5 ottobre 2015
L'Eccezionalità del Bene
Carissimi e a quanto pare intimiditi lettori (che fine hanno fatto i commenti?), il passaggio delle recenti festività ebraiche ci ha suggerito di approfondire certi concetti esposti nel nostro precedente post sulla responsabilità culturale, perché dire che Ligabue fa schifo è troppo facile e comunque non basta. Parleremo allora di un'intellettuale ebrea del recente passato, Hannah Arendt, scrittrice, filosofa e storica tedesca naturalizzata statunitense, donna coraggiosa nel perseguire la verità contro ogni tornaconto personale ma soprattutto ogni conformismo, incarnando uno dei pochi esempi di autentica Mutantropia evolutiva del suo/nostro secolo. Per la sua biografia prendiamo come riferimento quella del sito filosofico.net, oltre al capolavoro cinematografico omonimo di Margarethe von Trotta.
Nata ad Hannover nel 1906, studentessa brillantissima, negli anni '20 a Marburgh diventa amante di Heidegger, il filosofo dell'esistenzialismo ontologico, purtroppo mai veramente fermo nel condannare il nazismo. "Il pensiero è quella silenziosa conversazione che c'è fra me e me stesso", si cita nel film. Sposatasi due volte, amica dello scrittore Walter Benjamin da noi amato per il suo saggio L'Opera d'Arte nell'Epoca della sua Riproducibilità Tecnica, durante il secondo conflitto mondiale diventa una rifugiata di guerra senza diritti politici prima a Praga, poi a Parigi, poi ancora a Lisbona. Nel 1941 riesce fortunosamente a fuggire negli Stati Uniti, dove non cambierà il suo status almeno per altri 10 anni, cioè fino a quando il governo americano non le concederà la cittadinanza. Lo stesso anno pubblica il fondamentale The Origins of Totalitarianism (“Le origini del totalitarismo”), frutto di un’accurata indagine storica e filosofica. Arriva così a giudicare la cosiddetta "ideologia" come uso indebito della facoltà razionale umana, quindi potenziale origine di ogni attività totalitaria, insomma un brutto effetto della razionalità finalizzata al proprio tornaconto, all'egonanismo. Afferma filosofico.net: "la mente gioca con se stessa: l'atteggiamento ideologico, privo di un vero ideale, assolutizza la facoltà logica facendola esorbitare dai suoi limiti costitutivi, in modo tale da costruire una pseudo-realtà, impermeabile all'esperienza della realtà autentica, al cui interno vige la pretesa di spiegazione totale che nega, di fatto, la vocazione della natura umana alla libertà di iniziativa" mutantropica, aggiungeremmo noi.
Ma la vera svolta nella sua vita avverrà dopo altri 10 anni. Nel 1961, infatti, in qualità di inviata del settimanale New Yorker, assiste a Gerusalemme al processo contro il gerarca nazista Adolf Eichmann. Il resoconto di questa esperienza viene inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista newyorkese e successivamente proposto in forma unitaria nel 1963, con il libro Eichmann in Jerusalem: a Report on the Banality of Evil (in italiano La Banalità del Male: Eichmann in Gerusalemme). Un'opera in sé ai limiti del pedissequo, se non fosse per il suo stile di scrittura unico per vivacità e irruenza, ma da un certo punto di vista altro non era che la trascrizione degli eventi processuali cui ha assistito, talvolta accompagnati da commenti e impressioni. Eppure... l'opera arrivò a scatenare un vespaio di polemiche così intense e rancorose da portarla, nel giro di pochi anni, al quasi totale isolamento specie in seno alla comunità ebraica internazionale.
Sostanzialmente ciò che veniva considerato pietra dello scandalo erano due sue osservazioni: l'aver considerato Eichmann non un genio del male, bensì un grigio burocrate (da qui la "banalità" del suo operato), e aver adombrato il sospetto di corresponsabilità nell'operato dei capi comunitari ebrei durante il nazismo, secondo lei in certi casi possibilmente collaborazionisti. Apriti Cielo: le comunità ebraiche di tutto il mondo, a cominciare da quelle americane, cominciarono a lanciare minacce e insulti prima in direzione del New Yorker, poi direttamente della sua persona. E alla fine lei perse la stima della varie intellighenzie internazionali, ovvero degli ambienti intellettuali, ma anche dell'opinione pubblica, persino dei suoi amici più stretti.
Da un certo punto di vita la cosa era comprensibile: non erano passati vent'anni dalla fine della guerra e da quel dramma epocale chiamato Shoà (così come oggi tutti ricordiamo cosa successe nella seconda metà degli anni '90) e per le comunità ebraiche assetate di giustizia, se non proprio di vendetta, e comunque coerentemente al loro credo, la responsabilità del singolo era tutto. Insomma era inaccettabile pensare che il "grigiore" di un conformista (vedere le caratteristiche del mutantropo grigio nella nostra matrice mutantropica) potesse solo minimamente scagionare un criminale nazista dalle sue responsabilità. Così come era necessario apparire vittime di questa tragedia, il solo sospetto di una complicità ebraica era incompatibile. Illuminante, in tal senso, il parere di Benjamin Murmelstein, ultimo presidente del Consiglio Ebraico del ghetto di Theresienstadt (o Terezin), magistralmente intervistato nel 1975 da Claude Lanzmann per quel capolavoro di cinematografia documentaria (per il soggetto più che per la regia) che è stato L'Ultimo degli Ingiusti, del 2013. Un altro personaggio inferocito con la Arendt, anche perché - a suo dire - assolutamente incolpevole. In effetti, schiacciati sotto il tacco della violenza nazista, i capi ebrei dovevano ingegnarsi nelle più sottili arti diplomatiche per poter preservare le loro comunità o almeno evitare i più gravi danni.
Insomma, nel merito non è detto che Hannah Arendt avesse ragione al 100% ma, come giustamente si deduce dal film, il problema non fu di merito ma di metodo. Se una grande intellettuale, una delle maggiori del suo secolo, ha un sospetto, un'intuizione, se ne può parlare pacificamente? Può esistere un confronto su opinioni adeguatamente argomentate che esuli dal pregiudizio e da una verità storica imposta per opportunità (si veda il nostro post sull'osnoblotizzazione ontologica della storia) - per quanto questa sia vista come necessaria - confronto unicamente orientato alla conoscenza della Verità (ci si perdoni la maiuscola)? Si può insomma affrontare un problema al di fuori di ogni interesse personale e conformismo, senza la paura della gogna intellettuale ancor prima che mediatica? Cosa costa a un pensatore, come a ognuno di noi se decidiamo di assumere un'opinione personale, il diritto di percorrere la via della Mutantropia Evolutiva? Inutile dirlo, secondo lei costi quel che costi, foss'anche la stima del suo secolo e il quasi completo isolamento.
Intorno al cinquantesimo minuto del film una Hannah Arendt insegnante di filosofia imbevuta dal pensiero di Heidegger sembra darci torto, per poi darci incredibilmente ragione. Infatti insegna: "la tradizione occidentale risente di un grande pregiudizio, e cioè che il male peggiore che l'umanità possa commettere sia determinato unicamente dai vizi dell'egoismo. Ma nel nostro secolo abbiamo avuto la prova tangibile che il male è riuscito a radicarsi nel profondo delle nostre anime e oggi noi possiamo affermare che il male peggiore, chiamato anche male radicale, non ha assolutamente più niente a che vedere con motivi così umanamente comprensibili e peccaminosi come l'egoismo. Anzi, io direi che ha a che vedere con il seguente fenomeno, e cioè convincere l'uomo di essere superfluo in questo mondo in quanto uomo. Tutto il sistema dei campi di concentramento era unicamente finalizzato a convincere tutti i prigionieri che erano uomini superflui, prima di sterminarli con il gas. Nei campi di concentramento le persone dovevano imparare che una punizione non era necessariamente causata da una disobbedienza. Che lo sfruttamento non doveva generare profitti per nessuno e soprattutto che il lavoro non ha bisogno di produrre alcun risultato. Il campo di prigionia è un luogo dove ogni azione e ogni impulso diventano per principio privi di senso. In altre parole un luogo dove viene creata l'insensatezza. Riassumendo: se noi possiamo affermare che negli ultimi momenti del totalitarismo compare per la prima volta il male assoluto, assoluto perché ormai non è più riconducibile a motivazioni umane, noi possiamo dichiarare con certezza che senza di esso, cioè senza il totalitarismo, questa radicale natura del male noi non l'avremmo mai conosciuta".
Bene, come già illustrato nel post Osnoblosi, secondo noi il fenomeno così chiamato ricrea, per le moderne società sedicenti democratiche, quello che ha cercato di fare il totalitarismo tramite il pensiero unico a suo tempo, ovviamente mutatis mutandis. Quindi grazie Hanna Arendt per aver vissuto, per il tuo pensiero e per il tuo coraggio, sei stata in grado di incarnare l'eccezionalità del Bene. Ma personalmente aggiungeremmo grazie per averci spiegato che l'osnoblosi è persino peggio dell'egonanismo. Grazie.
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26 settembre 2015
Bertrand Russell
Il fatto che un’opinione sia ampiamente condivisa, non è affatto una prova che non sia completamente assurda. Anzi, considerata la stupidità della maggioranza degli uomini, è più probabile che un’opinione diffusa sia cretina anziché sensata.
24 agosto 2015
Sulla Responsabilità Culturale
Dobbiamo dire che o il nostro lettore si è raffinato o l'ascoltatore medio dell'industria culturale italiana ha perso qualche certezza cammin facendo. Infatti se non è passato poi molto tempo dall'accorata apologia che i suoi paladini fecero dell'indifendibile Morgan, ben poco è successo in difesa di Morandi, Ligabue e Jovanotti, da noi dileggiati nella nostra risposta aperta ad Aldo Grasso, giusto qualche dubbio espresso privatamente su facebook sull'opportunità di bistrattare così cotanti mostri sacri. Già, mostri sacri, non sottoprodotti pseudo-culturali un po' imbarazzanti in un paese civile.
No perché, scusate, ma ha attirato la nostra attenzione la recente dichiarazione di certo Claudio Coccoluto, all'apparenza un attempato signore ma in realtà storico DJ di un postaccio celebre come tale da anni: la famigerata discoteca (aaargh) Cocoricò di Riccione. Gli anziani fra noi ;) ricordano che veniva considerato assolutamente "un posto del c." già negli anni '80, ci chiediamo cosa ne sia rimasto oggi. Nondimeno capro espiatorio dell'inetto (oltreché inspiegabile) ministro dell'interno Alfano, da noi già più volte scherzosamente citato (cercare per credere ;), che l'ha fatto chiudere perché sembra che vi spaccino droga, quando è dai medesimi anni '80 che lo sanno anche i sassi. Forse Alfano l'unico interno che capisce è quello del suo cervello, dei cui angusti spazi ha modo di conoscere il più di ciò che avviene (a quanto traspare, assai poco).
Dicevamo che il summenzionato sig. Coccoluto, a quanto pare celebre spacciatore di suoni inarticolati da lui sorprendentemente chiamati "musica" (ma pare sia pagato per farlo, ed ecco spiegato il mistero di tanta apparente osnoblosi:), in occasione della drammatica scomparsa di Lamberto Lucaccioni, 16 anni, deceduto dopo aver assunto una pasticca di ecstasy nel suddetto notorio luogo, è addirittura arrivato ad affermare che "il vero sballo è solo la musica". Scusate cari lettori, ma raramente una frase è stata tanto vera e tanto falsa allo stesso tempo, merita quindi una piccola disamina.
A costo di sembrar pedanti, indagheremo la sfuggente definizione di "sballo". Il dizionario del Corriere se la cava con uno "stato di allucinazione prodotto da una sostanza stupefacente", ma non meglio fanno altri, come ad esempio il Garzanti che tuttavia aggiunge "situazione eccitante e fuori dal comune; cosa che piace molto", o l'Hoepli, che tende a enfatizzare l'eccitazione. Insomma, tranne quest'ultima definizione maggiormente permissiva, sembra che sballo e musica abbiano poco o nulla da spartire. Il che renderebbe falsa la frase testé pronunciata: la musica non c'entra con lo sballo, procurato prevalentemente da certe sostanze o da situazioni eccezionali. O almeno non col, per citarlo testualmente, "vero sballo". Ma allora questo cos'è? Come lo si provoca? Francamente non sapremmo dirlo. Forse il vero sballo arriva solo con l'uso di droghe e con buona pace di Claudio "anima bella" Coccoluto, per quanto noi conosciamo molti altri sistemi per avere esperienze eccitanti ed elettrizzanti, ai limiti dell'extracorporeo e comunque oltre l'ordinario, ovvero extra-ordinarie, che anzi vengono parzialmente inibite, se non proprio impedite, dalle droghe. E molte di queste, ebbene sì, sono accompagnate da musica.
