara Cristina, è fare una vera scelta mutantropica interiore e profonda, superare la condizione umana, insomma la via del Metantropo. Roba tosta. Perché - così dicono - fa scegliere fra Dio e Mammona.


14 maggio 2021

Nomadland: un semplice caso di edonismo borghese

Insomma carissimi, è inutile negarlo: il blog ha terminato la sua attività. Ma davanti a fenomeni osnoblotici di questa portata, specie se su tematiche (sedicenti) artistiche e viepiù mutantropiche, fremiamo di uno sdegno che non ci permette di tacere.

Bene, come tutti sanno, un po' a sorpresa l'Oscar 2021 l'ha vinto Nomadland, sorta di road movie della regista cinese (e, a dir poco, borghese) Chloé Zhao. Un film tutto in rosa, dal momento che è stato scritto, diretto e interpretato da donne. Da allora la critica ha declamato con una sola voce un tripudio di lodi entusiastiche, cosa che ci sta, ci mancherebbe, come si dice "it's a matter of taste", anche perché non si tratta di un brutto film, anzi. Quello che però ci lascia sconcertati è l'unanimità acritica e quasi senza eccezioni di un tale punto di vista, per un film che, lo vedremo analizzandolo, nel suo essere carino non è poi quel meritevole. Ciò ha confermato la nostra bassa, diremmo anzi bassissima, considerazione dell'Oscar, premio che - per fare un esempio a caso - nel 1982 ha trascurato un capolavoro epocale come Furyo con David Bowie per gratificare invece I Predatori dell'Arca Perduta. Davvero, solo questo qualifica l'iniziativa più di 1000 nostre parole. Ora... non vogliamo dire che quest'anno sia successa una cosa simile (ci sarebbero ben altri anni e ben altri esempi, vedere qui o qui), ma certamente non è per amor di patria (che chi ci conosce sa essere assente in noi, anzi) che affermiamo che, ad esempio, il Pinocchio di Matteo Garrone sarebbe stata opera ben più meritoria, anche perché archetipo mutantropico ormai per antonomasia. Ma non importa, non vogliamo fare confronti, ma solo dimostrare con le categorie della mutantropologia la mediocrità un po' meschina e forse un pelo ipocrita dell'opera vincente, oltre alla sostanziale incomprensione della critica che tanto l'ha ricoperta di encomi.

Ordunque, di cosa tratta Nomadland? certo, è un road movie, già detto. Certo parla di una donna, Fern, interpretata dalla strepitosa (questo va detto) Frances McDormand, l'unica attrice in grado di apparire brutta, buffa e goffa come un uomo, e dal punto di vista dell'arte attoriale questo è un merito. Una donna che decide di condividere le vite dei diseredati e dei disadattati, essendo rimasta senza casa lei stessa (interessante quando specifica "senza tetto, non senza casa", tentando di rendere l'intraducibile "houseless, not homeless"). Fin qui tutto bene, il film sembra stare dalla parte dei poveri, dell'umanità tritata da un sistema economico e bancario spietato, senza riguardo per il valore della vita e generatore di iniquità e miseria, oltre che potenzialmente di devianza (e diciamo "potenzialmente" perché qui sta uno dei difetti del film, come vedremo). Il tutto corredato da immagini bellissime, panorami mozzafiato di una natura che negli USA sopravvive fiera e selvaggia, di una forza stordente e incontaminata.

Ecco, questo è il bello del film: una donna buffa e bruttina che gira gli USA a fianco dei poveri e dei disadattati, godendo di una natura a dir poco meravigliosa. Ok. Quanto può reggere una cosa simile, un quarto d'ora? Mezz'ora, tipo documentario? Insomma, in quasi due ore di film qualcosa bisognerà pur dire, no? Ed è qui la prima domanda: di cosa si parla in quasi due ore, alla fin delle finite? Beh, di primo acchito uno potrebbe rispondere: di ingiustizia sociale, analizzando singoli casi di cui la protagonista si interessa, ciò dovrebbe provocare sdegno e dare origine a una forte critica nei confronti del sistema americano, no? Oppure ancora di Mutantropia, tematica eminentemente connessa al viaggio (si comincia in un modo, ma le esperienze porteranno a un cambiamento), specie se connotato emotivamente dal rapporto con gli altri, vero? Sì, potrebbe, o forse proprio dovrebbe, invece....  

Invece, non si sa quanto volontariamente, a un certo punto il film getta la maschera. Certo, ci aveva dato qualche preavviso: lei non è veramente interessata ai disadattati, lo è molto di più a trovarsi lavoretti occasionali per sopravvivere. Per carità, non c'è nulla di male, è una persona onesta e non ruba niente a nessuno, ci mancherebbe. Ma questo è il suo scopo, girare per paesaggi incantevoli facendo esperienze naturalistiche pseudo-mistiche e lavorare quel minimo per poterselo permettere, non altro. Disgraziatamente sulla sua strada è pieno di poveracci e disadattati, ma basta comportarsi in modo più o meno gentile con tutti e vedrai che non avrai problemi. Cosa, tra l'altro, singolarmente falsa (altro elemento osnoblotico): chi scrive è persona di mondo in modo sufficiente da aver vissuto in mezzo ad homeless e casi umani vari, ed è abbastanza onesto con se stesso da aver capito che non esistono le favole, che la povertà porta sì a benevolenza, solidarietà e condivisione (soprattutto, anzi), ma anche a piccoli furti e sconcertanti meschinità. A piccole e grandi violenze, sopraffazioni tipiche dell'ignoranza giustificata dallo stato di necessità. Cosa di cui non c'è la minima traccia nel film, dove i diseredati sembano tutti angeli, tutti santi, tutti votati alla creazione di una società utopistica fuori dalle regole del mainstream e dedicata all'aiuto reciproco e alla solidarietà senza conflitti. Che dire? Amen

Però, come si diceva, lei non è veramente interessata a loro, se non per piccole necessità pratiche, anzi a un certo momento getta la maschera e si rivela quella che è: una persona in fondo privilegiata che ha fatto una scelta di vita perché poteva permetterselo. Una che in caso di necessità sa dove trovare il denaro per affrontare i problemi, e volendo avrebbe anche la possibilità di vivere una vita agiata. Ci mancherebbe, nulla di male, anzi forse è più meritevole un borghese che sceglie di vivere fuori dagli schemi rispetto a un dozzinale conformista (Technesya docet, dopotutto, no? 😄), ma per favore non parliamo di film interessato a chi ha perso tutto! Lei è sempre gentile con tutti, per carità, ma non è una di loro e non è veramente interessata ad alleviare in qualche modo le loro sofferenze, ma nemmeno a creare vera coscienza sulla loro condizione. Vuole solo essere lasciata in pace e godere delle prerogative positive di questa vita dedicata alle bellezze naturali, accettando di buon grado di pagarne le conseguenze e i disagi, insomma una sorta di gaudente epicurea che accetta i malesseri conseguenti ai suoi vizi. 

E il film si dipana fra paesaggi mozzafiato e imbarazzanti momenti di noia, seguendo l'edonismo nomade della protagonista che sembra vivere tutto un po' per caso, non volendosi attaccare a niente e a nessuno, ma nemmeno risultando di alcuna reale utilità a chicchessia, come ad es. lo stato di coscienza di un sempre più annoiato e perplesso spettatore. Inoltre un simile viaggio, tanto godevole da vivere quanto tedioso da guardare, nemmeno riesce ad arrivare alla minima valenza mutantropica! Lei sembra non imparare mai nulla dalle esperienze che vive, sembra volersele solo lasciare alle spalle. Certo deve superare il lutto per la perdita del marito, ma anche questo sembra quasi un incidente che non produce mai vera coscienza, non induce mai effetti mutantrogenici, in uno stato di immobilismo mentale e morale che ha del deprimente, e che fa di una dorata e privilegiata precarietà ragione di esistenza. Un'esistenza piatta, che prosegue per godimenti e senza mutamenti o vere apateporie, giusto occasionalmente disturbata da qualche piccola seccatura o momenti di emotività piagnona, ma presto superati. E sul povero spettatore, insieme ai mervigliosi panorami, si riversa un tedio da inconcludenza, una sequela di vuoti eventi da culo sul velluto in gabbia dorata mobile, peggio, pure un po' paraculo perché vuole sembrare l'opposto.

Insomma, noi di Technesya non siamo né possiamo essere contro chi fa del continuo perseguimento del proprio piacere causa di vita, ma semplicemente vogliamo chiamare le cose col loro nome, fuori da osnoblosi e ipocrisie posticce. E qui invochiamo coerenza: se vuoi fare un film sui poveri fai un film sui poveri e/o su chi sacrifica la propria vita per alleviarne le sofferenze. Perché se vuoi qualcosa, per quel qualcosa combatti, ti sacrifichi, perché le uniche cose reali della vita le ottieni solo con la dedizione e il lavoro, non con un godimento inframmezzato di buonismo peloso. Altrimenti i poveri diventano giusto un incidenter tantum, uno dei vari colori di un film che sostanzialmente li ignora se non per la loro componente folkloristica e in fondo decorativa, una delle componenti più o meno gradevoli (tanto sono tutti buoni, bravi e innocui) di uno stile di vita che è il vero oggetto del tuo interesse. Anche perché così, giocoforza, tale scelta di vita - il precariato buonista - si fa modello mutantropico, forse inconsapevole e superficiale, nondimeno sembra portare felicità. Un'ennesima ode al disimpegno che troviamo francamente evitabile.  

Mah, a quando un film su Andrea Agnelli che gira le case occupate di Torino? O su Berlusconi nei centri sociali di Milano? Daiii, un'idea grandiosa!

13 maggio 2020

Lo Chiamavano Jeeg Robot: un giudizio sereno




Ieri sera abbiamo avuto la sventura di assistere sgomenti alla proiezione di Lo Chiamavano Jeeg Robot (2015), per la regia e la produzione di Gabriele Mainetti, uno dei film italiani più premiati degli ultimi tempi. Eppure una delle più COLOSSALI CAGATE, almeno dal secondo dopoguerra. Il film fallisce clamorosamente in entrambi i suoi obiettivi: quello di creare un nuovo e inedito linguaggio filmico e quello, decisamente più scontato, di farlo facendo ovviamente leva sulle emozioni, ormai l'unico espediente non solo cinematografico, ma anche più generalmente artistico, di un'epoca dominata dall'ignoranza e schiava dell'emotività più becera.

Si diceva quindi che il linguaggio è stato l'esperimento più interessante del film, ovvero provare ad unire quello che già sarebbe stato un mix di stili nazionali (l'hard-boiled all'amatriciana di Romanzo Criminale con il cinema-verità di Pasolini) al cinema supereoistico DC o Marvel. L'operazione già nelle sue intenzioni sembra cinica e a dir poco spregiudicata, come unire il caviale alla cicoria, Omero con Trilussa, Raffaello col graffito metropolitano: si finisce per svilire il primo e svuotare di senso il secondo. Tanto più che già il "primo" qui non si capisce bene cosa sia o dovrebbe essere, certamente non Pasolini, nonostante l'autore ricorra a un cinema-verità dialettale e - nelle intenzioni - iperrealistico. Ma il Maestro friulano voleva indagare una realtà rurale (quindi anche dialettale) che si faceva identitaria di una cultura che andava scomparendo, qui invece il romanesco e il napoletano sono il contraltare di una sciatteria e un cattivo gusto che, lungi dal caratterizzare meglio i personaggi, abbassano il livello generale a romanzo di appendice di borgata romana, ma non di quelle che ti danno affetto ed empatia, bensì distanza e sostanziale estraneità. Tanto più che, come se non bastassero gli altri, il film decide temerariamente di far suo un altro difetto del cinema italiano contemporaneo: la dizione approssimativa e sussurrata (la grande piaga che ha reso inguardabile, ad es, la serie 1992, l'ennesima buona idea buttata nel cesso dai produttori nazionali), specie se in dialetto stretto, rende incomprensibile una percentuale dei dialoghi che, fuori da competenze linguistiche specifiche, non può essere inferiore al 30%, ma sappiamo di molti che ne hanno lamentato il doppio.


Ciò rende ancora più lontane e stranianti le scene cui si vuole dare una connotazione emotiva per rendere il film minimamente credibile (altro catastrofico fallimento della pellicola): la povera matta, una pur bravina Ilenia Pastorelli dagli improbabili denti finti, posticci come il suo personaggio, sembra appunto sopra le righe, un pugno emotivo eccessivo per la situazione e finalizzato esclusivamente a enfatizzare gli effetti drammatici dell'opera; la sua ingenuità infantile diventa maggior causa di dolore reale in una situazione irrealistica, l'ennesimo caso di iperrealismo irrealista del nostro cattivo cinema. Il protagonista stesso, un decisamente bravo Claudio Santamaria, è troppo stupido e coatto per essere vero, ovvero è troppo nobile e generoso per essere così stupido e coatto. Il suo approfittarsi della matta ha qualcosa di tardivo ed eccessivo persino per uno la cui unica "educazione sentimentale" siano i film hard, e il suo pentimento suona falso e insincero - oltre che improvvidamente spettacolare - in un cortocircuito fra emotività non funzionante e fallimento di sospensione dell'incredulità di cui non ricordiamo precedenti.


Il tutto peggiorato, specie in termini - appunto - di sospensione dell'incredulità andata per fiori, dall'inserimento ridicolo di temi supereroistici, capaci solo di contribuire a questo senso del falso, del posticcio, dell'appiccicaticcio incredibile, che rovina la pur buona interpretazione del villain Luca Marinelli, dalle tentazioni titaniche ma dagli esiti stereotipati e canonici. Una delle scene più drammatiche di cui si rende protagonista, ovvero far divorare dai cani l'ex socio, fa alzare gli occhi al cielo per il senso di straniamento (certo non brechtiano) che procura. Forse risulta volutamente grottesco il balletto con cui si libera dei suoi nemici napoletani, scena che certo non contribuisce alla riuscita generale dell'opera (né ha l'1% del dramma carismatico di un Joaquin Phoenix in Joker), mentre è solo patetico e ulteriormente sconcertante lo scontro fra titani avvenuto allo stadio, troppo simile a una normale scazzottata fra buzzurri, al netto di una ormai totalmente compromessa credibilità. L'esplosione low-budget dell'ordigno nel Tevere aggiunge solo sconsolata tristezza.


Lo... ehm, "spirito" del film viene efficacemente riassunto in una scena centrale: il personaggio di Marinelli, Lo Zingaro, cattivone belloccio e dannato (oltre che idiota perché social-dipendente), sniffa cocaina con un travone, poi ha con lui un grottesco rapporto sessuale in macchina, poi viene legato e imbavagliato dai camorristi che hanno prima sparato al travone, lui piange disperato ma loro scherzavano e lo risparmiano, eppure subito dopo vengono uccisi dal travone inspiegabilmente sopravvissuto a una serie di colpi, infine quest'ultimo a sua volta viene ucciso dallo Zingaro perché ora i camorristi erano tornati suoi amici. Di un idiotismo che va oltre l'esaltato e l'adolescenziale, è semplicemente e puro... idiotismo. Pulp e grottesco per il gusto del pulp e del grottesco, con sovratoni trash ma senza un briciolo dell'ironia salvifica, ad es, di un Tarantino. In tutto ciò non un tema veramente esistenzialista, non un personaggio dal sentimento titanico, non una solitudine o una malinconia coinvolgenti, insomma non un modello mutantropico dal valore sia pur minimo, non un rimando simbolico che possa minimamente dirsi tale - non pretendiamo universale o anche solo profondo - e non un senso nemmeno lontano di opera diversa dal fumettone coatto-buzzurro-popolare di serie z.

Ma ciò che ci ha lasciati più stomacati è stato l'unanime consenso che simile spazzatura ha ottenuto: 8 David di Donatello, 4 Ciak d'Oro, 3 Nastri d'Argento, 1 Globo d'Oro, 5 milioni di incassi, lodi sperticate - con troppe poche eccezioni - da parte di una critica ormai sempre più, scusate il gioco di parole, acritica e convenzionale. In una parola, conformista alle nuove mode dei ggiovani, segno flagrante del dominio ormai incontrastato di tecniche osnoblotiche in regime di disperazione. Ma almeno una cosa il film ce la insegna: lo stato del cinema italiano nei nostri tempi. Un cinema stupido, pasticciato, popolare in senso becero e incapace del minimo insegnamento al di fuori dei più stucchevoli buoni sentimenti. Adatto solo al suo pubblico, il che non è esattamente un complimento.

19 dicembre 2018

Nuove Frontiere del Brutto



Seppur con una redazione oramai inattiva, anche perché ridotta sotto i minimi termini, non riusciamo però ad esimerci dal dare questa notizia. E non solo perché parla di una bruttura, ma veramente VERAMENTE brutta, ma perché pure operazione nauseabondamente osnoblotica nel suo essere in salsa sinestetica. Stiamo parlando dello sconcertante "albero di natale elettronico" della Oppo in p.zza XXIV Maggio a Milano.

Una triste struttura che deturpa il già non eccezionale nuovo design della darsena voluto per l'evento "epitome di osnoblosi" chiamato Expo 2015. Una specie di catafalco di tubi innocenti goffamente ricoperto di pannelli led a scimmiottare un improbabile abete elettronico, con qualsiasi logo Oppo (nome già di per sé non esaltante) a fare da stella cometa. Ai suoi piedi una stanca e infreddolita hostess vestita da Babbo Natale e un tizio forse della sicurezza, ti fotografano e chiedono l'email per partecipare all'ennesimo anonimo concorso finalizzato al solo scopo di carpire dati personali. Vuol sembrare un'installazione pseudo-artistica di tipo sinestetico, con la possibilità di entrare al suo interno e ADDIRITTURA usufruire di una connessione wi-fi, per questo autodefinito "smart". In realtà dopo un paio di spoglie rampe di scale in alluminio si gode giusto di una mediocre visuale sul circondario da 5-6 modesti metri di altezza.

Va beh, uno può pensare, ma perché lamentarsi? Di brutture a Milano ce ne sono tante, alla fine non può essere peggiore di molte altre, no? No, è peggiore di altre e vi spieghiamo perché:
- Non bisognerebbe mai abituarsi al brutto, perché chi lo tollera alla fine lo merita
- non è arte ma bieco marketing, e già questo fa girare le scatole
- si sovrappone alla nostra ricerca, cioè si definisce smart, ovvero tecnologico e interattivo, quando la tecnologia è modesta e l'interattività nulla
- non è gratuito: nell'accedere a questa mediocre esperienza chiedono email personale e foto (si può rifiutare, ma per stanchezza o forse per perplessità non si rifiuta).
- insomma si tratta dell'ennesima trappola osnoblotica per gonzi tra l'altro incomprensibile (qual è il messaggio: Oppo, che dovrebbe fare cellulari, concilia tecnologia e Natale? Mah...), con soprammercato di deturpazione di panorama

Nel cercare di arginare il nostro sconcerto, non possiamo però fare a meno di qualche considerazione. Noi come blog Technesya esistiamo da almeno 7 anni e da allora propugnamo una nuova estetica che abbiamo cercato di descrivere qui nel migliore dei modi. Ora... non solo siamo stati totalmente ignorati dalle istituzioni ma, come abbiamo più volte dimostrato, certe parti della nostra ricerca sono state copiate e/o imitate da operatori senza scrupoli, e ovviamente male, perché prive del sostrato teorico che le supporti.

Interpellate nel merito, le summenzionate "autorità" hanno lamentato croniche carenze di finanziamenti, ma... 1) le sedicenti opere dei famosi "amici degli amici" continuano ad essere finanziate senza incidere minimamente sulla storia estetico/artistica nazionale, 2) a non finanziare l'arte succede ciò che abbiamo testé descritto: questa viene scimmiottata dal marketing che cerca di utilizzarne le suggestioni ai suoi commerciali fini

Anche questa è la grande Milano: chi paga può. Un padrone di cane nn paga e se quest'ultimo fa la cacca sulla strada scatta la multa. Pazzesco, eppure non è una cacca piramidale e luminosa.