Ma allora Coccoluto in qualche modo aveva ragione? Bhe, da un certo punto di vista sì. Peccato che stesse parlando di una cosa che non conosceva: la musica. Parliamo ovviamente di "buona musica" perché certo, se musica è "suono artisticamente organizzato" (per artisticamente si intenda "culturalmente e a fini non razionali", cioè non referenziali) allora anche quella di cui si occupa lui è ""musica"" - doppie virgolette d'obbligo - ma per non sembrare più cattivi di quelli che siamo, e ce ne vuole ;), sull'argomento citiamo volentieri l'articolo di Severgnini sul Corriere. Col giornalista raramente ci troviamo d'accordo, ma qui lo condividiamo, apprezzandolo per profondità di analisi ed equilibrio di giudizio. Solo... alla sua frase, peraltro riportata, "se offri musica così (hard core, techno, trance), se la mandi a 120 decibel (un aereo al decollo), se hai un parco-luci così (strobo da 5.000 watt, teste mobili, accecatori, videoled)", vorremmo aggiungere: non vi ricorda qualcosa? A noi sì: arte multimediale a precisi fini sinestetici.
Certo ma... quali fini sinestetici? Si dice che l'albero si giudica dai frutti, ma ciò non ci impedisce di fare viceversa, ovvero giudicare il frutto dall'albero. E... che frutti possono dare tre bombardamenti, uno di ritmi house, uno di decibel e l'altro di fotoni? Per carità, conosciamo e a modo nostro amiamo i cosiddetti "ritmi lemuriani" (tipici dei generi sopra citati) ma veramente in tutt'altri contesti e a diverse, diciamo così, dosi. La musica porta a stati trascendenti, è risaputo da sempre e sistematicamente utilizzato nei riti anche solo sociali dell'uomo. È questo il "vero sballo" o è quello finto? Ma può portare anche agli stati più primitivi ed elementari della nostra animalità, dipende da che schema neuronale si vuole, più o meno coscientemente, attivare.
Insomma signori, sappiamo bene che il buon Coccoluto può aver avuto le sue abitudini, può aver composto la musica che ha composto ma non è lui responsabile della morte di quel ragazzo. Però guarda caso contrabbanda per "divertimento" una sorta di aberrazione culturale. Sia chiaro, sono tutti liberi, i gestori del Cocoricò e i loro numerosissimi clienti, questo è il tempio del divertimento moderno (invero un po' attempato, va', ma che lì tiene duro), però non ci si stupisca di una necessità, di una tecnica di sopravvivenza, di un quasi automatismo chiarissimo persino al Severgnini ;)
Signori scusate ancora e chiudiamo. Questo intendiamo per responsabilità culturale: dire le cose come stanno, ed è l'unica operazione veramente deosnoblotica che possiamo fare contro certi accadimenti. Tanto la verità è relativa e ognuno è libero di avere la propria opinione, ma troppe cose sono taciute per interesse. Insomma le cose van dette, persino su Morandi, Jovanotti e Ligabue (che poco fa ha inutilmente rovinato la Notte della Taranta a Melpignano), non solo su Vasco e Morgan (o Ferradini, o Ramazzotti), persino che la techno è così disarmonica e lontana da un equilibrio psicofisico sano da indurre all'uso di stupefacenti forti. Solo per citare le 4 cose di cui s'è parlato, saltando forse il discorso sull'emotività esagerata o pornografia femminile, da noi a suo tempo citata a proposito di civiltà e di Sinestesia, rappresentata in musica dalle migliaia di voci melodiche e sentimentali che da sempre ammorbano la scena nazionale. Finché non si dicono le cose come stanno si è parte del problema e non della soluzione, inoltre parte inconsapevole, tonta e cieca. Ricordate una definizione di osnoblosi? "Tesi di rilevanza collettiva tipiche dell’ignorante, dell’ingenuo, del plagiato", ovvero fino ai livelli del buon e "innocente" Coccoluto con le sue sconcertanti prescrizioni di "vero sballo" sul cadavere di un "suo" ragazzo, uno più sfortunato di tanti. E proprio in quel luogo lì, pensa un po'. Chissà perché pare che all'Auditorium di l.go Mahler ci siano meno operatori di vendita al dettaglio lì apposta a "fare marketing"...
Perché cantava Battiato (oh, quanto ricordiamo gli anni 80!) "e sommersi soprattutto da immondizie musicali...". Di questo verso ci ha sempre impressionato un termine: l'avverbio "soprattutto". Perché già siamo sommersi di ogni immondizia culturale, sopra ogni equità e decenza. Ma "soprattutto"... per soprammercato... per incredibile colmo, o... per sconcertante necessità..?
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6 agosto 2015
Paura e Coscienza-Ego
Carissimi, come state? Pronti per le vacanze estive? Già in vacanza da un pezzo? E fate bene, qui in città si muore!
Noi come redazione ormai agiamo in ordine sparso e ci dispiace presidiare meno il nostro bel blog, così capace di suscitare simpatici vespai su veramente piccole ed elementari provocazioni (a tutt'oggi i due post più letti sono quelli su Sorrentino - l'altro - e Morgan, figuriamoci!). Ma non siamo gli unici, purtroppo, ormai nel mondo si dice che l'epoca del blog sia un po' tramontata, uccisa dal consumo facile e veloce permesso dal mezzo Facebook. Piattaforma che, non so se sapete, ha chiuso la nostra pagina ufficiale unilateralmente, trasformandola in qualcosa d'altro e facendoci perdere buona parte del contenuto condiviso. Grazie di esistere, Facebook, per noi sei come Ligabue: un guiderdone di idiotismo, una lente di decodifica immediata :)
Ma va beh, a monte, nonostante la nostra scarsa presenza scriviamo questo post perché un articolo ha urtato particolarmente la nostra sensibilità technesica, ovvero di appassionati mutantropologi con una certa attenzione per le apatepofobie. Articolo? In realtà parliamo di questa roba qui su 'sta tizia newyorkese di origine venezuelana che, con apparentemente grande e meritevole coraggio, ha deciso di superare tutte le sue paure vivendole di persona. Ciò che ha acceso in noi un campanello d'allarme è stato il fatto che - è risaputo - quando frequenti un corso di motivazione e autostima la prima cosa che ti insegnano è "superare le paure" con attività tipo camminare sulle braci ardenti o similia. Pratica che forse funziona, per carità, però dopo in cambio della paura ti ritrovi un ego grande così, che dal nostro punto di vista è molto peggio. Come in più punti esposto, non abbiamo nulla contro quelle piccole paure che portano circospezione e prudenza, anzi sono proprio quelle a non farci prendere il volo verso il più delirante egonanismo. Purché però non si trasformino in vere e proprie fobie (atiqui- o apatepo-), stati psicologici che possono solo avere effetti immobilistici o osnoblotici, insomma l'opposto di mutantrogenici.
Ma le cose stanno veramente così? Davvero questa persona, al secolo Michelle Poler, sta contrabbandando le proprie fobie per una dose suppletiva di ego? No, leggendo l'articolo ma soprattutto vedendo le immagini capiamo che ci stiamo sbagliando. Questa di ego ne ha già da vendere, e ne ha così tanto da volerlo assolutamente mostrare al mondo e per farlo ha imbastito un sito con prove documentali sulle sue piccole idiosincrasie tra il convenzionale e lo sconcertante, che certamente aumenterà il consenso nei suoi confronti delle menti più semplici. E lo si capisce sin dalla prima immagine: lei al centro che urla tipo re Leonida in gonnella, portata in trionfo da impiegati in motivazione adorante. Poi, va beh, i ragni (è normale che in ufficio si trovino tarantole di quel calibro sotto ogni scrivania), ma francamente non capiamo cosa ci sia di spaventoso nel colorare il culo di un uomo, a parte eventuali rischi di repentini mutamenti nella composizione gassosa dell'atmosfera, se ci si perdona la battutaccia. Se prima ci sentivamo presi in giro, qui si sconfina già nell'offesa, e siamo solo alla terza immagine su 50!! :O
Poi ci sono le montagne russe e già uno per questa tizia comincia ad invocare la miniera, così, giusto per farle vivere un'esperienza minimamente reale (anche lì è pieno di divertentissimi carrelli su rotaie), poi ci sono i cani, ovvero un labrador, razza famosa per l'incredibile mansuetudine, ma alla fine getta la maschera e, come si dice, splafona nel ridicolo: fumare sostanze illegali. Beh, se questo permette di superare le proprie paure allora dovremmo stare allegri: è una terapia diffusissima, anzi conosciamo certuni che la praticano pervicacemente in via preventiva. Ma va a dar via... il chilum, va'!
Alla 7ª abbiamo "stare un giorno senza telefono" ma questo per noi non è voler superare una paura, bensì voler rimanere umani nonostante tutto. Fatti salvi casi estremi, chi non sta almeno un giorno al mese senza telefono dovrebbe farsi serie domande su che burattino del sistema sia diventato, piuttosto che sbandierare al mondo il suo patetico sforzo di sembrare qualcos'altro (come il tossico che ripete "posso smettere quando voglio" ;). Il successivo lancio col paracadute è così borghese (con quel sorrisone poi, che tradisce una gioia cui s'è avvezzi) da farci invocare nuovamente la miniera. Ma l'indignazione risorge due immagini dopo: mollare il lavoro. Al di là dell'infelice mimica facciale cui si è dovuta sforzare per questo brutto servizio, la vogliamo proprio vedere! Tutto questo ambaradan è finalizzato alla sua subdola carriera e questa ci parla di mollare il lavoro? Forse gli idioti siamo noi e lei l'ha capito benissimo...
Poi c'è il cambiare un pannolino, e qualcuno di noi già pensa a un bel campo di... lavori forzati! Ma l'anima borghese risorge ad ogni piè sospinto ed ecco far la sua comparsa l'elicottero, come se fosse una paura doverosa da superare vista la frequenza con cui capita l'ambito mezzo. Attendiamo il giro in Rolls Royce con una gomma bucata, terribile! O con uno shuttle, perché no? un bel trekking sulla luna, anche perché con quello nel bosco si torna alle attività ricreative del tipo fumare sostanze illegali e questa probabilmente ha paura di andare al ristorante, poverina, bisogna capirla. Infatti ha problemi con le ostriche. Con il caviale no, eh? Ma con le migliaia di migranti oggi in Italia, non c'è nessuno che le dice qualcosina a questa?
Sorvoliamo le successive offese perché sono tutte dello stesso tenore: testimoniano di una personalità che non si capisce se idiosincratica e fragile, allora avrebbe solo bisogno di uno bravo, o se semplicemente ci prende tutti per il culo. Questa non è mai stata in campeggio? NON HA MAI ACCAREZZATO UN GATTO? NON È MAI STATA IN UN BAGNO PUBBLICO?!!? NON SI È MAI UBRIACATA???? Ma in che sarcofago ha vissuto finora? Per carità, una paura condivisibile nondimeno c'è, quella della ceretta brasiliana, ma questa non ha mai nemmeno donato sangue, non ha mai abbracciato sconosciuti... Insomma sembra non avere mai dato, non essere mai stata di alcuna utilità per nessuno come tuttora continua a fare, del resto. Il classico quadretto di un'immobilista che si esibisce nei panni di una mutantropa apparente, o osnoblotica. Insomma una che per la sua carriera ha trascurato la cosa più importante che un essere umano dovrebbe fare: vivere. Una persona normale se ne vergognerebbe, lei invece ha compensato la sua - speriamo falsissima - inesperienza con un'ipertrofia egoica devastante, e ora rompe i santissimi al mondo creato. Poi ci chiedono cosa sia l'atteggiamento osnoblotico...
Ragazzi, quest'estate vivete, vivete e vivete! Non solo è la prima e più fondamentale esperienza sinestetica, ma così conoscerete voi stessi e gli altri, aiutandoli se ne hanno bisogno. Farete l'esperienza di una maturazione, di una crescita interiore tanto benefica quanto inattesa, ma soprattutto vostra, privata e reale. Ovvero non così inconsistente che, per avere un senso, debba essere sbandierata ai 4 venti.
Buone vacanze!! e... piano con le sostanze illegali, eh? la scusa di vincere la paura non regge! :D
Piuttosto, se volete capire la logica dietro questa tizia, ascoltatevi Un'Idiozia Conquistata a Fatica del mai abbastanza compianto Sig. G.
3 luglio 2015
Sulla Manipolazione del Bello
Ebbene sì, ce l'abbiamo fatta a non scrivere per un mese, l'appena trascorso giugno. Non riusciamo a crederci, anche perché non l'abbiamo fatto apposta: qualcosa nelle nostre vite si è avverato e inoltre la già scarna redazione ha perso ulteriori componenti nei vortici dell'esistenza (auspicabilmente) terrena. Nel frattempo però non siamo rimasti inattivi e abbiamo intavolato un'interessantissima discussione con un (presumiamo) giovane intellettuale o perlomeno studioso, Tommaso Laganà, persona dall'intelligenza viva e dalla grande erudizione, oltre che analista spietato di discorsi altrui. Vero che abbiamo sempre caldeggiato la critica ma in questo caso, come dire? troppa grazzia santantonio! :D
Vi proponiamo quest'interessante carteggio anche perché parzialmente già scritto :D Potete leggere lo scambio pregresso a questo post di Facebook. Ci impiegherete un po' ma ve lo consigliamo, se volete capire meglio quanto segue.
Caro Tommaso, permettici di ricostruire il discorso se no temiamo di perderci, ci scuserai. Siamo partiti dalla tua peraltro condivisibile frase: "Alla domanda di Marx sulle ragioni per cui continuiamo a trovare belli i lasciti della classicità greco-latina, la risposta più appropriata è la più semplice: perchè ci è stato insegnato così, e noi lo abbiamo diligentemente appreso, e non ci è mai venuto in mente di contestarlo, in quanto quei testi e non altri erano stati posti a fondamento della nostra educazione estetica". Condivisibile perché vera, fotografia di un dato di fatto che rende una realtà (secondo noi che non siamo nessuno) oggettiva. Da un certo punto di vista, poi, dovremmo esserti grati perché nella tua frase/citazione descrivi uno dei meccanismi se non proprio IL meccanismo base dell'osnoblosi: la complicità del popolo, della gente comune più o meno plagiata ad arte, nel sostenere una sostanziale falsità a vantaggio di certuni. Secondo la tua citazione siamo tutti condizionati dall'infanzia e di conseguenza magicamente stregati da forme che ci han detto sin da piccoli esser belle.
Ma a parte il fatto che esperienza di tutti è che le cose che ci dicono in tenera età non è detto che facciano poi gran presa sui nostri gusti da adulti, specie col bombardamento di informazioni, segni e immagini che abbiamo oggi (superiore certo a quello dei tempi di Marx, ma anche allora non ce n'era poi così poco rispetto alle epoche pre-gutemberghiane). Ma a parte questo, o forse anche grazie a questo, il fenomeno reale da te descritto non fotografa interamente la realtà. Non è tutto, c'è dell'altro ed è doveroso informarne il buon Karletto, o il suo spettro che si aggira ancora per l'Europa, per chi ci crede, o il suo eone per altri.
C'è che l'arte non è osnoblosi, non è stata creata per ingannare l'uomo e ha potenzialità spesso trascurate o (peggio) svilite alla mera possibilità di dare sorpresa o piacere. C'è che l'uomo ha un cervello il cui funzionamento è ancora per lo più misterioso. Un organo praticamente liquido (dedicheremo presto un post alle straordinarie capacità che ha l'acqua di veicolare informazioni, o addirittura sentimenti), una pappina in brodo in grado di compiere opere assolutamente più prodigiose che calcoli matematici, campagne di marketing o citazioni enciclopediche dei più diversi e meritevoli autori ;) Un organo che nondimeno ha una struttura neurologica relativamente semplice - almeno da concettualizzare - e che funziona per risvegli, reminiscenze e attivazioni. Chiameremo i percorsi fisici lungo i quali questi fenomeni hanno luogo "schemi neuronali". Essi non sono tutti uguali, come non tutto uguale è il cervello, ma vi risparmiamo un trattato di anatomia :) Ci basti sapere che alcuni provocano movimenti automatici e involontari, altri reazioni istintivo-animalesche, altri ancora possessioni egotiche, e su fino ai pensieri più elevati e le intuizioni più geniali.
Sono tantissimi i tipi di impulso in grado di stimolare gli schemi neuronali (o neurali, hai ragione nel farci notare che forse questa formula è più adatta): un rumore improvviso, un odore ancestrale... La maggior parte di questi suscitano reazioni istintive o pseudo-tali, tipiche degli schemi più "bassi", quelli ai quali oramai affidiamo anche le nostre vite e forse ai quali ti riferisci tu con la tua tesi. Altri invece innescano le parti più sconcertanti delle nostre potenzialità. Gli stimoli maggiormente in grado di farlo pensiamo siano il suono e l'immagine, che sapientemente combinati dalle tecnologie dei diversi secoli creano l'arte e il simbolo. Sul rapporto fra i due ti consigliamo il nostro post Etica ed Estetica. Ecco, secondo noi tutta questa parte sfugge a te e al buon Marx, per quanto a modo suo sia un discorso più materiale (quindi assimilabile da un materialista storico) che trascendentale, o anche solo concernente il mondo delle idee, o inconscio collettivo, o immaginario popolare che dir si voglia. La ragione per cui l'arte classica piace e piace a tutti, africani ed eschimesi, cittadini e campagnoli, ricchissimi e miserrimi, è che attiva circuiti neuronali per sua intrinseca forza simbolica, cioè di unione all'Elevato, all'Archetipo, caratteristica che tutta la buona arte ha o dovrebbe avere.
Chi lo dice? Beh... complimenti per la tua dissertazione grondante dottrina, ma ti chiediamo scusa se non seguiamo e non seguiremo il tuo metodo, secondo noi tipico, diciamo così, di un approccio giovanile, ovvero di quando la cultura provoca infervoramenti e la vita è sostanzialmente ancora una sfida in territori ignoti. Noi, come altri prima di noi, non citiamo le nostre fonti, che sono prese più che altro da esperienze dirette, e ci affidiamo a un metodo tanto antico quanto efficace: la risonanza interiore. Il nostro post sullo stato di coscienza precedentemente citato spiega cosa intendiamo [i.e. se una verità non la senti già almeno lontanamente come tale, non può essere comunicata]. Perché facciamo così? non per screditare la scienza, per carità, comunque già bravissima a screditarsi da sola, ma perché veramente crediamo a un nuovo metodo, che nuovo non è bensì antico quanto il mondo (e al limite dimenticato dall'Occidente), la cui efficacia a sua volta è stata più volte confermata dalle ultime scoperte scientifiche, neurologiche e quantistiche. Insomma, noi siamo convinti di certe verità e aspettiamo sia la scienza a confermarle, non stiamo noi a inseguirla per poi doverci contraddire periodicamente ;) Ti garantiamo che da questo punto di vista gli ultimi 30 anni sono stati veramente pregni di soddisfazioni.
Certo... i filosofi della scienza insegnano - similmente alla tua immaginetta che stiamo commentando e, verosimilmente, alla tua tesi - che il paradigma in un'analisi è tutto, e su questo troviamo abbiano assoluta ragione. E non ce la prendiamo col bello, concetto secondo noi semplicissimo (lo dice l'ultimo dei contadini: è bello ciò che piace) e che nemmeno tu definisci, né con gli universali culturali, altra definizione autoevidente: ciò che i linguisti ignoranti pensavano fosse culturale ma in realtà è innato, e nonostante tutto certuni credono trattarsi di segno culturale. È una definizione traballante, lo sappiamo, ma non meno di quanto sia ambiguo e contraddittorio il concetto di universale culturale stesso, codice che, essendo innato, non può essere culturale (cioè appreso) ma solo pseudo-tale. Dovrebbero chiamarsi semplicemente codici universali. [esempio pratico: perché tutti gli uomini si salutano alzando le sopracciglia? O almeno perché tutti interpretano l'alzata di sopracciglia come saluto? O questo era un codice comportamentale ante-babelico miracolosamente sopravvissuto oppure è veramente una cosa innata, tu che ne pensi? entrambe le prospettive aprono più problemi di quanti ne risolvano, nevvero?]
E, cambiando appunto la prospettiva, vorremmo chiederti: cos'è per te l'uomo? Non vorremmo annoiarti con citazioni dotte, ma la tua posizione intellettuale ci sembra eminentemente kantiano/darwiniana: per te l'uomo è una sorta di macchina biologica adattiva che coi secoli (scusa se, con rispetto, ci scappa da ridere) "evolve". Su questo vorremmo darti una (speriamo piccola) apateporia: non scorgiamo nell'umanità degli ultimi 5000 anni alcun segno di evoluzione, anzi è vero il contrario. Certo parli anche di "capacità adattiva" ma, appunto, se non sbagliamo fu proprio questa obiezione a suo tempo a smontare il castello di Darwin: adattivo non vuol dire (necessariamente) evolutivo, anzi spesso gli si contrappone. Ciò si connette alla tua frase "Quindi volendo parlare di universali culturali di sicuro non stiamo parlando di arcanicità, inquietudine o senso di grazia e armonia". Appunto, dipende da cosa intendi per "universale culturale". Di chi è un segnale, del codificatore o del decodificatore (fatte salve le decodifiche aberranti)? Secondo noi di entrambi: è universale tanto lo stesso "segnale" (ancor più che segno) emesso da culture incompatibilmente diverse se con lo stesso significato, quanto l'interpretazione di un segno (ancor più che segnale), specie se extra-culturale (o naturale). Questo per dire che se un segno viene interpretato da culture incompatibilmente diverse nello stesso modo (o in modi confrontabili entro un minimo range), ovvero se instaura loro i medesimi sensi, fossero anche "di arcanicità, inquietudine o senso di grazia e armonia", allora universale è.
Quella che tu chiami "sensibilità estetica" è una cosa innata, uno schema neuronale che si comporta, quindi, come un universale culturale. La sindrome di Stendhal colpisce lo studioso e l'ignorante, il nobile di Milano come il lustrascarpe di Timbuctù, laddove quest'ultimo avesse il tempo e il privilegio di poterne soffrire. POI il potere costruisce su questa potenza il perseguimento dei suoi fini, insomma contestiamo la tua relazione di causa/effetto: non è il potere che impone "un" bello ai suoi fini e con mezzi culturali (cioè... ci ha anche provato ma non è la cosa che gli è riuscita meglio, si veda il bello sovietico o quello fascista, oggi inguardabili), ma bensì che usa "il" bello perché già di per sé efficace, un po’ come l'arrapamento, che nun tiene benzieri né necessita giustificazioni o sovrastrutture culturali, per quanto queste ultime nella realtà non manchino (o, per usare le tue parole, "tra questi input ci sono anche le informazioni di natura culturale che rappresentano il dominio culturale dei moduli concettuali").
La potenza del bello è simbolica non perché lo dica questo o quello, ma perché lo dice la stessa parola simbolo, συμβολον súmbolon (segno) a sua volta derivato dal verbo symballo dalle radici sµ- (sym-, "insieme") e βολ (bolḗ, "getto"), ovvero "mettere insieme", "unire". Il simbolo unisce, sì, ma cosa? È qui che torna in ballo l'uomo. L'uomo che non si evolve, e si adatta, ok, ma anche poco. L'uomo è fatto così. Ha la capacità di adattarsi della scimmia, ma ha anche componenti della sua struttura che non hanno nulla di animale e lo portano ad essere quasi totalmente altro. E non ci riferiamo solo alle componenti culturali, per quanto precipue, specie nel linguaggio, ma alle potenzialità in realtà molto maggiori rispetto a ciò che i peraltro bravi Hirschfeld, Gelman, Sperber e Leslie hanno capito ormai una ventina d'anni fa e che oggi, se non proprio smentito, è stato quantomeno integrato, come la scienza è solita fare. Tra le capacità innate dell'uomo, e ancora ci scusiamo per l'apateporia, c'è l'unione "agli stati superiori dell'essere", ma per favore non chiederci di definire questo concetto. Se per te l'uomo esiste solo per magnare, ubriacarsi e chiavare questo è una convinzione che nemmeno proviamo a contraddire.