23 aprile 2018

Forma e Sostanza (cit.): ovvero i GarageVentiNove al Fuorisalone


«I GarageVentiNove al Fuorisalone?» si chiederà qualcuno, «e che, i Technesya si sono ammattiti? Da quando recensiscono concerti rock - arte monosensoriale - piuttosto che eventi mondani?». Beh, a parte il fatto che il Fuorisalone non è esattamente un "evento mondano", bensì uno degli appuntamenti espositivi più importanti d'Italia, ma nemmeno quello dei GarageVentiNove è stato (solo) un concerto rock, indie d'autore per l'esattezza, ed entrambi gli eventi sono stati ricchi di sinestesia, come sinestetica o perlomeno sincronica è stata la loro compresenza venerdì sera a Milano.

Nulla da dire sul Fuorisalone, o Settimana del Design che dir si voglia, insieme al Salone del Mobile costituisce l'Evento nazionale con la "E" maiuscola, in grado di attirare folle da ogni dove e riempire tutti gli alberghi da Como a Lodi e da Novara a Bergamo. Il design come abbellitore del quotidiano sì, ma anche come contributo pratico alla fruibilità dell'oggetto, insomma alla sua ergonomia e usability, il tutto con grande impiego di ogni ben di techné. Tutti lavorano: gli alberghi sono pieni ma anche i ristoranti e i pub, i negozi (sì, anche quelli normalmente vuotini e moribondi) e i taxi (probabilmente anche gli Uber ma nn vorremmo girare il coltello...). Le piazze finalmente fioriscono di vita e musica, e una strana frenesia, un'insolita atmosfera di festa s'impossessa della città. 

La grande protagonista, si diceva, è la tecnologia. Abbiamo visto ogni sorta di programmazione - "internet delle cose" sembra essere la buffa e certo non nuova parola d'ordine - di illusione e fantasmagoria. In un modo che vive di immagini lavorare sulla percezione, in una sorta di realtà aumentata ma nel reale, cioè senza l'ausilio di visori speciali, struttura il reale stesso. Ci ha stupiti in tal senso soprattutto lo spazio della Sony, dove abbiamo visto ombre cambiare realtà e realtà cambiare ombre (sì, sembra più normale, ma vi garantiamo che così non è), tutte cose che... possono davvero tornare buone per una Sinestesopera. Non è che conoscete qualcuno che ce può mette 'na bona parola? ;)

Ma a fine giornata, diciamo così, resta un po' l'amaro in bocca. Tutta questa fatica, questa folla, questo delirio per l'ennesimo totem, sì perché è così che si celebra un totem, lascia sfibrati. E prende il sopravvento un senso di frivolo, perché in fondo il design di oggi l'anno prossimo - o fra due anni - non lo vorrà più nessuno. Si celebra quindi l'effimero, l'impermanente, quasi come la moda, anche se non in altrettanto abisso (almeno qui qualcosa di utile c'è). Rito collettivo divertente per un nutritissimo pubblico, in fondo lì a vedere una teoria infinita di varianti, incurante dei moniti sul rischio di perdersi fra le 10000 forme cui fa cenno il Tao ;) Il tutto per tacere dell'universo di vanità delle vanità e dinamiche psicologiche egoiche connesse, potete quindi comprendere a sera la spossatezza e la volontà di staccare e cambiare energia. Nel dettaglio abbiamo trovato il concerto dei GarageVentiNove sulla pagina fb Concerti Live Milano e Dintorni, che ringraziamo per l'encomiabile lavoro svolto ogni giorno.

Ed eccoci in un posto incredibile, sin dal nome: Aldo Dice 26x1, frase in codice che nel 1945 ha annunciato la liberazione dal nazifascismo (non lo sapevate, eh? ;). Centro sociale, oh no, residence sociale! insomma immobile occupato che svolge però una vera attività socialmente rilevante, come dare un tetto a chi non ce l'ha, spesso in accordo con quello che una volta si chiamava consiglio di zona. Il posto è bellissimo: un palazzo di sette piani praticamente nuovo e in ottimo stato, il piano terra allestito a sala ricreativa, con qualche caratteristica "decorativa" - intendiamo graffiti - tipica del centro sociale occupato, ma distribuito con parsimonia e in un sostanziale rispetto di una certa sobrietà. E mentre nei piani di sopra alloggiano 200 famiglie circa, sotto si svolgono spettacoli live in un'atmosfera variopinta e cordiale, fatta non solo dei personaggi "alternativi" tipici di simili luoghi, ma anche famiglie, donne con bambini, curiosi borghesi senza timori, in un continuum che oltre che abitativo e di supporto burocratico diviene anche culturale (e solo questo fatto grida sinestesia). Oggi si ritrova inspiegabilmente sotto sgombero a causa della miopia della proprietà (ci sembra... ministero delle attività produttive?) combinata con l'ipocrisia del Comune, che vuole il servizio ma nn paga il fio. Questa era la prima di una serie di serate live di sostegno.

I GarageVentiNove sono un quintetto di indie-rock italiano, altrove definiti "sorta di mito dell'underground milanese e varesino". Insomma ultraquarantenni veterani della scena alternativa, come tali appena stati protagonisti insieme a un'altra band mitica, i Dispoitivo Speciale d'Ascolto, di una serata-evento fondamentale di quest'inverno, denominata D'Introspezione ed Ombra e tenuta a dicembre presso il Legend Club. I 5 propongono una sorta di intensa canzone d'autore per due voci sessualmente alternate, chitarra distorta e sezione ritmica creativa. La cantante Patty è tra l'intellettuale di sinistra e la dark-lady, una voce bella, pulita e potente, mentre la voce maschile, Brian K, un emulo di Nick Cave con picchi alla Robert Smith, è un baritono vibrante e cavernoso. Ermanno suona la chitarra in modo molto originale, ricordando talvolta le distonie dei Sonic Youth o altre le rugosità colte dei CSI, mentre la sezione ritmica di Claudio (basso) e Ciccio (batteria), innova con fantasia (cosa sempre più rara da sentire in giro oggi) le modalità dello struggimento e dell'ipnosi. Saggi e alternati interventi di tastiera completano un sound complesso e molto d'atmosfera, che dà origine a brani incredibilmente coinvolgenti, a tratti nervosi oppure fatalisti, parenti (lontani) del post-punk ma sempre pronti a un'evoluzione, a una sorpresa. Le tematiche sono varie e scottanti: l'insegnamento di Hannah Arendt, i multistrati identitari, i cicli dei millenni, il lavacro nelle acque dell'anima. Poche cover ben inserite (abbiamo riconosciuto Cranberries, Cure e Massive Attack) hanno contribuito ad alleggerire e rendere più gradevole il tutto. 

Insomma un gruppo di rock d'autore che suona contro uno sgombero insensato, proponendo un progetto artistico originale e convincente in una cornice di impegno ed aiuto al prossimo. Non ancora Sinestesi ma serata quasi perfetta nel suo sapore di altri tempi, tempi in cui l'arte aveva altre responsabilità, in cui l'azione sociale aveva un altro senso, in cui il senso stesso di performance artistica andava ben oltre quello di show e anzi comportava il coinvolgimento della collettività in una sorta di moderno Tikkun Olam, miglioramento comune del mondo grazie a un'azione congiunta. Il contrasto con la vacuità del contemporaneo e contestuale Fuorisalone era palpabile: una sostanza pura forse incurante di certe forme (una grezza musica derivante dal post-punk in ambiente spartano-alternativo) contro la - per carità, nella pratica benvenuta - celebrazione della pura forma in fiera frivola dell'effimero. Come dire? Forma vs sostanza, mera visione vs vera azione. Altri, meno prosaicamente, direbbero la fede vs le opere ;)

O forse il Fuorisalone è bello anche e proprio per questo, cioè per la quantità e la varietà di proposta culturale che porta con sé, quindi la probabilità di incappare in qualcosa di tanto valido. Certo bisogna saper scegliere: c'è gente che la sera stessa è stata alla Fondazione Prada ipocritamente certa di aver coniugato cultura e costume (l'illusione del conformista), ed altri al terribile concerto di Nek, Max Pezzali e Renga, autolesionisti oltre ogni osnoblosi! 
:D :D :D

5 febbraio 2018

Rammarico per un capolavoro mancato: Parnassus



Una recensione in forma di trama (con total spoiler ;)

Su richiesta ma anche per assonanza con questo lavoro di Terry Gilliam, regista che abbiamo avuto modo di apprezzare a più riprese, recensiamo qui il film Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo, dell'ormai lontano 2009. E ciò non solo per il suo valore artistico ma soprattutto perché questo personaggio, un santo, un iniziato, uno psicoterapeuta immaginifico, utilizzava un sistema di esperienza sensoriale totale che comprendeva "sensi" altri e normalmente poco considerati, quali l'intuizione o ancora il senso del Karma, cui punterebbe anche l'opera che come estetica adotti la Sinestesi, o Sinestesopera.

Parnassus: l'incarnazione della poesia in un uomo, nel senso originario di ποιείν (poiein), fare, ma fare a livello animico e psichico (etimologicamente dovrebbe trattarsi dello stesso ambito), su se stessi e sugli altri. L'esperienza sensoriale più informazioni trasmette, ovvero più è sinestetica, più ci rende consapevoli delle nostre azioni, quindi responsabili, perché maggiormente coscienti delle dinamiche di causa-effetto in atto. Il sistema di valori viene messo alla prova, si opera una scelta e la Mutantropia ha modo di essere evolutiva. Idea quindi interessantissima per noi, eppure il film, capolavoro di fantasmagoria, ci ha lasciati perplessi in più di un'occasione. Forse non è facile spiegarne le cause, anche perché non siamo certi di aver capito tutto (pure Parnassus ebbe a dire "non si preoccupi se non capisce tutto immediatamente"), quindi proviamo a ripercorrerne i passaggi logici ricostruendo la trama non come la presenta il film ma riordinando in senso cronologico gli eventi. Lo spoiler sarà inevitabile, ma vogliamo ricostruire il senso di un'opera e l'adeguatezza ai suoi fini, non pubblicizzare alcunché.