La da te giustamente citata ridescrizione rappresentazionale è un modo difficile per dire una cosa semplice: la potenzialità che hai dentro fatica a destarsi se non adeguatamente stimolata da chi ti circonda, ok. Ma è risvegliata, non (solo) imposta o addirittura formata. Se non l'hai dentro, ragazzo, a Mantova dicono "at ve' mia luntàn". E come si fa ciò? Attivando gli schemi neuronali con il bello e/o con il simbolo e/o con il suono (l'olfatto e il tatto rimanendo relegati ai margini dell'esperienza formativa in Occidente, per quanto estetica o para-razionale, mentre il gusto ormai è puro e di certo non edificante edonismo). Noi, per non sbagliare, usiamo la Sinestesi, altri usano altri mezzi. In questo senso ci risulta incomprensibile la tua frase "Eppure il modello connessionistico si basa sull’idea che ogni concetto è rappresentato da un pattern di attività eccitatoria, non un elaboratore di simboli, ma un sistema dinamico capace di modificarsi in modo massiccio in funzione e a seguito dei suoi rapporti con l’ambiente", con buona pace di Smolensk (apprezzeremmo comunque tue elaborazioni personali, eh? ;), che cos'è un'elaborazione di simboli se non un "un pattern di attività eccitatoria" (insieme all'elaborazione di un segno qualsiasi, sia esso culturale o naturale)? Davvero, cos'è un simbolo e, ripetiamo, cos'è l'uomo?
Le ricerche di Serale 1992 -Edelman 1987 - Edelman e Tononi 2000 confermano ciò che noi affermiamo almeno dai primi '80: il senso lo determina la psiche aiutata dall'opera, cioè dal bello, se no perché l'estetologia si chiamerebbe così? E il bello non ha bisogno di essere referenziale e monosemico, come vorrebbe essere il linguaggio, anzi più è linguaggio meno funziona il mezzo, ed è per questo che la poesia non dev'essere MAI interpretata letteralmente e/o forse è per questo che oggi questa forma d'arte incontra così poco i favori del pubblico. Quindi NON "perché ha un significato assegnato a livello culturale", anzi esattamente l'opposto, proprio perché quel significato NON CE L'HA o non lo dovrebbe avere in prima istanza (e qui ti rimandiamo al nostro post su verità e stato di coscienza cui non sembri aver dedicato la dovuta attenzione ;P).
Insomma, per ricapitolare, il bello (= ciò che piace e/o l'opera d'arte) funziona perché attiva schemi neuronali in grado di connettere l'uomo a stati superiori dell'essere, similmente ai simboli reali, cioè non quelli referenziali (come la donnina stilizzata x il bagno femminile) ma quelli che utilizzano archetipi. Jung ha dimostrato che questi ultimi, funzionando anche coi dementi, rappresentano veri universali culturali, ovvero segni correttamente decodificati (con maggiore o minore delta di scarto, ok) da popoli, culture e classi sociali tanto distanti quanto non comunicanti. Il potere poi fa il suo gioco ma questo ci interessa poco, se non a ulteriore suffragio di questa che per noi è un'evidenza. Ma il punto sta proprio qui: a cosa serve quest'eccitazione, quest'attivazione? Per l'idiozia post-berlusconiana che ci circonda, serve a godere del bello (cosa che così è stata almeno dal Rinascimento in poi, specie in epoca post-sessantottina), soprattutto se immediato, di basso livello o degradante, o almeno così al potere interessa far credere alla gente. Per noi invece serve a unire - secondo il suo etimo simbolicamente - agli stati superiori dell'essere fino ai più sublimi, da noi chiamati trascendenti, che poi sono lo scopo ultimo e vero dell'uomo, ciò che nega alle fondamenta Darwin applicato all'uomo e determinismi culturali di sorta (pur senza escludere la loro parte nella generale entropia di eventi che riguarda l'umanità dolente).
Ma questo, caro Tommaso, che te lo diciamo a fa'? Si tratta della classica verità attinente lo stato di coscienza e o è ovvia o è falsa. Un salutone e... grazie per averci dato l'occasione per poter esprimere certi concetti che speriamo siano stati utili a tutti!
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31 maggio 2015
Affinità e divergenze fra i "compagni" Giovanni Lindo Ferretti e Andi Sex Gang del conseguimento della terza età
Sì, scusate il titolo un po' lungo ma la citazione era troppo ghiotta. E non è colpa nostra se con il recente concerto dei Chameleons si è vista l'ennesima vecchia gloria fare capolino sugli italici palchi, insieme a Modern English o ai Sad Lovers and Giants, insomma a guardare i cartelloni sembra di essere tornati fra l'80 e l'86. Perché dal momento che c'è sempre qualche... come dire? mente semplice che vuole da noi esempi positivi, allora non parliamo di "fenomeni" di mercato qualsiasi ma di una generazione e di una scena ben precisa: quella magica e variopinta del post-punk anni 80, specie se oscuro ai limiti del gotico. Una scena che sembra immortale, numerosissima (la più ampia raccolta disponibile online, il Gothic Compendium, conta circa 100 band!) e, nonostante le critiche di depressione e negatività formulate allora, capace di prodotti tanto profondi e adulti da aver risentito pochissimo del trascorrere degli anni, che ormai hanno superato la trentina!! Certo erano brani depressi e meditativi, come tali assolutamente profetici e proprio per questo non invecchiati (della serie "chi pensa male fa peccato ma..." ;).
E per l'occasione vorremmo confrontare le performance di due artisti diversissimi fra loro, anche per cultura e provenienza geografica, ma in qualche modo connessi a questa scena: Andi Sex Gang, lo gnomo malefico, ghignante leader dei mitici Sex Gang Children e Giovanni Lindo Ferretti, cantautore epocale e unico in Italia, negli anni front-man di CCCP, CSI e PGR. Il primo magicamente comparso al Black Hole di Milano la sera del 30 aprile, il secondo protagonista di uno splendido concerto in un teatro Manzoni di Bologna che più pieno non avrebbe potuto essere. Beh, visto il lungo titolo del post potremmo cominciare ad elencare le affinità fra i due:
- la prima e più importante: sono Artisti con la A maiuscola, e intendiamo anche oggi
- appartengono a vario titolo alla scena dark-gotica, comunque post-punk, titolo che descriveremo meglio in seguito
- come tali sono piuttosto avanti negli anni anche se non proprio coetanei: il primo ha superato i 55, il secondo i 60
- entrambi hanno un look malato, instabile. La prima impressione che danno sul palco è di vecchi patetici e velleitari
- entrambi, almeno artisticamente, "non si sono traditi", ovvero continuano ad offrire al loro pubblico lo stesso scomodo personaggio e più o meno lo stesso spettacolo
- entrambi hanno basato la loro arte sullo shock, nel senso che di norma aborriscono un'arte rassicurante
- ne consegue che sono più interessati all'efficacia della performance piuttosto che alla sua corretta esecuzione (insomma, chiamiamoli cantanti dall'intonazione approssimativa, va'...)
Andi Sex Gang forma i Sex Gang Children nel 1981, in piena esplosione del gothic rock, divenendone le icone della versione meglio conosciuta come "Batcave". Quest'ultimo è il nome di una serata che di lì a breve avrebbe tormentato le notti londinesi, all'inizio nel Gargoyle, un vecchio locale londinese quasi dismesso e mezzo in rovina, ma successivamente la formula sarebbe stata esportata in giro per la Gran Bretagna. Le serate Batcave, specie agli inizi, non erano esattamente "gotiche", bensì glam e vagamente tendenti al fetish, ma dal momento che il genere più affine che stava nascendo in quegli anni era appunto il gothic rock - che al glam doveva moltissimo, si vedano le cover dei Bauhaus, Third Uncle (del primo Brian Eno), e di Siouxsie coi suoi Banshees 20th Century Boy (degli inventori del glam, i T-Rex) - questo ne divenne presto il grande protagonista musicale. Gruppi allora celeberrimi come gli Alien Sex Fiend o i "padroni di casa" Specimen, spingevano sull'acceleratore della commistione fra sado-maso e lugubre.
Ma poco prima che questo bell'ambientino venisse alla luce, certo Andrea McElligott creò i Panic Button ma presto seppe del nome Sex Gang Children da un'idea di Malcolm McLaren presa da una novella di William Burroughs. Malcolm, "inventore" e stratega dei Sex Pistols, in un primo tempo voleva chiamare così il suo gruppo "pacco" Bow Wow Wow, ma poi suggerì il nome al giovane DJ effeminato Boy George che però gli preferì Culture Club, e alla fine fu adottato dallo stesso McElligott per ciò ribattezzatosi Andi Sex Gang. E la specificità del suo show era proprio lui: piccolo di statura, sguardo mefistofelico, voce acida e sgraziata, movimenti enfatici a volte da demonietto, a volte da paggetto medievale, altre da ragno o da rapace, altre da attore di teatro elisabettiano. La sua musica era sì glam, sì oscura, ma anche inquietante e tribale, basata su giri di basso in primo piano a cui una chitarra sottomessa e impastata ("invenzione" dei Joy Division) faceva giusto da contrappunto rumoroso. Ormai star al Batcave, raggiunse il successo nel 1983 con Sebastiane, messinscena grandguignolesca e brechtiana dalle venature orientaleggianti introdotte da un violino perverso e malato. Celebre è la citazione di Ian Astbury dei (Southern Death) Cult: "uno dei gruppi che stava emergendo insieme ai Southern Death Cult erano i Sex Gang Children ed Andi si vestiva come un fan dei Banshees. Così mi piaceva chiamarlo Folletto Gotico, perché era piccolo e oscuro. Gli piacevano Édith Piaf e la musica macabra e viveva in questo palazzo di Brixton chiamato Visigoth Towers. Così lui divenne il piccolo Folletto Gotico e i suoi seguaci divennero i goths, ecco come ha avuto origine questo nome". (cfr http://thequietus.com/articles/04921-alien-sex-fiend-interview)
Il tutto mentre un ragazzotto di campagna, anzi di una località di medio-bassa montagna come Cerreto Alpi (RE), certo Giovanni Lindo Ferretti, in fuga da trascorsi come assistente in ospedale psichiatrico (esperienza che immaginiamo piuttosto logorante), incontrava a Berlino certo Massimo Zamboni, pseudo-chitarrista ai limiti dell'inettitudine anch'egli emiliano, e con lui cominciò a urlare improperi nel microfono in sarabande chitarristiche accompagnate dalla drum machine. I MitropaNK nacquero con il ritorno dei due in Emilia e con l'accompagnamento del bassista Umberto Negri, divenendo poi nel 1983 CCCP - Fedeli alla Linea. Si trattava di un post-punk forsennato e febbrile, nulla di dark o oscuro se non nella figura decisamente inquietante di Giovanni Lindo, volto scavato e occhiaie nere, figura non diversissima da Andi. Ma ai tre si affiancarono presto due performer che caratterizzarono moltissimo il loro show: Annarella Giudici, sedicente soubrette del popolo, in grado di cambiarsi fino a 40 abiti nella stessa serata e Danilo Fatur, sorta di sfrenato fascistoide autolesionista, figura esagitata e ancor più inquietante del nostro Giovanni Lindo. La loro miscela di, parole loro, musica melodica emiliana e punk filo-sovietico fece scalpore specie coi testi trasgressivi di Mi Ami? o oltraggiosi di Emilia Paranoica. Una proposta fatta di urla, insulti, chitarre distorte, scenette di Annarella, torture autoinflitte di Fatur, insomma uno schiaffo beffardo al moralismo benpensante dell'Italia di allora, marcata di "edonismo reaganiano", formula originale dei tempi (nei quali - sia detto per inciso - fu pure coniato il termine "osnoblosi"). Inneggiavano a un oriente idealizzato giusto per dileggiare l'occidente capitalista, salvo poi denigrare un vicino oriente comunista incapace di valorizzare l'uomo per i suoi meriti.
Ma con la seconda metà degli anni 80 in Inghilterra finì la stagione del dark-gothic, obbligando Andi Sex Gang a sciogliere i suoi Children e tentare una carriera solista nei territori del glam-rock. Ebbe così inizio un periodo decisamente in sordina per il nostro, sempre più in ombra e relegato ai margini della scena musicale. Nonostante un buon disco tra lo sperimentale e l'industriale, Medea (1993), pubblicato negli Stati Uniti, l'intemperante Andi, appannaggio ormai solo di un piccolo zoccolo duro di fan, mai domo alle regole sociali e sempre pronto alla provocazione, tanto fa che finisce nelle patrie galere americane. Ma non perderà per questo il suo tempo: ci rimarrà per poco e sarà in grado di capitalizzare quell'esperienza per un nuovo disco, Veil, del 1999. Peccato solo che il mondo sembri essersi dimenticato di lui che, nonostante il passato glorioso, sembra escluso dalla generale rinascita del rock gotico che si è vista negli anni 90.
Per Giovanni Lindo, invece, con la fine degli anni 80 si consuma la fine del suo rapporto con Annarella Giudici e, quasi come immediata conseguenza, con l'esperienza CCCP. Per l'ultimo disco, il capolavoro Epica, Etica, Etnica, Pathos, il gruppo era stato integrato dai migliori elementi transfughi dai Litfiba: Gianni Maroccolo, il bassista, Riccardo Magnelli, l'arrangiatore, Ringo de Palma, batterista, con l'aiuto del giovane chitarrista / tecnico del suono Giorgio Canali. Con l'eccezione di De Palma questi musicisti, insieme all'inossidabile coppia Ferretti-Zamboni, creeranno i CSI, forse il più importante gruppo di rock italiano di sempre. Pur senza dimenticare le proprie radici punk e violente, il progetto esplorava molti altri territori musicali, tra cui certa melodia mozzafiato o atmosfere cupe e plumbee, guidato dalla voce di Ferretti sempre più bassa e cavernosa, fino - ed eccoci al punto - ad aver inventato uno stile "gotico" tanto originale quanto moderno. Il risultato è composto di quadretti di pura poesia con prospettive sociali, etiche e financo spirituali, anzi, non ci si discosta dal vero ad affermare che Ferretti sia stato il maggior cantore iniziatico-esoterico-tradizionale del rock italiano. I due album capolavoro furono Ko de Mondo (1994) e Linea Gotica (1996).
Seguì però irresistibile la decadenza, complice un edema polmonare che minò la salute del nostro e causa della sua sorprendente lite con Zamboni. Rimasti però Magnelli, Maroccolo e Canali, insieme a Ginevra di Marco (compagna del primo) rifondò il gruppo come PGR perdendo però mano a mano elementi e consensi. La catastrofe avvenne nel 2008, anno in cui si è lanciato in una virulenta campagna antiabortista a fianco di Giuliano Ferrara e il cardinale Ruini: il suo fandom tradizionale non poté sopportare un gesto che non poteva che essere vissuto come voltafaccia. Giovanni Lindo venne praticamente abbandonato, quasi emarginato dalla scena, e lui stesso si ritirò dal fragore del mondo ritirandosi in un ostinato isolamento nella sua natia Cerreto Alpi a occuparsi di teologia e cavalli.
Ma veniamo ad oggi e alla gestione della terza età! In nostro Andi non si è mai arreso e, prima con i Sex Gang Children, poi in una costante carriera solista continuò a sfornare album di valore, fino al grande ritorno dei primi con Viva Vigilante! del 2013. A Milano si è visto un quartetto di anzianotti però guidati da un giovane e bravissimo bassista, Carl Magnusson, dall'aspetto invero più grunge che gotico. Complice un impietoso raffreddore, Andi non sembrava molto in forma, la voce stentava a fare capolino dalle sue corde vocali, anche i movimenti erano quelli rigidi e impacciati di un signore anziano. Se possiamo permetterci, inoltre, il buffissimo chitarrista Matthew J. Saw, specie di tardo hippie che uno si sarebbe aspettato, che so? nei Gong, imbracciava un'originale 12 corde trapezoidale che però emetteva un ronzio indistinto. Insomma, lì per lì se avesse suonato una scopa con una corda sola e il distorsore a palla avrebbe ottenuto il medesimo effetto. Questa scenetta ai limiti del patetico (c'erano dei 18-20enni, ai quali i Sex Gang Children erano completamente sconosciuti, che già si permettevano commenti sarcastici) ebbe un improvviso scossone con il folgorante inizio di Sebastiane: Andi sembrò tornare quello di un tempo, la sua primeva energia demoniaca prese possesso di lui e finalmente in sala si scatenò il delirio. Tra glorie del passato e perle del presente il cantante, certo non sempre a fuoco specie nell'intonazione, è riuscito a farci rivivere le magiche atmosfere del Batcave degli anni 80, con suoni precisi e ficcanti, sempre guidati dal bravo bassista e a tratti addirittura deliziati di qualche arpeggio, che finalmente rendevano giustizia alla 12 corde del chitarrista. E il pubblico venne preso dai vortici febbrili di una Mauritia Mayer da manuale o è rimasto ipnotizzato dal tribalismo sinistro e monocorde di una sconcertante (in senso buono) Deiche.
Insomma per lui questa è la ricetta: lo shock, lo sberleffo, la scossa ai benpensanti piccoloborghesi che dominano il mondo. Mondo che non è fatto di regole e buonsenso, che non si conosce e non ti insegna con le buone maniere, l'etichetta o i formalismi, bensì è luogo di sangue e putredine, di mostruosità e violenza, che va colpito sbeffeggiato, denudato e mostrato al pubblico in una sorta di (citando Ballard e i Joy Division) atrocity exhibition. L'atteggiamento deosnoblotico passa quindi per l'urlo, il gesto teatrale, la musica tribale in grado di risvegliare, per schemi neuronali, gli istinti lemuriani contenuti nel cervello rettile. Ma ciò non al fine di invitare l'umanità nell'ennesima degenerescenza, bensì per prendere coscienza degli orrori che ci circondano e saperli chiamare come tali. Per aspera ad astra, questa è la lezione di Andi e dei suoi Sex Gang Children.
Ma anche oltre ha saputo andare Giovanni Lindo Ferretti. Abbandonata l'esperienza PGR, ormai dal 2011 gira i palchi d'Italia accompagnato dagli ex Ustmamò (un celebre gruppo rock italiano prodotto dal nostro nei 90) Ezio Bonicelli e Luca A. Rossi e una drum machine. Due musicisti eccelsi, capaci di alternarsi al basso, sì, ma soprattutto alle chitarre più dolci o più distorte, fino al violino più struggente. L'impressionante canzoniere del nostro viene così esaltato al massimo e uno dopo l'altro si dipanano i capolavori specie del periodo CCCP, meno di quello CSI (incomprensibilmente, visto che ai nostri occhi è il suo migliore) e ancor meno il suo solista. Totalmente assente il catalogo PGR per motivi a noi incomprensibili. Annarella, Cupe Vampe, Mi Ami?, Emilia Paranoica, Irata (da Pasolini) si susseguono in una girandola di emozioni e prese di coscienza.
Giovanni Lindo, criticato per (forse anche discutibili) scelte religiose e politiche, sul palco resta sempre un gigante. La voce bassa e cavernosa, recitante e salmodiante, oppure in urlo acuto da muezzin del punk, è sempre forte e ferma e sa sempre donare brividi, quand'anche l'intonazione si fa più approssimativa. In questo è uguale ad Andy Sexgang: quando vi canto i capolavori più sconvolgenti di un'epoca, che vi frega della perfezione dell'esecuzione? In fondo la cifra stilistica del punk e di ciò che ha seguito non era "non importa come lo esegui, ma importa cosa fai e la convinzione che ci metti"? Ma al contrario dell'inglese, Giovanni Lindo va oltre. Non si accontenta di disturbare, di adattare i capolavori del passato ai tempi nostri (notevole in questo senso Radio Kabul), di shoccare il comodo perbenismo dei benpensanti. Lui sa citare stati interiori, sa evocare demoni e possibilità sepolte dai millenni, conosce i simboli e, moderno sacerdote di una Chiesa antica quanto l'uomo, sa evocarne il potere arcano. Spina della Tradizione Primordiale, della Philosophia Perennis, nel fianco della superficiale ed edonista ignoranza, dell'ipocrisia arrivista contemporanea, Giovanni Lindo Ferretti non solo fa spettacolo di primissima scelta, non solo intrattiene dando da pensare, ma è anche in grado di far sprofondare il tuo animo nelle sue possibilità primordiali e di risvegliarne potenzialità latenti e trascendenti.
E, scusateci, ma se non è Sinestesi questa... in barba ai tanti cantantucoli propinati dall'industria dello spettacolo o, peggio, ai tanti burattini che blaterano comandati a bacchetta imposti oggi dai sedicenti talent... Possibile che il nostro secolo si accontenti di simile immondizia culturale? Chi ci segue è avvertito: cantavano i Christian Death, altra immensa band dell'epoca, "I admit, in no way... approval!".
E per l'occasione vorremmo confrontare le performance di due artisti diversissimi fra loro, anche per cultura e provenienza geografica, ma in qualche modo connessi a questa scena: Andi Sex Gang, lo gnomo malefico, ghignante leader dei mitici Sex Gang Children e Giovanni Lindo Ferretti, cantautore epocale e unico in Italia, negli anni front-man di CCCP, CSI e PGR. Il primo magicamente comparso al Black Hole di Milano la sera del 30 aprile, il secondo protagonista di uno splendido concerto in un teatro Manzoni di Bologna che più pieno non avrebbe potuto essere. Beh, visto il lungo titolo del post potremmo cominciare ad elencare le affinità fra i due:
- la prima e più importante: sono Artisti con la A maiuscola, e intendiamo anche oggi
- appartengono a vario titolo alla scena dark-gotica, comunque post-punk, titolo che descriveremo meglio in seguito
- come tali sono piuttosto avanti negli anni anche se non proprio coetanei: il primo ha superato i 55, il secondo i 60
- entrambi hanno un look malato, instabile. La prima impressione che danno sul palco è di vecchi patetici e velleitari
- entrambi, almeno artisticamente, "non si sono traditi", ovvero continuano ad offrire al loro pubblico lo stesso scomodo personaggio e più o meno lo stesso spettacolo
- entrambi hanno basato la loro arte sullo shock, nel senso che di norma aborriscono un'arte rassicurante
- ne consegue che sono più interessati all'efficacia della performance piuttosto che alla sua corretta esecuzione (insomma, chiamiamoli cantanti dall'intonazione approssimativa, va'...)
Andi Sex Gang forma i Sex Gang Children nel 1981, in piena esplosione del gothic rock, divenendone le icone della versione meglio conosciuta come "Batcave". Quest'ultimo è il nome di una serata che di lì a breve avrebbe tormentato le notti londinesi, all'inizio nel Gargoyle, un vecchio locale londinese quasi dismesso e mezzo in rovina, ma successivamente la formula sarebbe stata esportata in giro per la Gran Bretagna. Le serate Batcave, specie agli inizi, non erano esattamente "gotiche", bensì glam e vagamente tendenti al fetish, ma dal momento che il genere più affine che stava nascendo in quegli anni era appunto il gothic rock - che al glam doveva moltissimo, si vedano le cover dei Bauhaus, Third Uncle (del primo Brian Eno), e di Siouxsie coi suoi Banshees 20th Century Boy (degli inventori del glam, i T-Rex) - questo ne divenne presto il grande protagonista musicale. Gruppi allora celeberrimi come gli Alien Sex Fiend o i "padroni di casa" Specimen, spingevano sull'acceleratore della commistione fra sado-maso e lugubre.
Ma poco prima che questo bell'ambientino venisse alla luce, certo Andrea McElligott creò i Panic Button ma presto seppe del nome Sex Gang Children da un'idea di Malcolm McLaren presa da una novella di William Burroughs. Malcolm, "inventore" e stratega dei Sex Pistols, in un primo tempo voleva chiamare così il suo gruppo "pacco" Bow Wow Wow, ma poi suggerì il nome al giovane DJ effeminato Boy George che però gli preferì Culture Club, e alla fine fu adottato dallo stesso McElligott per ciò ribattezzatosi Andi Sex Gang. E la specificità del suo show era proprio lui: piccolo di statura, sguardo mefistofelico, voce acida e sgraziata, movimenti enfatici a volte da demonietto, a volte da paggetto medievale, altre da ragno o da rapace, altre da attore di teatro elisabettiano. La sua musica era sì glam, sì oscura, ma anche inquietante e tribale, basata su giri di basso in primo piano a cui una chitarra sottomessa e impastata ("invenzione" dei Joy Division) faceva giusto da contrappunto rumoroso. Ormai star al Batcave, raggiunse il successo nel 1983 con Sebastiane, messinscena grandguignolesca e brechtiana dalle venature orientaleggianti introdotte da un violino perverso e malato. Celebre è la citazione di Ian Astbury dei (Southern Death) Cult: "uno dei gruppi che stava emergendo insieme ai Southern Death Cult erano i Sex Gang Children ed Andi si vestiva come un fan dei Banshees. Così mi piaceva chiamarlo Folletto Gotico, perché era piccolo e oscuro. Gli piacevano Édith Piaf e la musica macabra e viveva in questo palazzo di Brixton chiamato Visigoth Towers. Così lui divenne il piccolo Folletto Gotico e i suoi seguaci divennero i goths, ecco come ha avuto origine questo nome". (cfr http://thequietus.com/articles/04921-alien-sex-fiend-interview)
Il tutto mentre un ragazzotto di campagna, anzi di una località di medio-bassa montagna come Cerreto Alpi (RE), certo Giovanni Lindo Ferretti, in fuga da trascorsi come assistente in ospedale psichiatrico (esperienza che immaginiamo piuttosto logorante), incontrava a Berlino certo Massimo Zamboni, pseudo-chitarrista ai limiti dell'inettitudine anch'egli emiliano, e con lui cominciò a urlare improperi nel microfono in sarabande chitarristiche accompagnate dalla drum machine. I MitropaNK nacquero con il ritorno dei due in Emilia e con l'accompagnamento del bassista Umberto Negri, divenendo poi nel 1983 CCCP - Fedeli alla Linea. Si trattava di un post-punk forsennato e febbrile, nulla di dark o oscuro se non nella figura decisamente inquietante di Giovanni Lindo, volto scavato e occhiaie nere, figura non diversissima da Andi. Ma ai tre si affiancarono presto due performer che caratterizzarono moltissimo il loro show: Annarella Giudici, sedicente soubrette del popolo, in grado di cambiarsi fino a 40 abiti nella stessa serata e Danilo Fatur, sorta di sfrenato fascistoide autolesionista, figura esagitata e ancor più inquietante del nostro Giovanni Lindo. La loro miscela di, parole loro, musica melodica emiliana e punk filo-sovietico fece scalpore specie coi testi trasgressivi di Mi Ami? o oltraggiosi di Emilia Paranoica. Una proposta fatta di urla, insulti, chitarre distorte, scenette di Annarella, torture autoinflitte di Fatur, insomma uno schiaffo beffardo al moralismo benpensante dell'Italia di allora, marcata di "edonismo reaganiano", formula originale dei tempi (nei quali - sia detto per inciso - fu pure coniato il termine "osnoblosi"). Inneggiavano a un oriente idealizzato giusto per dileggiare l'occidente capitalista, salvo poi denigrare un vicino oriente comunista incapace di valorizzare l'uomo per i suoi meriti.