Allora, se abbiamo capito bene, 2000 anni fa o giù di lì Parnassus era un monaco sapiente, una sorta di abate che in un monastero remotissimo insegnava e conduceva rituali e giaculatorie. Un brutto giorno arriva da lui addirittura il diavolo in persona (beato lui: a noi fa visita decisamente più spesso) e impersonato da Tom Waits, amichevolmente chiamato mr. Nick, che gli chiede di render conto delle sue azioni. Lui risponde di appartenere a un ordine il cui compito è narrare la Storia con la esse maiuscola, ovvero quella sacra, senza la quale l'universo intero non si reggerebbe in piedi. Al disprezzo del diavolo segue il suo azzittimento forzato di tutti i narratori e cantori, eppure... il fuoco continua a bruciare, la neve a cadere, il vento a soffiare, insomma il mondo prosegue com'è sempre stato. Mr. Nick ne ride ma consiglia loro, a mo' di consolazione, di darsi ad amene attività borghesi/conformiste quali lo shopping o la crociera, ma qui un rapace svolazzante lo imbratta a dovere. Il monaco comprende: la Storia la sta raccontando qualcun altro e altrove, sembra così aumentare il suo stato di coscienza.

Ma qui arrivano i primi problemi: il diavolo propone una scommessa, cosa normale e nelle sue prerogative, ma ci suona strano che un monaco accetti. Cosa può volere dal diavolo un uomo votato a Dio, un iniziato ai Misteri più arcani? Se è veramente vicino all'Altissimo, cosa può esserci che non abbia già o a cui non abbia scelto di rinunciare a suo tempo? Già ci sembra inspiegabile, a meno che il nostro non fosse un vero iniziato bensì un cantore di storie sacre qualsiasi, una specie di pappagallo di certi culti a sfondo mantramico. Ma in sovrappiù è la sua richiesta che ci lascia interdetti: vuole l'immortalità (la formula da lui utilizzata "la vita eterna" dimostra solo la totale incomprensione di questo concetto da parte dell'autore). Cioè, si lancia in una gara di salvataggio di anime - in numero simbolico di 12 - pur di poter vivere per sempre. A parte il fatto che è assurdo, perché nessun vero iniziato darebbe valore alla perpetuità indefinita del corpo fisico, ma entra anche in conflitto di interessi: vuoi salvare le anime o la tua forma terrena?

Eppure in questo eserizio salvifico lui rappresenta una religione fantasiosa, libera e responsabilizzante per l'adepto/iniziato - oseremmo chiamarla gnostica - (celebre la frase "non voleva governare il mondo, voleva che il mondo si governasse da sé"), mentre mr. Nick rappresentava quella violenta e dogmatica, dove il fedele era controllato (quindi deresponsabilizzato) col terrore e l'imposizione. Nonostante ciò Parnassus chiese l'immortalità come normalmente intesa. Non vogliamo qui giudicare una debolezza umana, non essendo noi meglio di nessuno, solo la consideriamo irragionevole, improbabile, incoerente col personaggio evocato. Il quale in ogni caso vince la sfida e diventa immortale, ma in seguito arriverà a comprendere che il diavolo l'ha semplicemente fatto vincere, perché sapeva che i tempi sarebbero cambiati e lui avrebbe perso consensi. Al di là del fatto che siano poco chiari i metodi di entrambi, evidentemente questa perdita di consensi ha stroncato il nostro, che con l'andare dei secoli e dei millenni diventa un barbone ubriacone completamente allo sbando. Non sembra nemmeno alla mercé di Nick, che quindi non si capisce a che scopo l'abbia fatto vincere, e che anzi lo ignora del tutto, infatti quando ha voluto rivederlo in occasione di un innamoramento violento e improvviso ha dovuto usare espedienti ai limiti della correttezza.

Ma alla fine, deduciamo dopo circa 1940 anni, i due s'incontrano ancora e questo secondo patto è tanto più chiaro quanto più semplice, e forse più spiegabile: distrutto dal fallimento della Verità Sacra (apateporia massima immaginabile) l'ex iniziato sprofonda in una spirale di degrado dalla quale pensa di potersi sollevare con l'amore terreno. Pur di avere questa donna scommette ciò che non ha, il figlio di quell'amore al 16° anno di età, altra follia nella quale non cadrebbe nemmeno un borghese di medio buon senso. Accordo raggiunto, torna giovane e addirittura mortale e conquista la ragazza, seppure non tutto sia perfetto. Probabilmente con lei deve aver pensato di portare in giro un baraccone ambulante, per quanto non se ne capisca il motivo, nella forma di un carrozzone fatto di nani (Percy, abbreviativo di Perceval come il cavaliere, un ex adepto del monastero col ruolo del grillo parlante) e ballerine e lustrini. Ma il cui pezzo forte era uno specchio magico: luogo incantato dove, grazie ai suoi potenti influssi psichici, la gente poteva vivere i propri desideri in senso immediato e comprensibile, una sorta di instant karma immaginifico e folle ma intelligibile, ad ogni causa un effetto, ad ogni scelta una ricompensa immediata. Il massimo livello possibile di sinestesia, anzi, scommettendo sull'imparzialità della mente di Parnassus, oseremmo dire di Sinestesi. In realtà non si capisce né come né quando né perché lo costruisca, ma tant'è, si tratta di un potentissimo strumento di terapia psicologica per via onirica.

L'amata moglie però muore di parto a 60 anni dando alla luce una figlia, Valentina (che inspiegabilmente non sarà consapevole del fatto). Con lei lui prosegue col suo carrozzone obsoleto e poco considerato da chicchessia, facendosi aiutare dal giovane di belle speranze Anton, abile attore oltre che intelligente esploratore del mondo oltre lo specchio. Questo infatti è tutt'altro che innocuo, perché finora si è trattato di flashback, ma il film si apre con la sparizione nello specchio di una persona - ok, un ubriaco molesto e arrogante - e qui non si capisce bene perché questo pazzo di Parnassus vada in giro con un potenziale simile e sia tanto facile per la gente entrarvi accidentalmente (divertentissima la storia del bambino salvato da Anton). Ma si avvicina il 16° anno di età della bellissima Valentina e il vecchio Nick viene a riscuotere. Parnassus non si arrende, vuol capire come uscirne e consultando i tarocchi pesca la carta dell'impiccato. Ecco che la sua ciurma salva un uomo appeso e moribondo che si rivelerà essere un misterioso smemorato senza nome. Valentina, colpita dalla sua avvenenza, si affretterà a chiamato George - "come san Giorgio", altro cavaliere e notorio uccisore di draghi - ma in seguito conosceremo il suo vero nome: Tony Shepard.

Quest'ultimo per un po' sarà il vero protagonista del film, ovvero quello cui sono affidate le principali scelte e riservato il principale svolgimento drammatico. All'inizio, da buon smemorato ma abile nel marketing, si rivelerà superbo nel risollevare le sorti del carrozzone ormai in rovina della compagnia (bellissima la sua frase "non devi aver paura dei cambiamenti"), attirandosi le ire di Anton la cui abilità sembrava poca cosa in confronto (il ragazzo si lascerà andare a episodi quasi violenti, di cui si pentirà amaramente). Inoltre George/Tony parte scettico sull'effettiva funzionalità dello specchio, ma si ritroverà a cambiare almeno due volte aspetto mano a mano che, con le esperienze sinestetiche che questo comportava, andava ritrovando se stesso. Nel frattempo Parnassus e Nick avranno formulato un'altra scommessa: se l'ex monaco porterà a sé 5 anime prima dell'altro avrà la figlia salva. Ma l'inquieta Valentina sta passando un periodo difficile della sua vita, l'adolescenza, turbata dall'avvenenza di George/Tony e dalle continue delusioni nei confronti del padre alcolizzato e fatalista. 

E anche qui qualcosa non torna: in fondo Parnassus ha sempre avuto ciò che desiderava, non si capisce per quale motivo sia così passivo nei confronti degli eventi e tanto rassegnato alla bottiglia. Infatti addirittura Nick si rivelerà migliore di lui non solo non approfittandosi della bella Valentina quando l'avrà fra le mani (ma in fondo lei non è sempre stata sua? non aveva ideali conformisti e non era l'unica a fumare oltre a lui?), ma ogni volta rilanciando la posta con Parnassus quando lo vede sfinito e rassegnato alla sconfitta. Infatti gli propone di aiutarlo a catturare il mutevole Tony, che non era un genio del marketing, bensì un essere tanto turpe e perverso da risultare inviso persino al diavolo! Costui risulta essere stato a capo di una finta fondazione per l'infanzia in realtà finalizzata al riciclo di denaro per conto della mafia russa, e addirittura alla vendita di organi di bambini. Infatti, in fuga nello specchio dai criminali d'oltrecortina, subirà un'altra trasformazione di aspetto, mancando per un soffio una nuova impiccagione, come una sorta di rituale suicida che ogni volta lo portava ad un rinnovamento di personalità, ogni mancata morte come una rinascita.

E qui, scusate, ma c'è la parte meno verosimile del film: com'è possibile che mr. Nick, nome fittizio del diavolo, cerchi di incastrare il più diabolico dei personaggi? Cioè... non solo ha un'etica nei confronti della bella Valentina non approfittandosene, non solo ne ha una nei confronti dell'ormai vecchio amico Parnassus concedendogli seconde chance dopo ogni sconfitta, ma per di più vuole uccidere proprio colui che nel nome del guadagno e del benessere materiale sembra il personaggio meno portato a una visione spirituale dell'esistenza (celebre la frase rivoltagli da Anton "non pensavo che avresti compreso... nemmeno fra un milione di anni"). Qui francamente non si capisce bene chi sia il diavolo, quali siano le sue prerogative e perché agisca così. Sembra più etico lui di Parnassus (ormai beone cronico e perduto che ha persino cacciato il grillo parlante nano) e sembra voler operare giustizia, quando a suo tempo non si fece scrupoli a distruggere la comunità religiosa, oltre all'equilibrio mentale, del suo vecchio - anzi decrepito - "amico". 

Il quale però, in un guizzo di motivazione (la salvezza della figlia) si rivela all'altezza della situazione: inganna Tony, rompendo l'efficacia del suo rito di suicidio e comportandone perciò la fine. Insomma inganna e uccide, altra cosa che veramente lascia perplessi, per quanto avvenuta su un villain. Il film finisce in modo mesto e forse sfoggiando l'unico valore veramente coerente che riesce a trasmettere: il vecchio Parnassus, ormai un clochard giramondo senza amici, senza più il carrozzone né lo specchio, prostrato a chiedere l'elemosina fra le stranianti vie di Vancouver, rivede Valentina. La segue e la spia nel suo incontrarsi con la famiglia al tavolo di un ristorante di design, in abiti borghesi, come covenzionale e borghese è il marito (forse Anton?) e tale il quadretto famigliare creato con lui. Alla finestra Parnassus incontra ancora il suo consigliere nano Percy, che giustamente lo consiglia di non disturbare questa figlia ai suoi e ai nostri occhi aberrante. Così, per rispetto, per amore. E così lui fa. Poi, nei saluti e nei sorrisi all'amico Nick, nel lavoro con l'amato Percy, il senso di una rinascita e di una ritrovata dignità. Insomma, tanta psichedelia e tanto spreco di risorse per dire alla fine che l'amore è rispetto, è distanza, è lasciar vivere l'altro secondo i suoi valori (per quanto vomitevolmente conformisti), costituendone solo l'esperienza l'unico valido limite, non lo sterile precetto. Finalmente realizza un ideale spirituale di cui non fu all'altezza nel tempo che fu, se solo fosse stato possibile capire meglio quale. 

Riassumendo: apprezziamo moltissimo il film nel suo immaginario, nella sua fantasmagoria, nel suo mettere appunto il potere dell'immaginazione su un piano elevato, spirituale, salvifico, cioè escatologico, responsabilizzando il soggetto che ne fa uso. Immaginazione che con lo specchio di Parnassus esce dal mondo delle idee e si fa esperienza di vita, ovvero Sinestesia nella sua più piena e compiuta espressione. E apprezziamo moltissimo la morale emotiva del film, ovvero la necessità di distanza e rispetto per chi si ama, per quanto aberranti ci appaiano le sue scelte. Inoltre è una delle poche opere in giro a fare un tentativo deosnoblotico, di smascheramento, sul mondo di falsità e ipocrisie che si cela dietro la beneficenza e l'umanitarismo sotto i riflettori in genere.

Ma non ne condividiamo l'insegnamento che vorrebbe essere elevato ma è solo pasticciato, approssimativo, più volte errato, insomma fuori dallo stato di coscienza in fondo strettamente intellettuale, o al limite "poetico", del suo autore. Nel dettaglio:
- il titolo: il buon Parnassus non ha mai voluto "ingannare il diavolo", ha solo creduto (quasi mutantropicamente) di poter ottenere qualcosa di buono dal loro accordo. Lungi da lui ingannare chicchessia, è stato però ingannato e turlupinato, insomma ha vissuto una serie di apateporie, ancorché apparentemente inutili
- Parnassus giovane è un personaggio incoerente, perché non se ne comprende l'identità: se ha uno stato di coscienza elevato non poteva scegliere l'immortalità come desiderio, se ne ha uno non evoluto non poteva essere tanto influente come "guru" spirituale, come avatar, né creare uno specchio di simile potenza
- è incredibile come una persona col suo destino pur di avere una donna al suo fianco "venda" addirittura la propria progenie. Davvero questo punto urta fin la sensibilità dell'uomo comune, strano non lo faccia a una personalità tanto evoluta
- non è chiaro come e quando abbia costruito il suo specchio, né perché sia così poco in grado di controllarlo, infatti più di una volta degli innocenti ci finiscono dentro con rischi di grave pregiudizio (il primissimo personaggio addirittura scompare)
- Mr. Nick sembra più etico di chiunque altro, specie di Parnassus. Insomma se è poco definita l'identità di quest'ultimo, non lo è meglio quella del diavolo. Non perché in un film non possa esistere un "diavolo buono", ma perché nessun'opera può essere basata sul continuo e arbitrario cambiamento di prerogative e attitudini di protagonista, antagonista e deuteragonista senza grave pregiudizio di ogni effetto di senso
- in ogni caso resta incomprensibile perché il diavolo in persona, tentatore e malfattore, voglia addirittura uccidere il personaggio più diabolico del film: Tony Shepard
- infatti con questi difetti viene pregiudicata non solo la comprensione del film, ma anche la sua stessa struttura, il suo linguaggio, poiché risulta poco chiaro se riguardi aspetti psicologici, morali, ludici, spirituali o sentimentali, in una sorta di insalata indistinta e irrisolta

Insomma un capolavoro mancato, e di molto, per stato di coscienza autoriale non all'altezza delle ambizioni, pur in abbondanza di mezzi. Ricordiamo un antico e sempre buon metodo di valutazione estetica: se non sai di cosa parlare, osserva gli scoiattoli nel tuo giardino o i gattini nel tuo cortile, senza scomodare diavoli e santi. Avrai tutti gli elementi per una buona storia ed avrai detto la verità.

8 gennaio 2018

Apateporia di Pinocchio (recensione di Blade Runner 2049)



Fra i pochi contatti che ancora abbiamo con il mondo esterno, più d'uno ci ha chiesto un commento sul recente film Blade Runner 2049, sequel dell'omonimo "capolavoro" del 1982. Così... più o meno dovremmo farlo perché tratterebbe di un'ipotesi di Mutantropia non privata, cioè personale, bensì sociale. Sì, è chiaro che il replicante non è esattamente un modello mutantropico, poiché essendo un robot, una macchina, esso si sostituisce all'uomo escludendolo dal processo mutantropico personale. Ovvero questo avviene indirettamente, perché la macchina ne permette uno sociale, cioè, come voleva Wallace - uno dei personaggi del film, il principale produttore di replicanti, un uomo che si crede Dio - la Mutantropia la vive una società che può affidare il lavoro bruto e sporco alle macchine. Prende forma così il sogno di una tecnologia che affranchi l'uomo dai doveri terreni dei lavori più faticosi e umilianti e gli permetta di dedicarsi alla cultura, alle arti liberali, agli aspetti più elevati dell'anima o comunque della dimensione psico-fisica umana. Che poi gli uomini facciano veramente così e non si diano invece al vizio più dissoluto è un altro paio di maniche...

Mutantropia sociale dalla tecnologia, quindi, vista come capace di migliorare la condizione umana migliorando la società e il suo ambiente con macchine, come i replicanti, la cui interazione con gli uomini dà origine ad esperienze sinestetiche, ulteriore aggancio alle nostre riflessioni. In fondo si tratta di un'opera d'arte quindi gli elementi per dire la nostra modesta opinione ci sarebbero tutti. Anche perché nel frattempo - guarda caso - ci è capitato di vedere il film e... diciamo sin da subito che ha suscitato in noi sentimenti contrastanti. Certo in parte, in buona parte, ci è piaciuto: specie l'immaginario visivo, questa continua carrellata di inquadrature fantasmagoriche e allucinatorie che lo pone all'altezza dei grandi visionari del cinema contemporaneo, da Terry Gilliam a Shymalan, non trascurando Ang Lee e il suo immaginifico Vita di Pi. Ci è piaciuto il suo... prescindere da, diremmo fregarsene delle ritmiche del cinema moderno, esattamente post-tarantiniano, e riimporre i tempi dilatati del cinema d'autore di una volta, citiamo Tarkovskij per tutti, tempi dilatati che sorprende vedere applicati in modo così sistematico.


In effetti la cosa che più ci è piaciuta è stata la tematica base dell'opera, la sua ambizione come significante. Il film altro non fa che rappresentare una sorta di Pinocchio futuribile, ovvero la macchina che acquista coscienza. A questa macchina, Joe - nome dato da un ologramma di cui era innamorato - o Agente K - nome dato dagli uomini - è stato detto dalla creatrice di ricordi che con essi, con i ricordi, noi acquisiamo coscienza delle cose, quindi una personalità, ma essi sono validi soprattutto se suffragati da un'emozione. Così questa macchina, attraverso esperienze emotivamente fortissime, forse le più forti mai immaginabili come il rapporto col padre e la sua salvezza, arriva a credere di essere un essere umano, generato, non creato. Sembra così acquisire una maggiore coscienza di sé, si direbbe quasi un'anima. Insomma, a dar retta alle intenzioni dell'opera e dei suoi autori, a una macchina basterebbe un'esperienza forte, ovvero "emotivamente coinvolgente" (virgolette d'obbligo, visto che non sapremmo definire le emozioni per una macchina, dal momento che sono difficilmente definibili anche per gli esseri umani, e le discordanze dei vari teorici in merito sono lì a ricordarcelo), per acquisire una coscienza umana, diventare così "uomo" e trapassare il limite invalicabile, il "muro" - così definito da Madame, il capo di K - tra i regni. Per passare cioè dal regno minerale al regno dei viventi e non solo, ma al più alto ed evoluto di essi, quello umano. Fino ad acquisire la componente più misteriosa, sconcerante e in fondo sconosciuta del regno umano: la coscienza, o per alcuni l'anima. Dimostrata nel finale (si perdoni lo spoiler) ancor più che dall'essere "pronto a morire per una giusta causa", cosa che è prerogativa dei robot almeno dai tempi di Asimov, dal suo misericordioso permettere al padre la verità sulla sua discendenza.