Ma con la seconda metà degli anni 80 in Inghilterra finì la stagione del dark-gothic, obbligando Andi Sex Gang a sciogliere i suoi Children e tentare una carriera solista nei territori del glam-rock. Ebbe così inizio un periodo decisamente in sordina per il nostro, sempre più in ombra e relegato ai margini della scena musicale. Nonostante un buon disco tra lo sperimentale e l'industriale, Medea (1993), pubblicato negli Stati Uniti, l'intemperante Andi, appannaggio ormai solo di un piccolo zoccolo duro di fan, mai domo alle regole sociali e sempre pronto alla provocazione, tanto fa che finisce nelle patrie galere americane. Ma non perderà per questo il suo tempo: ci rimarrà per poco e sarà in grado di capitalizzare quell'esperienza per un nuovo disco, Veil, del 1999. Peccato solo che il mondo sembri essersi dimenticato di lui che, nonostante il passato glorioso, sembra escluso dalla generale rinascita del rock gotico che si è vista negli anni 90.
Per Giovanni Lindo, invece, con la fine degli anni 80 si consuma la fine del suo rapporto con Annarella Giudici e, quasi come immediata conseguenza, con l'esperienza CCCP. Per l'ultimo disco, il capolavoro Epica, Etica, Etnica, Pathos, il gruppo era stato integrato dai migliori elementi transfughi dai Litfiba: Gianni Maroccolo, il bassista, Riccardo Magnelli, l'arrangiatore, Ringo de Palma, batterista, con l'aiuto del giovane chitarrista / tecnico del suono Giorgio Canali. Con l'eccezione di De Palma questi musicisti, insieme all'inossidabile coppia Ferretti-Zamboni, creeranno i CSI, forse il più importante gruppo di rock italiano di sempre. Pur senza dimenticare le proprie radici punk e violente, il progetto esplorava molti altri territori musicali, tra cui certa melodia mozzafiato o atmosfere cupe e plumbee, guidato dalla voce di Ferretti sempre più bassa e cavernosa, fino - ed eccoci al punto - ad aver inventato uno stile "gotico" tanto originale quanto moderno. Il risultato è composto di quadretti di pura poesia con prospettive sociali, etiche e financo spirituali, anzi, non ci si discosta dal vero ad affermare che Ferretti sia stato il maggior cantore iniziatico-esoterico-tradizionale del rock italiano. I due album capolavoro furono Ko de Mondo (1994) e Linea Gotica (1996).
Seguì però irresistibile la decadenza, complice un edema polmonare che minò la salute del nostro e causa della sua sorprendente lite con Zamboni. Rimasti però Magnelli, Maroccolo e Canali, insieme a Ginevra di Marco (compagna del primo) rifondò il gruppo come PGR perdendo però mano a mano elementi e consensi. La catastrofe avvenne nel 2008, anno in cui si è lanciato in una virulenta campagna antiabortista a fianco di Giuliano Ferrara e il cardinale Ruini: il suo fandom tradizionale non poté sopportare un gesto che non poteva che essere vissuto come voltafaccia. Giovanni Lindo venne praticamente abbandonato, quasi emarginato dalla scena, e lui stesso si ritirò dal fragore del mondo ritirandosi in un ostinato isolamento nella sua natia Cerreto Alpi a occuparsi di teologia e cavalli.
Ma veniamo ad oggi e alla gestione della terza età! In nostro Andi non si è mai arreso e, prima con i Sex Gang Children, poi in una costante carriera solista continuò a sfornare album di valore, fino al grande ritorno dei primi con Viva Vigilante! del 2013. A Milano si è visto un quartetto di anzianotti però guidati da un giovane e bravissimo bassista, Carl Magnusson, dall'aspetto invero più grunge che gotico. Complice un impietoso raffreddore, Andi non sembrava molto in forma, la voce stentava a fare capolino dalle sue corde vocali, anche i movimenti erano quelli rigidi e impacciati di un signore anziano. Se possiamo permetterci, inoltre, il buffissimo chitarrista Matthew J. Saw, specie di tardo hippie che uno si sarebbe aspettato, che so? nei Gong, imbracciava un'originale 12 corde trapezoidale che però emetteva un ronzio indistinto. Insomma, lì per lì se avesse suonato una scopa con una corda sola e il distorsore a palla avrebbe ottenuto il medesimo effetto. Questa scenetta ai limiti del patetico (c'erano dei 18-20enni, ai quali i Sex Gang Children erano completamente sconosciuti, che già si permettevano commenti sarcastici) ebbe un improvviso scossone con il folgorante inizio di Sebastiane: Andi sembrò tornare quello di un tempo, la sua primeva energia demoniaca prese possesso di lui e finalmente in sala si scatenò il delirio. Tra glorie del passato e perle del presente il cantante, certo non sempre a fuoco specie nell'intonazione, è riuscito a farci rivivere le magiche atmosfere del Batcave degli anni 80, con suoni precisi e ficcanti, sempre guidati dal bravo bassista e a tratti addirittura deliziati di qualche arpeggio, che finalmente rendevano giustizia alla 12 corde del chitarrista. E il pubblico venne preso dai vortici febbrili di una Mauritia Mayer da manuale o è rimasto ipnotizzato dal tribalismo sinistro e monocorde di una sconcertante (in senso buono) Deiche.
Insomma per lui questa è la ricetta: lo shock, lo sberleffo, la scossa ai benpensanti piccoloborghesi che dominano il mondo. Mondo che non è fatto di regole e buonsenso, che non si conosce e non ti insegna con le buone maniere, l'etichetta o i formalismi, bensì è luogo di sangue e putredine, di mostruosità e violenza, che va colpito sbeffeggiato, denudato e mostrato al pubblico in una sorta di (citando Ballard e i Joy Division) atrocity exhibition. L'atteggiamento deosnoblotico passa quindi per l'urlo, il gesto teatrale, la musica tribale in grado di risvegliare, per schemi neuronali, gli istinti lemuriani contenuti nel cervello rettile. Ma ciò non al fine di invitare l'umanità nell'ennesima degenerescenza, bensì per prendere coscienza degli orrori che ci circondano e saperli chiamare come tali. Per aspera ad astra, questa è la lezione di Andi e dei suoi Sex Gang Children.
Ma anche oltre ha saputo andare Giovanni Lindo Ferretti. Abbandonata l'esperienza PGR, ormai dal 2011 gira i palchi d'Italia accompagnato dagli ex Ustmamò (un celebre gruppo rock italiano prodotto dal nostro nei 90) Ezio Bonicelli e Luca A. Rossi e una drum machine. Due musicisti eccelsi, capaci di alternarsi al basso, sì, ma soprattutto alle chitarre più dolci o più distorte, fino al violino più struggente. L'impressionante canzoniere del nostro viene così esaltato al massimo e uno dopo l'altro si dipanano i capolavori specie del periodo CCCP, meno di quello CSI (incomprensibilmente, visto che ai nostri occhi è il suo migliore) e ancor meno il suo solista. Totalmente assente il catalogo PGR per motivi a noi incomprensibili. Annarella, Cupe Vampe, Mi Ami?, Emilia Paranoica, Irata (da Pasolini) si susseguono in una girandola di emozioni e prese di coscienza.
Giovanni Lindo, criticato per (forse anche discutibili) scelte religiose e politiche, sul palco resta sempre un gigante. La voce bassa e cavernosa, recitante e salmodiante, oppure in urlo acuto da muezzin del punk, è sempre forte e ferma e sa sempre donare brividi, quand'anche l'intonazione si fa più approssimativa. In questo è uguale ad Andy Sexgang: quando vi canto i capolavori più sconvolgenti di un'epoca, che vi frega della perfezione dell'esecuzione? In fondo la cifra stilistica del punk e di ciò che ha seguito non era "non importa come lo esegui, ma importa cosa fai e la convinzione che ci metti"? Ma al contrario dell'inglese, Giovanni Lindo va oltre. Non si accontenta di disturbare, di adattare i capolavori del passato ai tempi nostri (notevole in questo senso Radio Kabul), di shoccare il comodo perbenismo dei benpensanti. Lui sa citare stati interiori, sa evocare demoni e possibilità sepolte dai millenni, conosce i simboli e, moderno sacerdote di una Chiesa antica quanto l'uomo, sa evocarne il potere arcano. Spina della Tradizione Primordiale, della Philosophia Perennis, nel fianco della superficiale ed edonista ignoranza, dell'ipocrisia arrivista contemporanea, Giovanni Lindo Ferretti non solo fa spettacolo di primissima scelta, non solo intrattiene dando da pensare, ma è anche in grado di far sprofondare il tuo animo nelle sue possibilità primordiali e di risvegliarne potenzialità latenti e trascendenti.
E, scusateci, ma se non è Sinestesi questa... in barba ai tanti cantantucoli propinati dall'industria dello spettacolo o, peggio, ai tanti burattini che blaterano comandati a bacchetta imposti oggi dai sedicenti talent... Possibile che il nostro secolo si accontenti di simile immondizia culturale? Chi ci segue è avvertito: cantavano i Christian Death, altra immensa band dell'epoca, "I admit, in no way... approval!".
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3 maggio 2015
Risposta aperta ad Aldo Grasso
Aldo caro, se così possiamo chiamarti, perché come tutti i personaggi pubblici di una certa importanza puoi risultare caro o inviso. A noi sei caro perché tra i pochissimi che ancora stimolano il pensiero, il ragionamento, occasionalmente ADDIRITTURA contro il conformismo dilagante, compito ancor più meritevole se contestualizzato all'ambito televisivo di cui abitualmente scrivi. E ha particolarmente attirato la nostra attenzione il tuo articolo sugli insulti a Gianni Morandi, non perché apprezziamo il cantante (anzi tutt'altro: secondo noi è stato tra le migliaia di responsabili del conformismo di cui sopra), ma perché affermi cose giustissime e condivisibili: la carica di frustrazione accumulata dalla nostra cittadinanza dolente, unita alla facilità d'uso dei social network e alla pressione psicologica creata dal conformismo testé ricordato, innaffiato di abbondanti dosi di osnoblosi, è l'innesco del deteriore fenomeno dell'insulto a spruzzo, di quello che tu giustamente definisci "ordalia della rete", e il da te citato Giampiero Mughini "aggressione ossessiva e cannibalica" (non si dovrebbe dire "cannibalesca"? Va beh...).
Eventualità negativa, inaccettabile, perché come correttamente da te sottolineato rispetto all'attricetta inetta Tea Falco, "se sono passabili i sarcasmi sul suo modo di recitare, intollerabile è il linciaggio". Eppure, caro Aldo, per quanto condivisibile e opportuna, questa tua analisi non basta. E non basta non perché non descriva bene un fenomeno già sufficientemente sotto gli occhi di tutti perché ne siano necessarie ulteriori analisi, ma perché - a parer nostro - paradossalmente non ne giustifica... la sua assenza! Che noi con altri chiamiamo osnoblosi (o truthiness).