Detto questo, il film non ci è sembrato esente da limiti, alcuni dei quali oseremmo dire decisamente criticabili. Ad esempio certi passaggi logici restano inspiegati o incomprensibili, come ad esempio non si capisce perché proprio all'agente K sia stato innestato un ricordo realmente vissuto e/o se questa cosa c'entri alcunché col fatto che sia lui a trovare il cadavere di Rachael. Inoltre troppo spesso questi tempi lunghi diventano autocompiacenti, autoindulgenti, rovinando così inutilmente il ritmo di un'opera già appesantita da dialoghi sospesi, trasognati, fatti guardando altrove o nel vuoto, per noi da sempre segno di cattivo cinema (non ci permisero di apprezzare, ad es, il primo Sorrentino de Le Conseguenze dell'Amore). Ma i limiti maggiori purtroppo provengono dalla prima opera omonima del 1982, film anche da noi considerato capolavoro, ma per ben altre ragioni e ben altre capacità di approfondimento di aspetti "oscuri" dell'animo umano.  La prima volta che lo vedemmo, anche noi, con le nostre diverse vite ed esperienze, rimanemmo stregati dalla suggestione di quelle atmosfere sporche e decadenti, dallo struggimento di pseudo-coscienze attaccate alla vita, dall'impossibilità di non riconoscere alla bellissima replicante Rachael una dignità umana. Poi però... crescendo... approfondendo studi sull'essere umano, conoscendo l'etica e l'estetica cyberpunk dalla quale si è sviluppata la teoria mutantropica esposta in questo blog, ci divenne sempre più chiaro un limite di quell'opera. Questo perché essa non risolve il principale problema che pone, ovvero la risposta alle domande: cos'è l'esistere, cos'è la coscienza, cosa sono l'anima e l'identità. Le dà per ovvie e scontate: è umano il corpo che umano sembra e per dimostrarvelo lo poniamo in un futuro oggi, nel 1982, impensabile: il 2019, cioè l'anno prossimo. Vedete tante macchine autocoscienti in giro? Davvero siete i tipi che parlano col frigo del loro problemi? ;) Nessuna macchina intorno a noi lo è, men che meno grazie a ricordi o memorie di sorta: il pc con il quale stiamo scrivendo possiede memorie prodigiose, specie se paragonate a quelle di allora, eppure non dimostra la coscienza di un coleottero.


Ci dispiace che il cinema, arte rappresentata da forme di luce, quindi illusorie per loro stessa natura, sia particolarmente adatto a giustificare questa suggestione, questo malinteso, chiamiamolo così, quest'inganno, un cortocircuito sensi-mente per il quale un oggetto che possiede forma umana non può che condividerne i moti interiori. Non scordiamoci in proposito il segreto legame ai limiti del feticista fra Alberto Sordi e il robot con sembianze femminili di Io e Caterina, film profetico in questo senso. Infatti noi spettatori comuni non resistiamo a questa suggestione e volendola credere a tutti costi non riuscimmo a scandalizzarci del fatto che il buon Rick Deckard - superbamente interpretato da un Harrison Ford in forma smagliante - si innamorasse e intrattenesse intercorsi carnali (in senso figurato ovviamente, perché qui cos'è "carne" e cosa no è tutto da vedere ;) con quella che era poco più di una bambola gonfiabile solo un attimo evoluta. Anzi siamo pronti a riconoscere anima, ovvero coscienza di sé, sia a Joe/agente K di quest'ultimo film sia all'ologramma che egli ama, arrivando a giustificare un assurdo di secondo grado: un ologramma cosciente. Cioè nemmeno la forma fisica serve più, basta un'immagine di luce che la ricordi, come appunto fa il cinema. What's next? Non siamo noi a guardare il film, è il film che guarda noi? :D


Lui, Joe/K, è convinto di essere generato, è convinto di avere un padre, quest'ultimo è un Deckard invecchiato, acciaccato e stanco, che vive circondato da una foresta di silhouette femminili (dando ragione ai pochi che osarono dargli del feticista allora ;). Forse è anch'egli a sua volta un replicante: il sequel vuole gettare questo sospetto ancora più del primo film, che già lo adombrava. A sentire il demiurgo Wallace, infatti, Deckard non è altro che un replicante, non molto forte (negli scontri diretti le ha sempre prese), probabilmente uno dei primi modelli ma obbediente e impareggiabile nel dare la caccia ai suoi simili, oltre che programmato per amare Rachael a prima vista. Lui nega, sa distinguere "ciò che è reale", avocando questa capacità a discriminante di un'esistenza cosciente. Nondimeno la bambolona l'ha messa addirittura incinta! BUM, fandonia, assurdità! Eppure... noi, nella nostra sospensione di incredulità, siamo più disposti a credere che in futuro esisterà una tecnologia in grado di imitare la riproduzione sessuale umana, o anzi addirittura di replicare un essere umano dal solo sperma, piuttosto che credere che una macchina, il cui firmware è costituito di routine e algoritmi, possa avere una sorta anche solo lontana di coscienza autonoma e non imposta, imprevedibile. Insomma di anima.


Ci spiace per il burattino che, nonostante i suoi sforzi, non può trovare la sua anima (forse per questo si sdraia sotto la neve, composta di particelle fra loro scollegate come le emozioni di questo film?), non può trovarla nonostante le affermazioni altisonanti, diremmo roboanti, di chi asserisce l'esistenza di una sedicente "intelligenza artificiale" che in realtà deve sempre provenire da una reale, figuriamoci una coscienza di sé. Oggi questa sedicente intelligenza si limita a scimmiottare il dialogo umano e può ingannare solo una mente semplice (molto semplice) o a cui manca la stessa coscienza che vuole imitare, o ancora chi - come spessissimo accade fra gli esseri umani - desidera innanzitutto essere ingannato. Così l'opera inganna sul problema che crede di risolvere, anzi, che dà come già risolto dal mezzo, il cinema che lo fa di default, dando ragione alla celebre affermazione di McLuhan "il mezzo è il messaggio". Pinocchio conosce la sua apateporia perché nella realtà sarebbe destinato a capire a sue spese che lui, replicante conformista (come suo padre? ah no, non è suo padre! e forse nemmeno replicante: lui distingue il reale ;), è e resta solo un burattino. Ma Pinocchio è pure l'opera, perché in fondo ci dice una bugia, che forse questa recensione ha contribuito a smascherare.


20 settembre 2017

Compagni che sbagliano (lettera aperta a Roberto Saviano)

Compagno? Roberto cosiddetto Saviano (perdonaci la citazione) possiamo chiamarti compagno? Ti offendi? Ma ha ancora senso oggi questo epiteto? E poi... compagno di cosa? Nostro no di certo, specie in termini marxisti. Per quanto... tu sembri voler schierarti dalla parte in cui pensiamo e speriamo di essere anche noi, quella della verità. In teoria dovremmo giocare nella stessa squadra, in questo senso sì, saremmo compagni. Punti di vista anche diversi, ma sulla Verità.

Comunque tu compagno lo sembri molto. In ogni tuo cambiamento mutantropico hai sempre mantenuto un'identità politica forte, parte integrante della tua persona... e, forse in second'ordine, anche del tuo personaggio, va'. Giustamente ci hai sempre tenuto, lo schierarsi è certo segno di coraggio, oltre al coraggio insito nel tuo lavoro. Purtroppo con Gomorra subisti conseguenze drammatiche e ti sentisti minacciato nel tuo stato in vita, cosa che veramente non auguriamo a nessuno. Nondimeno... proprio per questo non riuscisti ad evitare accenti vittimistici, e si sa il vittimismo essere uno dei primissimi processi dell'ego, sui quali inevitabilmente venne a basarsi la tua carriera. Questi insieme ad altri come l'evidente stima di sé e del proprio personaggio (tra i meno autoironici sulla piazza, tra l'altro), hanno delineato un tipo umanamente vero di Mutantropo sulla via dell'ego.  


Poi, essendo una persona intelligente, hai capito persino tu che non potevi andare avanti in eterno a ripetere la stessa lezioncina, hai provato a diversificare per dimostrare il tuo valore giornalistico da Fazio (altro compagno? si può chiamare così anche uno tanto ricco?), fino a capitare, si direbbe quasi per caso, a trattar di narcotraffico internazionale. Hai scritto ZeroZeroZero, che ti hanno beccato aver copiato e qui... non sapremmo... hai fatto un passo indietro? forse più in sordina come presenza, ma una voce critica, quasi morale nei confronti della società? è nostra impressione o sei stato meno inchiesta e più buoni sentimenti? 


Ma eccoti qui in p.le Baracca a Milano, campeggi sul cartello pubblicitario di Netflix per la terza serie di Narcos. Un prodotto dell'industria, dell'entertainment internazional-popolare, che detto così suona quasi di sinistra. E dici una cosa un po' qualsiasi, anzi sarebbe meglio dire una banalità sconcertante: nel crimine per una parola sbagliata ci resti secco. Urpu, da doverselo segnare! Manco fossimo tutti anime belle e/o nessuno avesse visto perlomeno Il Padrino... E lo dici con la tua espressione buia e cupa, convinta fin nelle viscere, fattasi ormai da tempo maschera, ma oggi secondo alcuni arrivata a sfiorare l'autoparodia. Un'espressione messa lì per vendere, per sfruttare la tua credibilità nel preoccupare, ovvero suscitare atiqui- e apatepo-fobie. Non più informazione ma spettacolo. Certo, parli di una realtà scomoda e terribile, ma nell'ambito di fiction finalizzata a stati d'agitazione.


Fai ciò che credi, sei un adulto, comportati secondo il tuo stato di coscienza (in fondo ne sei responsabile). Ma sappi che secondo categorie mutantropologiche sei passato da incendiario a pompiere, ovvero da grande giornalista che rischia la pelle per ricostruire e denunciare verità scomode a uomo di spettacolo, una maschera che capitalizza sui drammi umani che invece avrebbe dovuto contribuire a sgominare. Potresti risponderci: "è il mio lavoro, è ciò che sto facendo, faccio conoscere una realtà perché la si affronti", ma non saremmo d'accordo. Con Gomorra l'hai affrontata, hai detto verità, ed è già servito fino a un certo punto (diciamo quasi nulla), ma almeno hai rischiato. Qui nemmeno ci credi, capitalizzi e basta. Guardi le travi nell'occhio altrui e lontano, impotente su quelle nel tuo. Lo sappiamo che dal tuo punto di vista ormai demotivato la differenza sia minima: in fondo eri una maschera anche prima, oggi denunci pubblicamente la tua recitazione e il suo guadagno. Differenza minima ma sufficiente a farti scivolare dall'altra parte, quella dell'industria, dell'entertaiment inquietante a scopo di lucro, cioè quella dell'osnoblosi dei tempi che corrono.


Non ci sorprende da un "compagno", non sei certo il primo esempio. Solo... ci intristisce un po'. Eppure siamo certi che se mettessi in discussione qualcosa di te, se provassi a cambiare strada decentralizzando ciò che oggi esalti... potresti essere un ottimo compagno, certamente un Mutantropo migliore.