Sì Aldo, la sua assenza, paradossale in questa sede, specie dopo il tuo articolo. L'assenza di un insulto giusto e doveroso nei confronti di fenomeni deteriori che provengono proprio dall'ambiente di cui tu e i tuoi colleghi scrivete. Perché se è ingiusto stigmatizzare un'idea comunque discutibile (come tutte le idee), dovrebbe essere doveroso insultare chi spande veleni culturali che poco a poco avvelenano le coscienze e istupidiscono la massa. E secondo noi i due fenomeni, per quanto non strettamente connessi da un nesso causale, sono comunque intrecciati. Ovvero non può che sembrarci almeno una singolare coincidenza il fatto che, laddove un popolo venga mantenuto nella falsità e nell'ignoranza, laddove venga appagato nelle emotività più becere e nei più elementari bisogni di pancia, sia poi con questa stessa pancia che giudica ed insulta.
Perché caro Aldo nessuno scrive del fatto che, sebbene abbia avuto una certa importanza per una generazione che guardava al nuovo negli anni 60, schiacciata dai vecchiumi nazional-popolari alla Beniamino Gigli, il buon Gianni Morandi negli ultimi 40 anni non ha fatto una canzone degna di nota fosse una? E comunque una canzone degna di nota non farebbe un artista, bensì giusto un cantantucolo fortunato alla Marco Ferradini, per intenderci. E per fare altri esempi, perché nessuno afferma chiaramente che, per quanto rispecchi la cultura media della bassa padana soprattutto nei suoi aspetti piccoloborghesi, Ligabue NON è un "grande artista" bensì uno dei più mediocri parolieri del dopoguerra, oltre che musicalmente uno dei tanti plagiari "alla Zucchero"? O, altro esempio, perché nessuno ha il coraggio di dire finalmente che, per quanto capace di gradevoli rime baciate e filastrocche orecchiabili, Jovanotti è un artista assolutamente minore? A 30 anni dimostrava lo stato di coscienza di un ragazzotto di medio talento, rivelando quindi un certo ritardo mentale, eppure quello fu il suo picco mai superato nemmeno oggi alla soglia dei 50... E questo per non ripeterci su Morgan, sbandierato come grande intellettuale, di cui tra l'altro avemmo modo di apprezzare la sua affermazione deosnoblotica su un Vasco Rossi che non ha avuto più nulla da dire da almeno 1/4 di secolo, ma che ha continuato a farlo in modo sempre più ripetitivo, manieristico e irritante. Morgan ovviamente su questa sua giusta affermazione è stato stigmatizzato, e non a caso, ma perché?
Perché tutto ciò si chiama osnoblosi: la falsità condivisa per percezione collettivizzata di convenienza. Perché così l'industria culturale funziona, la macchina dello spettacolo funziona e tutti abbiamo i nostri anestetici quotidiani che ci sostengono nel sopportare le difficoltà della vita. Però, per quanto le masse siano rese idiote e mantenute nella più bieca ignoranza da quest'allegro macchinone, il cervello non è totalmente spento e in qualche modo, come da lontano, gli schemi neuronali si rendono conto di essere presi in giro. Anche da questo, secondo noi, nasce la rabbia di pancia che poi si sfoga sulle idee di personaggi pubblici, perché in fondo un "artista", ci si perdonino le virgolette, è pur sempre un responsabile culturale della sua epoca e una cultura non condivisa crea tensioni. Ma il punto è: viene negato il dibattito sulle doti estetiche? Queste vengono imposte come assolute ed indiscutibili, al di là di ogni evidenza? Beh, a questo punto certuni a mancanza di rispetto rispondono con mancanza di rispetto.
Ecco caro Aldo, questo vorremmo dirti. Bene fai a moralizzare, ad additare la violenza mediatica da social e la vigliaccheria di chi si nasconde dietro un post per vomitare insulti. Ma altrettanto bene faresti, tu che puoi (e in piccola parte già fai), a bacchettare i media radiofonici e televisivi per il poco rispetto che dimostrano verso la loro audience. Perché capiamo che anche loro debbano guadagnare, capiamo che tengano famiglia e l'industria culturale paghi bene, ma se non sono nemmeno le reti pubbliche a diffondere consapevolezza, discernimento e coscienza critica, insomma se anche loro come le reti commerciali seminano vento... allora non stupiamoci della tempesta che costatiamo ogni giorno intorno a noi.
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23 aprile 2015
Expo: un'Apateporia Epitome d'Osnoblosi
Cari lettori, l'argomento che andremo ad affrontare è così vasto e disgustoso che ci viene da cadere dalla sedia. Vedremo quindi di essere sintetici, perché il mondo è quello che è e non vorremmo tediarvi ulteriormente con cose che sapete benissimo. Diciamo che ci ha divertito e commosso alle lacrime la parodia di Branduardi fatta da Crozza con la canzone "Alla Fiera dell'Expo". Quando fra il 2007 e il 2008 Milano vinse contro Smirne l'Esposizione Universale del 2015 ci accorgemmo subito che c'era qualcosa che non andava, perché un logo più brutto ma più brutto non era veramente possibile concepirlo, nemmeno da studentelli bocciati al primo anno del liceo artistico. Milano sotto gli occhi del mondo si diceva, al centro del mercato globale, un'occasione di visibilità e lavoro per tutti i cittadini in una sorta di delirio mutantropico collettivo. Certo, un'occasione. Ma per chi?
"E venne la Moratti che aveva un suo scopo, che coi suoi soci sull'Expo puntò, e venne Formigoni, con CL, che nell'affare anche lui si lanciò [...] e venne Silvio per farsi bello, che vide il progetto e altri soldi nell'Expo buttò, per tre anni neanche un mattone però si spostò, e venne un commissario, che fu cacciato, ne venne un altro, che fu indagato e intanto pompava milioni all'Expo [...] quanti appalti per le Coop, ma c'è un ritardo e allora emergenza e pochi controlli e subappalti, la corruzione, c'era di tutto e non c'era l'Expo. E venne la Finanza che chiamò il tribunale, che fece la retata, le perquisizioni, che trovò le prove e arrestò tutti e un'altra volta l'Expo si fermò [...] molti soldi eran spariti già da un bel po', ma venne Renzi con l'ottimismo (notare la musica da circo, ndr), che mise Cantone, che fece i controlli, che zittì la stampa, che raccontò a tutti che sarà un successo, che tutto il mondo visiterà Rho [...] fanno i saldi, ti fan lo sconto se sei del PD, e passa il tempo, lavorano di notte, e niente collaudi, fanno i camuffi, regalano i biglietti, sequestrano i cinesi, ti portano lì a forza se no sei un gufo, dai coraggio, ancora sei mesi e poi finisce 'sto caxxo d'Expo!".
Signori, noi siamo una redazione. Davvero, non saremo in tanti, decimati dalle difficoltà pratiche nel fare una proposta culturale di qualunque tipo in questo Paese che capisce solo le logiche di cui sopra. Siamo quelli che siamo, in molti precari o disoccupati, ma d'altro canto abbiamo tempo, intrappolati nei perversi meccanismi già illustrati in un post precedente (ah, per aggiornarvi diciamo che le pratiche sono rimaste OVVIAMENTE senza esito. A volte capiamo chi prende il kalashnikov...). Ma pensiamo a chi come noi ipnotizzato, di più, preso per fame dalla retorica di regime, ha visto un'occasione unica in Expo: persone intelligenti, di cultura, persone che hanno lavorato, hanno la partita IVA, che sanno come si fa. Spesso di buona famiglia (non è necessario ma rende il tutto ancor più sconcertante), quindi coi contatti giusti. Persone con idee e proposte e magari qualche piccolo soldino da parte per poterle lanciare, così... agli occhi del mondo.
Pensiamo ad esempio a chi cerca di organizzare eventi, magari di tipo culturale, che in occasione di Expo:
- non può aver trovato una location: i gestori di spazi sono impazziti, i posti sono tutti prenotati o costano il triplo rispetto a qualsiasi altro periodo. E a molti cui è stato detto di sì un anno fa sono stati rescissi i contratti, tanto conviene pagare la penale quando una cosa la si può rivendere al triplo del suo prezzo
- ha capito che è ASSOLUTAMENTE IMPOSSIBILE trovare uno sponsor. Di più, è impossibile trovare un fundraiser che trovi lui lo sponsor!! Da questo punto di vista si è distinta per inettitudine e vergogna l'associazione Assif: molteplici testimonianze convergono sul fatto che, contattata come associazione o contattati i suoi componenti singolarmente, non è stato possibile trovarne uno, NON UNO disposto a fare il suo mestiere, se non profumatamente pagato in anticipo e senza garanzie
- ha fatto una fatica improba a relazionarsi con tutti i settori della comunicazione in genere, come grafica, media o spazi redazionali, perché oberati di lavoro e quindi selvaggiamente in mano al miglior offerente. Il che simpaticamente significa condannare tutti gli altri - offerenti ordinari - semplicemente a non esistere
- nello specifico non è riuscito a trovare un ALLESTITORE! Roba da matti, un allestitore, uno che ti mette lì un tavolo e una sedia. Sappiamo di certuni che hanno ricevuto preventivi più che quintupli rispetto all'anno scorso e alla richiesta di spiegazioni si sono sentiti rispondere "guardi, di meno proprio non posso" e giù il telefono. Grandi professionisti, cosa farete dopo che sarà scoppiata la bolla e sarete disprezzati dai vostri veri clienti del lungo periodo?
- questo da una parte, dall'altra ci sono gli altri fornitori, altri rispetto a quelli di food e comunicazione, che svendono a due melanzane e un peperone (è proprio il caso di dirlo ;) servizi che non richiede nessuno. Anche loro a far la fame in mezzo a un'abbuffata di pesci grandi a spese di quelli piccoli
- così pensiamo a chi, come inevitabile conseguenza, devastato dai costi non riesce a proporre i propri servizi a un prezzo decente, col risultato di ritrovarsi il deserto dei clienti
- in compenso, per sbarcare il lunario, affitta parti di casa o aderisce a Uber, ricevendosi pure gli insulti di albergatori e tassisti, in quest'ultimo caso nell'ennesima e sconcertante guerra fra poveri
Insomma Expo, ancorché coacervo di corruzione e malversazione, volgare pressapochismo e becero voltagabbanismo, riesce anche ad essere tanto INCOMPRABILE quanto INVENDIBILE. Siamo alle solite: quest'evento che ha avuto un'organizzazione persino peggiore del suo primo logo (e ci vuole tutta!), si è rivelato un caso da manuale d'altri tempi di vampiro che, a vantaggio della grande industria, dissangua la media impresa e uccide o riduce al silenzio la piccola e l'artigianato. Che dal nostro punto di vista semplicemente uccide la cultura se non quella profumatamente prezzolata dai soliti interessi o quella che, decidendo di starne fuori, in pratica mette in atto un velleitario boicottaggio. Ecco la grande occasione che ci è stata data, propagandata come opportunità di Mutantropia collettiva in grado di trascinare il paese oltre la crisi, ma rivelatasi il solito regalo ai soliti noti a spese dei medi e con la morte dei piccoli. Insomma l'apateporia del nuovo millennio.
Saremo velleitari, ma noi lo boicottiamo. E vi ringraziamo se vorrete fare altrettanto.
ADDENDUM
Un video, soltanto un piccolo e innocente video. Buona visione.
31 marzo 2015
Breve confronto festivaliero: Bookpride vs Sublimar
Cari tutti, siamo una redazione, fra noi (non molte) persone diverse per cultura ed esperienza. Quindi certuni necessariamente "di sinistra", o provenienti da quell'area culturale. Ma chi ci segue sa bene che non amiamo la politica, a qualunque colore appartenga, e quelli di noi da lì venuti hanno presto capito che, per citare Bob Dylan, "Marx non aveva tutte le risposte" :D
Siamo reduci dal tanto decantato Bookpride e dobbiamo dirci ammirati per il modo con cui quest'evento è riuscito a far parlare di sé. È stato molto intelligente puntare su di un mito assurdo, ossia quello dell'editoria indipendente, come se quest'ultima fosse una categoria omogenea. In ogni caso è un valore con la sua importanza, in un evento ben riuscito, almeno in termini di pubblico e risonanza mediatica.
Dobbiamo ammettere di non frequentare molto i festival letterari, anzi... a esser sinceri frequentiamo poco qualunque cosa ;) In ogni caso l'ultimo che ci capitò di vedere fu Sublimar, dove avemmo modo di recensire quel brontolone di Sgarbi. Ecco, nell'essere piuttosto simili, Sublimar e Bookpride si situano su due piani complementari, se non proprio opposti, del fare festival letterario. Tanto era all'aperto, primaverile, verde, storico-artistico Sublimar nei suggestivi chiostri dell'Umanitaria, quanto è stato al chiuso, buio, quasi cupo Bookpride, nei freddi e moderni saloni dei Frigoriferi Milanesi. Entrambi con stand fieristici, ma come sembravano più curati e armonici quelli del primo, e quanto squadrati e industriali quest'ultimi. Certo, questi erano affollati, i primi no.