19 luglio 2017

Ode al Corriere della Sera (rassegna stampa mutantropologica X)


Restiamo sorpresi e basiti dal numero incredibile di articoli a sfondo sitestetico-mutantropico e tecnologico pubblicati oggi dal Corriere della Sera. Dedichiamo quindi alla celebre testata questo post, rispolverando all'occasione il vecchio blog. Buona lettura

Mutastronzo
http://www.corriere.it/caffe-gramellini/17_luglio_19/colpa-d-alfredo-28a74fe0-6c41-11e7-adf5-09dddc53fe2d.shtml?refresh_ce-cp
Apriamo con lo spassoso Caffé di Gramellini che giustamente stigmatizza il più tipico dei comportamenti italici, o il più italico dei comportamenti tipici. Per citare le sue parole, "Furbo e moralista, intransigente sui massimi sistemi e accomodante su quelli minimi quando coincidono con i suoi comodi".
Interessante anche la chiusura sul suo stato di coscienza. Bravo!

Polizia violenta
http://www.corriere.it/esteri/17_luglio_19/usa-chiama-poliziama-viene-uccisa-sotto-casa-9e6068ce-6bf2-11e7-9094-d21d151198e9.shtml?refresh_ce-cp
Lo sappiamo bene da esperienze dirette: la polizia americana appartiene a un altro tempo (e per fortuna a un altro spazio), certamente precedente l'era moderna e democratica: autoritaria, sorda al dialogo, violentissima. Insomma una dette vergogne del Paese che si è autoeletto sceriffo del mondo.
È  stata così interrotta la vita, coi suoi processi mutantropici, di una sessantenne australiana. In modo tanto atroce quanto francamente incomprensibile.

Mutantropia e violenza
http://www.corriere.it/video-articoli/2017/07/18/io-prostituta-nigeriana-violentata-libia-picchiata-italia-ho-debito-50-mila-euro-cosi-ragazze-vengono-costrette-vendersi/74516c4c-6bd7-11e7-9094-d21d151198e9.shtml?intcmp=video_wall_hp&vclk=videowall%7Cio-prostituta-nigeriana-violentata-libia-picchiata-italia-ho-debito-50-mila-euro-cosi-ragazze-vengono-costrette-vendersi&refresh_ce-cp
Come abbiamo avuto più volte modo di dire, il cambiamento si definisce mutantropico laddove è desiderato dal soggetto in percezione di vantaggio. Laddove venisse negata la prima condizione (desiderio) si ha un cambiamento culturalmente oppure naturalmente imposto, laddove venisse negata la seconda (vantaggio) si ha autolesionismo degenerativo.
Il metodo più odioso per imporre "culturalmente" (cioè per mano dell'uomo) dei cambiamenti è da sempre la violenza, quella contro le donne in special modo.
Cogliamo l'occasione per dichiarare che in questo senso l'Italia si ricopre di vergogna dall'infausta (e ipocrita) legge Merlin in poi, cosa ancora più colpevole visti gli esempi di altri Paesi, Olanda in testa. E, stando così le cose, i fruitori/clienti della prostituzione sono i sostenitori di cotanto scempio.
Mutantropia è uscirne. Sì, per sempre!

Doppia osnoblosi informatica
http://www.corriere.it/tecnologia/cyber-cultura/cards/15-profezie-bill-gates-mondo-tech-che-si-sono-avverate-vent-anni-dopo/pubblicita-personalizzata.shtml
Ecco invece l'articolo di un inetto conformista, che scambia il grande bidonaro americano, responsabile di aver rovinato la vita di milioni, forse miliardi di persone nel mondo, con il peggior sistema operativo e i peggior software mai concepito da mente d'idiota. L'unico vero merito che ha è aver fissato il benchmark negativo: ovvero nessun prodotto informatico, hardware o software, può essere immesso sul mercato se peggio di Microsoft.
Eppure probabilmente preda di un'amnesia selettiva, Francesco Tortora lo incensa presentandoci 15 sedicenti profezie di questo personaggio certamente più ricco e fortunato che intelligente. E fra queste mette cose già ampiamente previste o addirittura realizzate nel 1999 (anno delle sedicenti profezie) e cavolate cui poteva arrivare qualunque bambino lobotomizzato che si fosse mai fermato a pensare.
Fra tutta questa spazzatura intellettuale, per carità, qualcosa l'avrà azzeccata persino lui. Ma le ha condite tutte con dosi ammorbanti di retorica sulla democrazia online, l'uguaglianza di opinione e la redistribuzione più equa di risorse che sono state cantonate a dir poco imbarazzanti.
Per favore qualcuno consigli a Tortora di cambiare mestiere :O

La maggior vergogna
http://www.corriere.it/cronache/17_luglio_19/g8-genova-poliziotti-condannati-la-diaz-possono-tornare-lavoro-gabrielli-fu-catastrofe-82cc11a8-6c56-11e7-adf5-09dddc53fe2d.shtml?refresh_ce-cp
Fu definita "macelleria messicana" e non stiamo parlando degli anni 70, ma dei 2000. La più grande vergogna ufficiale, nel senso di statale, italiana del dopoguerra.
E ha due nomi, due responsabili che questa vergogna la porteranno nei millenni futuri: Fini e Berlusconi, ancor più del risibile Scaloja detto "sciaboletta", patetico ministro a sua insaputa, o dello spietato e intonso uomo delle istituzioni De Gennaro.
I poliziotti "responsabili", da un certo punto di vista vere bestie, da un altro burattini manovrati da persone peggiori di loro, ora vengono reintegrati.
Perché in Italia è tutto così, per questo esistono i talent, sapete. Un solo talento si vuole: quello del burattino.
Uno sputo.

Mutantropia perversa
http://www.corriere.it/esteri/cards/donne-isis-perche-partono-come-vivono-stato-islamico/motivazioni_principale.shtml
Dopo decine e decine di casi di stupidità maschile, eccone uno davvero sconcertante di totale idiozia femminile, aggravato inoltre dall'autolesionismo (molte di loro de facto finiscono come schiave, anche sessuali) e dall'incomprensibile crudeltà.
Le tensioni del Mutantropo frustrato in salsa rosa e insurrezionalista, tinta di moralismo religioso esotico, che fa più colore.
Certo che almeno una ragione, ovvero "l’isolamento sociale e/o culturale causato dall’essere donne molto spesso di origini mediorientali che vivono in società occidentali", è certamente colpa nostra.
Così come il permettere che venga usata in questo modo la tecnologia. Ovvero o per entertainment idiota o per reclutamento folle.

Mutatechnia assurda
http://www.corriere.it/esteri/17_luglio_19/robot-guardia-giurata-che-si-suicidato-la-noia-e35a0562-6c55-11e7-adf5-09dddc53fe2d.shtml?refresh_ce-cp
Ecco, ci mancavano i robot stressati o depressi. Siamo così abituati a umanizzare ogni stupidaggine, forse perché stiamo irrimediabilmente perdendo umanità noi, che cerchiamo di giustificare un comportamento inspiegabile con la più ovvia delle motivazioni umane.
In realtà questo buffo incidente deve mettere in guardia gli amanti della retorica degli automezzi senza conducente: è l'errore - nel firmware o cmq nelle funzionalità - la vera componente umana delle macchine. Umana perché veramente fatta dall'uomo.

Violenza clericale
http://www.corriere.it/esteri/17_luglio_19/anch-io-avevo-ceffoni-georg-che-aveva-distolto-sguardo-tante-volte-aveva-chiesto-perdono-be55940a-6bf3-11e7-9094-d21d151198e9.shtml?refresh_ce-cp
Davanti a questa notizia restiamo senza parole, per cui ne useremo il meno possibile. Sarà un caso di cronaca giudiziaria che esula totalmente dalla nostra opinione in merito.
A noi non resta che prendere atto dell'ennesima stria di sopruso e violenza da parte della più catastrofica e sanguinaria organizzazione umana della storia: la sedicente assemblea universale (ekklesia katholikòs).

Ancora frustrazione
http://www.corriere.it/cronache/cards/incendi-roghi-insospettabili-piromani-italiani/gli-insospettabili_principale.shtml
O senso di handicap: una delle principali molle alla Mutantropia. Oppure, come in questi casi, di distruzione e devastazione.
La frustrazione dell'anziano, la rabbia del precario, la nullità del nessuno. Meglio distruggere che... non avere il senso della propria esistenza.
Certo che la Sinestesi può aiutare, e fors'anche risolvere. Ma qui c'è un'epoca sbagliata in corso.

Cafonaggine impunita
http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_luglio_19/meno-due-sanzioni-mese-padroni-incivili-cani-54fc7fec-6bfc-11e7-9094-d21d151198e9.shtml?refresh_ce-cp
Ovviamente quando un cambiamento culturalmente imposto sarebbe d'uopo, chissà perché, non viene applicato. Vincono quindi modelli immobilisti.
Ne abbiamo le scarpe piene, ok, ma anche... i cosiddetti.

Mutaspetto esteriore... professionista
http://www.corriere.it/foto-gallery/moda/news/15_gennaio_07/i-selfie-star-senza-trucco-e421b7a8-9681-11e4-9ec2-c9b18eab1a93.shtml?refresh_ce-cp
Una simpatica galleria degli effetti del mutaspettismo esteriore su professioniste di spettacolo e entertainment.
La sorpresa è assicurata. A tratti pure la perplessità.
Curate l'interiorità, ragazzi, che è ciò che resta quando il trucco si sfalda.

Mutamento incomprensibile (e inquietante)
http://www.corriere.it/video-articoli/2017/07/19/nord-corea-star-tv-dissidente-propagandista-regime/34d9e19e-6c53-11e7-adf5-09dddc53fe2d.shtml
Quello di questa ragazza dello spettacolo, prima fuggita da Piongyang poi ritornata. Si tratta di una pazza, comunque Mutantropa (perché la libertà del singolo è inopinabile) come per le foreign fighter di poco sopra, o di un caso di violenza ovvero "cambiamento culturalmente imposto"?
Non è chiaro. Di certo non la invidiamo.

25 gennaio 2017

Un Altro Geniale Sfregio


Carissimi tutti buongiorno! Da quanto tempo, direte voi, ebbene sì, troppo, ma una serie di congiunzioni astrali hanno permesso all'unica parte superstite della redazione di riprendere a scrivere di critica d'arte. L'argomento proposto è il film Your Name, cartone animato d'autore per adolescenti firmato dal giapponese Makoto Shinkai. Un film quindi, ovvero un'opera multimediale, ma anche il pretesto per riprendere il discorso a suo tempo fatto per l'arte, ovvero l'artigianato, a sfondo osnoblotico, cioè finalizzata a creare consenso o entertainment. In ultima analisi a negare la vera arte e il suo prodigioso potenziale evolutivo per l'anima.

Beh, che dire del suo autore, Makoto Shinkai? Vero mito per le giovani generazioni giapponesi, dopo lavori comunque influenzati da tematiche esistenziali, simbolismo o ricerca spirituale come Viaggio Verso Agartha (2011) o Il Giardino delle Parole (2013), si rivela regista di altissimo mestiere, capace di miscelare ritmi forsennati alla Tarantino con voli pindarici tipo drone della macchina da presa (virtuale), giochi di luce, flashback, esplosioni ed effetti audio in grado di sciorinare tutto il repertorio di trucchi ad impatto emotivo per lo spettatore. Inoltre il disegno, raffinatissimo e in più punti debitore del maestro dell'animazione giapponese per eccellenza, Hayao Miyazaki, scorre realistico e luminoso in mille policromie, rendendo Your Name innanzitutto uno spettacolo per gli occhi.

La trama invero non è semplicissima: una ragazza di campagna, Mitsuha, un giorno si sveglia nel corpo di Taki, un ragazzo della metropoli Tokyo, e viceversa. Oltre allo stupore e allo smarrimento, i due inseguono la reciproca identità provando in ogni modo a conoscersi. Lui è cameriere, lei studentessa e giovane sacerdotessa del tempio shintoista locale. Quando questi fenomeni di scambio di identità si interrompono, lui cerca di arrivare a lei ma inutilmente: Mitsuha risulta morta nella terribile catastrofe naturale di 3 anni prima, in cui un meteorite colpì il suo villaggio devastandolo. Sconvolto, Taki non sa darsi pace né una spiegazione per quanto avvenuto, finché scopre in un vulcano spento l'altare arcano alla cui divinità era dedicato il tempio in cui officiava Mitsuha. Sarà così in grado di innescare un'ellisse temporale che avrà l'effetto di salvare parte degli abitanti del villaggio e, nel giro dei 5 anni successivi, e grazie a dinamiche che restano perlopiù oscure, di provocare l'incontro fra i due. Chiediamo scusa per lo spoileraggio ;)

Il film, oltreché di eccellente fattura da ogni punto di vista, si rivela subito molto ambizioso. I valori che evoca cominciano da quelli esistenziali classici, come la ricerca del proprio sé, della propria identità, sociale e sessuale (irresistibile il continuo toccarsi il seno di Taki quando incarnato nel corpo femminile della sua controparte) o del rapporto col padre e/o con le generazioni precedenti, ai quali aggiunge simbologie sacre e veri propri archetipi: l'ostilità incomprensibile del destino, il senso del Sacro, del limite invalicabile del Sanctum e del Sancta Sanctrorum, il senso di Tradizione spirituale perduta nella sua essenza per quanto sopravvissuta nella forma, l'anelito all'Assoluto, a un punto fuori dal tempo che appunto dal tempo è indipendente e prescinde. L'accettarsi, quindi, e il comprendersi in una concezione olistica e interrelata del cosmo che si fa erede tanto di visioni mistiche quanto di ricerche quantistiche. E fin qui, potremmo dire, tutto bene.

Ma è proprio per questa sua ambizione che, secondo il nostro modesto parere, il film fallisce miseramente. Non solo per l'ignavia del suo autore, ovvero per qualità d'anima che non esiteremmo a definire quantomeno modeste, ma soprattutto perché, come capita sistematicamente con autori mediocri o peggio osnobloticamente interessati, le profonde tematiche coinvolte, gli archetipi e i simboli evocati con dovizia di particolari, vengono vergognosamente asserviti ad un'insulsa storia d'amore con un tale tasso zuccherino da provocare la carie in tempo reale (vedere il link di cui sopra per il discorso sulla pornografia femminile). I trucchi retorici, l'altissimo mestiere del regista alla fine non insegnano nulla, vogliono solo sorprendere o al più tormentare lo spettatore su un amore impossibile, fatto di due protagonisti adolescenti che si inseguono senza speranza.

Il tutto senza nessun rispetto di verisimiglianza, non oseremmo dire di unità aristoteliche di tempo, spazio o azione, unità che - per carità - possono anche essere contraddette ma sempre in funzione di un insegnamento superiore. Invece qui la storia sembra dipanarsi a capocchia e senza un filo logico: Mitsuha è una ragazza viva oggi, anzi no, è il fantasma di una persona scomparsa 3 anni prima in cui però si incarna la controparte maschile oggi, eppure quando visibile lei scompare sul più bello senza spiegazioni, parimenti ai messaggi sullo smartphone apparsi e in seguito scomparsi senza giustificazioni plausibili. Il tempo procede e retrocede a piacimento, all'inseguimento di una storia sdolcinata e sconclusionata, di un tormento fine a se stesso o, peggio, finalizzato alla lacrimuccia facile, dove fra Sliding Doors malcelate e new age da supermercato si accenna, rinunciandovi, a un discorso metafisico che comunque sarebbe rimasto senza capo né coda, accontentandosi di un finale da love-story tanto strappalacrime quanto sconsolatamente dozzinale.

Il che... vista l'ampiezza di mezzi e capacità coinvolti... credeteci, è un vero peccato.

28 maggio 2016

Il Silenzio sull'Anima


Buongiorno giovani e meno giovani follower, perché continuate ad essere in tanti e vi ringraziamo di cuore, però... così, ci chiediamo perché siano un po' spariti i commenti. Il nostro blog avrà avuto tanti difetti ma ha sempre accettato il contraddittorio su qualunque argomento senza mai censurare nulla, fino alle sterili sequele di insulti ai nostri due post ancor oggi più letti. Ci siamo fatti questa domanda ultimamente però non riusciamo a darci una vera spiegazione, forse affermiamo cose assurde, disarmanti? A volte ci hanno accusato di pareri perentori, davvero sono stati eccessivi e meno spiritosi di quanto avremmo voluto?

Oppure......... oppure l'essere umano ha sempre meno voglia di parlare del problema, di affrontarlo davvero. In qualche modo non si vuole più analizzare il lato oscuro, l'errore, il disagio. Ma non perché non sia interessante, ma perché il problema ci tormenta, e nel tormento lo si identifica credendo quindi di conoscerlo benissimo, e si cerca allora solo una soluzione, magari rapida.

E... mentre ci facevamo domande simili ci è successo di venire invitati da un gruppo di persone a presentare il progetto Technesya e noi stessi come gruppo in un'importante città di provincia emiliana. Abbiamo avuto modo di relazionarci con una categoria particolare di esseri umani, ovviamente salva l'imprescindibile differenza personale, ma tutti sinceramente interessati all'arte, e molti all'etica per via più o meno spirituale o "misteriosofica", diversi i massoni.

Persone che come tutte avevano domande sull'anima, forse con qualche conoscenza o esperienza in più della media, domande che nondimeno lì per lì apparivano come poco chiare, come nascoste sotto una patina di perbenismo (modello immobilista con tendenze osnobloticonformiste). Però loro avevano letto il nostro post sulla definizione di anima e, condividendo l'idea tutt'altro che nostra di "arte ancella dell'anima", hanno chiesto una dimostrazione della Sinestesi. Che dimostrazione non ha potuto essere perché, a parte qualche evento sincrestesico, una vera Sinestesopera non è ancora stata creata.

Ma la serata prosegue, degli argomenti si parla, e le questioni scuotono, i simboli lavorano, e così le energie. E lentamente questa piega perbenista è venuta meno, le persone si sono lasciate andare sempre di più, palesando istanze e lati nascosti. Nulla di strano o particolare, ci vien da sorridere nel dire "le solite cose", se solo non fossero così incredibilmente importanti: cos'è l'anima, cos'è l'interiorità, cos'è la coscienza, per cosa si cambia, per cosa no.

Ed è emerso... non sappiamo come dirlo... un mal di vivere. Una dolorosità diffusa, un campionario di parenti disgraziati, lutti, incidenti, malattie, imprevisti e/o sventure assortite che alla fine però sono all'origine della ricerca spirituale. Come se ci dovesse scappà il morto per indurci a conoscere noi stessi e il nostro scopo sulla terra. Lo scambio umano che ne è nato quindi è stato bello, profondo e importante. Persone che si aprivano, che mettevano a nudo il loro lato dolente per innescare uno scambio reale.

Di contro però ci ha un po' ferito il fatto che le aspettative sulla Sinestesopera fossero come di macchina della felicità, incrocio fra arte, stregoneria e condizionamento mentale. Le domande per lo più volevano quantificare modalità e misura di soluzione dei problemi / purificazione dell'anima / resa in termini se non di felicità almeno di serenità. Senza capire che l'arte è certo terapia, ma lo è anche, ovvero non sempre e non necessariamente. Essa è anche scombussolamento e messa in discussione. È cambiamento di punto di vista che crea la ridiscussione del sistema di valori e/o delle azioni finalizzate a perseguirli - ricordate la differenza fra atiquifobie ed apatepofobie?

Eppure lo scombussolamento non lo si accetta, la messa in discussione viene ormai considerata inutile perdita di tempo. Parla l'ego, che sa cos'è meglio e non si mette in discussione ma vuole risultati. Questo è ciò che cerca chi si pone problemi dell'anima oggi: terapie, tecniche, garanzia di risultato. Il tempo dell'instabilità è inutile o ha già dato i suoi frutti.

Ecco, non vorremmo mai che un fenomeno simile fosse anche all'origine della mancanza di commenti. Perché questo è un posto di confronto, dove potete esprimervi come meglio credete senza timore di giudizio.
Se non succede questo, il blog non funziona per le sue potenzialità e la sua frequentazione si limita a un aggiornamento divertito su un punto di vista interessante ma nulla più. Che inoltre rischia di diventare delirio solipsista. Grazie, per la comprensione, a presto,
i Sinesthsys