Per entrambi la letteratura non può che essere necessariamente cultura, perché mette la speculazione umana come oggetto di attenzione e analisi (per Sublimar poteva esserci il sospetto che non fosse così, vista la sottile distinzione fra letteratura spirituale e Scrittura Sacra, ovvero rivelata, ovvero non propriamente umana), ma il primo agisce sul piano verticale nella ricerca di un'elevazione - o sublimazione - verso il trascendente, il secondo invece su quello orizzontale, proponendo una più efficace e consapevole azione sociale. Raramente come in questo caso l'etichetta "materialismo storico" è stata più appropriata: non esattamente "editori indipendenti", quindi, o almeno non intellettualmente se così "in ambito marxista", a volte più sulla politica, altre più sulla narrativa.
Nulla di male in sé, ma se orgoglio di indipendenza significa anche amore d'equità, allora avremmo gradito qualche editore di altri colori, pur non necessariamente apprezzandolo. Sì, c'era qualche scheggia impazzita, come ad es. dei seguaci di Paramhansa Yogananda persi come pesci fuor d'acqua, o un'importantissima Astrolabio Ubaldini solinga e disertata, o ancora un'assurda Jaca Book che, seppur moderatamente frequentata, rappresentava un corpo estraneo ai limiti dello schizofrenico.
A Sublimar invece erano rappresentati tutti i credi e tutte le correnti spirituali, PERSINO il cattolicesimo, persino quelle nascoste, o secondo certuni apocrife, o esoteriche, o iniziatiche, o ancora sapienziali. Ma la cosa più bizzarra è che convivessero con le cattoliche nelle sia pur mille sfumature di queste, spesso più in contrasto fra loro che con ipotetici oppositori teologico/dottrinali. A Bookpride un monocolore (rosso) dalle diverse sfumature schizofreniche e dialettiche, a Sublimar i tanti colori in cui si divide la luce quando tocca la materia, in un'inedita armonia, quanto più importante oggi! E si è parlato comunque dell'uomo, e del vivere, e del senso dei nostri atti sulla terra, perché a considerar Spirito, purtroppo o per fortuna, spesso si tratta più d'azione che di speculazione.
Insomma non c'era meno scienza. Si spera più sapienza. Purtroppo, e chissà perché, meno gente.
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31 gennaio 2015
Chi di Frustrazione Ferisce...
Carissimi, vorremmo iniziare questo post con un grande GRAZIE! Grazie per seguirci ancora così numerosi nonostante la nostra latitanza, grazie per i vostri commenti così stimolanti per le nostre riflessioni. In effetti quando Carlo ci chiese di trattare meglio la frustrazione del Mutantropo lì per lì gli rispondemmo sostanzialmente picche, anche perché non sapevamo su che chiave impostare il discorso affinché esprimesse delle sostanziali novità teoretiche rispetto a quanto da noi precedentemente trattato e/o rispetto a quanto immediatamente intuibile da chiunque (non possiamo certo dedicare un post ad ogni stato d'animo del Mutantropo ;). Poi però un anonimo ci chiese di parlare della cupidigia, facendoci notare la sua mancanza nella nostra trattazione. Gli rispondemmo come meritava, ovvero citando il nostro post sull'Ego e i Suoi Appetiti, per quanto i nostri attempati schemi neuronali avessero fatto l'inevitabile corto circuito: la frustrazione non può che essere frutto di cupidigia.
Ma è stato un recentissimo fatto di cronaca a darci la sveglia: il rapimento da parte dell'Isis dei due ostaggi giapponesi, di cui uno purtroppo assassinato e uno in predicato di liberazione, che ci auguriamo avvenga al più presto. Ora, ci perdonino le famiglie dei due malcapitati, nel caso dovessero leggere queste righe. Noi non vogliamo certo strumentalizzare un episodio tragico, ma purtroppo (o, dal punto di vista didattico, per fortuna) esso illustra perfettamente le dinamiche psicologiche e sociali cui ci riferiamo quando parliamo di frustrazione del Mutantropo.
Per andare alla base del discorso invitiamo i nostri lettori a rispolverare il post allora scritto sui limiti della Mutantropia. Il quel post, citando Goethe, abbiamo voluto evidenziare come l'insoddisfazione colpisse anche, anzi in un certo modo soprattutto, coloro che avevano raggiunto l'oggetto dei loro desideri con frustrazione e senso di handicap, per quanto tutti sappiamo che frustrazione è la "tensione psichica determinata da un mancato o ostacolato appagamento di un bisogno" (def. Treccani). Insomma descriviamone le fattispecie:
1) frustrazione da non appagamento, a sua volta causata:
- da impossibilità oggettiva, conseguenza di un'apateporia che potremmo definire "a priori" (dell'ottenimento della cosa desiderata)
- da impedimento causato da altri, conseguenza quindi di apateporia eterodotta, che in effetti è una sottocategoria della precedente
- da inettitudine nel raggiungerla o endogena, conseguenza di fallimento e, alla lunga, portatrice di atiquifobia
Notiamo di sfuggita che la seconda, quella eterodotta, è tipica di chi fa scelte conformiste.
2) frustrazione da appagamento, ovvero quella cui si è fatto cenno nel post sopra citato, conseguenza di un'apateporia strictu sensu, o a posteriori, ovvero allo smascheramento sconcertante di ciò che si credava fosse. L'anima non è appagata, cerca oltre ciò che si è riusciti a raggiungere.
Esse sono mutantrogeniche: il soggetto diventa autocritico (si mette in discussione) e innesca atteggiamenti mutantropici, ovvero di cambiamento finalizzato a un vantaggio. L'atiquifobia ci fa affinare le tecniche di realizzazione, l'apatepofobia ci fa pensare al perché facciamo ciò che facciamo, al sistema di valori in gioco. Concetti noti e stranoti ai nostri lettori, ma che qui è importante sottolineare perché rappresentano la connessione fra frustrazione e Mutantropia.
Ma torniamo al caso pratico. Già per la sua stessa esistenza, l'Isis è un palese esempio di collettore di frustrazione sociale: l'occidente prima ha colonizzato "il resto del mondo" (non ci piacciono le denominazioni "secondo mondo", che del resto non esiste quasi più, né men che meno "terzo mondo") e vi ha imposto il suo risibile sistema di valori, i suoi patetici feticci e status symbol, tipo il miliardario facile Steve Jobs, che ha tanto sofferto, o il cantante senza talento (artistico) alla Shakira, poi però si ritrova a dover ammettere che non tutti possono essere miliardari o pop-star. Peggio, quei pochissimi che in effetti possono diventarlo devono farlo innanzitutto a rischio di "sacrificio del mutantropo" e secondariamente vanno pescati nell'occidente stesso, ovvero in ciò che esso chiama "primo mondo".
Il resto del mondo non può che rimanerne frustrato. Certuni si rodono di rabbia nei paesi d'origine, certi altri cercano fortuna in occidente dovendosi poi accontentare di fare gli spazzini o i camerieri quando va bene, oppure tecnicamente inoccupati (come molti di noi :). Fra questi ultimi si sviluppano i criminali locali, alla Scarface per intenderci, oppure coloro che, tornando ai paesi d'origine, fanno apologia dello scontro. Quando l'eone è sufficientemente pieno, magicamente si creano movimenti di tipo revanscista, purtroppo fisiologici e connaturati con la stessa esistenza dell'occidente o primo mondo che dir si voglia. Insomma l'Isis è frutto di frustrazione tanto da impossibilità oggettiva quanto eterodotta, meno di fallimento (per quanto chi la vive probabilmente la percepisce così, senza capire di essere stato vittima di un gioco più grande di lui), mentre è quasi assente la frustrazione da appagamento. Qualcuno potrebbe obiettare che quest'analisi non tiene conto degli equilibri geopolitici che fanno dell'Isis la longa manus armata di precisi interessi economico-finanziari, e sarebbe vero, ma in effetti non li esclude, perché non esamina l'origine e lo scopo del califfato bensì il suo successo fra i frustrati del mondo, "primo" compreso.
In questa situazione, già di per sé interessante, essendone un collettore si avvicinano due altri frustrati:
- il sig. Kenji Goto, detto Jogo, 47 anni, giornalista free-lance, quindi precario, in ogni caso dalle velleità umanitariste. Forse avere notizie di prima mano da una delle zone più pericolose e per una delle guerre più sporche del pianeta avrebbe potuto dare un contributo alla sua incerta carriera,
- e il sig. Haruna Yukawa, 42 anni, all'apparente ricerca di un impiego in una compagnia militare privata. Insomma è andato a combattere, a dare un senso alla sua vita di militare, nella pratica negata nel suo paese d'origine (forse non tutti sanno che il Giappone, dopo la II guerra mondiale, non ha un esercito regolare), nei fatti un nostalgico militarista con trascorsi di disagio psichico, compreso un tentativo di suicidio.
La frustrazione del primo è data da atiquifobia, quella del secondo, oseremmo dire giustamente, da impossibilità eterodotta. Ma la frustrazione spinge entrambi a mutantropie meschine e, ognuno obnubilato dai propri intenti, non capiscono di essere ottime valvole di sfogo alla frustrazione che loro stessi volevano sfruttare, ovvero quella antistorica, quindi da impossibilità oggettiva, dell'Isis.
Da quando abbiamo sentito, Kenji Goto, il giornalista, si è recato in Siria in aiuto di Haruna Yukawa, il militarista, rapito già da qualche mese, sperando così di poter penetrare meglio il mistero di quella realtà così remota ed esotica, ma ottenendo invece di essere venduto a sua volta all'Isis dalla guida. Col loro rapimento diventano due pedine di scambio proprio nel momento in cui credevano di aver realizzato il loro sogno, facendo così succedere alle rispettive frustrazioni un'incredibile apateporia. Ma mentre il primo aveva uno scopo costruttivo, l'altro era solo ciecamente intento a realizzare sulla sua persona il mito di un guerriero che nella sua cultura era stato soppresso dalla storia. Ricordate cosa si diceva nei due post Etica e Senso Religioso piuttosto che in Etica e Sinestetica? Che il comportamento, in questo caso intendiamo il fare mutantropico, è etico laddove tiene conto degli altri, ovvero dell'ambiente. Questa è stata, dal nostro punto di vista, l'unica vera differenza fra Goto e Yukawa.
Purtroppo per uno dei due, il destino è stato differente per entrambi. Il primo è stato usato come cassa di risonanza per l'efferata e inumana esecuzione del secondo, a sua volta funzionale alla propaganda del collettore di frustrazioni in un allucinante gioco di strumentalizzazioni reciproche. Attenzione: NON stiamo dicendo che chi ha avuto la sorte più infausta se la sia in qualche modo meritata (e comunque la partita sulla loro pelle non si è ancora conclusa), ma certamente ha giocato col fuoco chi ha creduto di mettere un'accozzaglia di frustrati guerrafondai al servizio delle proprie frustrazioni guerrafondaie, ovvero di chi ha creduto di poter manipolare il prossimo ai suoi fini, come da noi fa indisturbato l'osnoblotico. E a giocare col fuoco, ragazzi...
Concludiamo affermando che la frustrazione, per quanto sia una molla oseremmo dire necessaria alla Mutantropia, troppo spesso gioca un ruolo obnubilatorio sulle capacità di discernimento del frustrato. Per favore rileggetevi il nostro post sulla benvenuta apateporia per capire come, davanti alle difficoltà della vita, è oltremodo necessario mantenere calma e sangue freddo. E prendere decisioni comunque sempre armoniche con le energie cosmiche che ci circondano, facendovi entrare in risonanza il Qi personale, o interiore. Non conosciamo altre strade.
ADDENDUM del 1° febbraio
Il post è stato scritto fra il 29 e il 31 gennaio e postato quest'ultimo giorno. Apprendiamo stamattina del barbaro assassinio del giornalista Kenji Goto, detto Jogo, che ci lascia costernati.
Era forse un ottimista, un'anima bella intrisa di umanitarismo, ma appunto non meritava certo questa fine (per quanto noi non siamo nessuno per dire chi meriti cosa).
Sappiamo però che le nefandezze degli uomini, a maggior ragione se connesse nel sedicente nome di qualcosa di divino, non rimangono senza conseguenze.
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